23
Set
2014

Art bonus… o malus?—di Angelo Miglietta

“Adesso i privati non hanno più nessun alibi” sembra che abbia detto Il ministro dei Beni Culturali Franceschini. Si riferisce alla norma introdotta dal governo per premiare con un importante credito di imposta le donazioni effettuate da privati per sostenere gli enti, perlopiù pubblici, che gestiscono i beni culturali. La tesi è che servono più soldi per la cultura, lo stato non li ha, ma il governo offre un incentivo enorme, che mai si era visto. E così, sembra di poter leggere fra le righe, si è finalmente trovata una soluzione ai problemi della cultura, che sono dovuti alla mancanza di fondi.

Questa tesi è purtroppo invece la causa del grave problema del declino della gestione e conservazione dei beni culturali nel nostro Paese. Perché presuppone che il problema sia quello della mancanza di fondi, non del modo come essi vengono spesi, e, in altre parole, gestiti i beni culturali. Per fare un confronto con i temi di gestione d’impresa, sarebbe come dire che siccome un’impresa non va bene occorre reperire maggiori fondi per consentirne la sopravvivenza. Una cosa peraltro verificatasi nel caso delle crisi delle banche, giudicate troppo importanti per potere fallire e perciò salvate dagli interventi pubblici, a carico dei contribuenti.

Il problema invece è di ben altra natura, e dipende sostanzialmente dalla mancanza di efficienza ed efficacia della gestione dei beni culturali, oggi realizzata perlopiù attraverso istituzioni pubbliche (nelle loro articolazioni statali o regionali) o peggio para o persino criptopubbliche (le sciagurate fondazioni di partecipazione senza patrimonio).

Nell’immaginario collettivo, che trova molti sostenitori nel nostro Paese, la gestione dei beni culturali deve essere pubblica, per garantire in primo luogo la conservazione del nostro patrimonio artistico, poi per definire il tipo di fruizione più corretta e opportuna per il pubblico e quindi per favorire anche un accesso adeguato da parte di tutta la popolazione. Questo è in realtà un luogo comune privo di fondamento. In primo luogo perché la mano pubblica, che correttamente deve esercitare il controllo sulla conservazione dei beni, deve perciò evitare pure di gestirli, finendo altrimenti in un evidente conflitto di interessi. In secondo luogo perché la gestione, che significa valorizzazione dei beni culturali, richiede anche la capacità di svolgere un’attività di erogazione di servizi, che é tipicamente un’attività di impresa a contenuto imprenditoriale, da svolgere con competenze manageriali.

Inoltre l’obiettivo della realizzazione del profitto non può essere vista con l’orrore di un incesto, come fanno i puristi depositari della gestione dei beni culturali, persone di impressionante spessore culturale ma spesso privi di formazione ed esperienza in campo manageriale. Esistono ampie dimostrazioni, fra tutte si ricordino i lavori di Hayek e Friedman, di come il profitto, realizzato in condizioni di mercato e nel rispetto delle regole, consente una superiore efficienza ed efficacia. E questo vale nella produzione di qualsiasi bene o servizio, anche nella cultura. Per consentire un pieno accesso a tali servizi anche alle classi sociali meno abbienti basterà prevedere un contributo pubblico in termini di voucher per acquisire per esempio i biglietti di ingresso dei musei. I cittadini comprenderanno così anche il valore di una visita a un museo, oggi affogata nel prezzo “politico” o “sociale”. Favorendo così il sostegno della domanda a supporto della libera scelta dei cittadini, invece che dell’offerta, a favore di abili lobbisti che gestiscono i beni culturali. Anche qui si tratta di un’idea non nuova, l’uso dei voucher, proposta già dagli economisti classici scozzesi, ma poi ben sviluppata da Friedman.

Infine è noto che la produzione di servizi per la gestione e conservazione dei beni culturali attraverso istituzioni pubbliche impone di seguire le rigide regole del diritto amministrativo, che cozzano geneticamente contro i principi di flessibilità richieste dalle regole di un buon management.

Ecco perché non servono incentivi a dare più soldi a enti pubblici intrinsecamente inefficienti: sembra quasi un modo per perpetuare la cattiva situazione esistente. Serve invece una seria riforma che porti alla privatizzazione della gestione di tali beni sotto un robusto controllo pubblico indipendente, con adeguati sostegni finanziari pubblici sul lato della domanda invece che dell’offerta, perché tutti possano avere accesso ai servizi culturali. Inutile dire che ciò incentiverà anche i gestori a migliorare la loro offerta per attrarre maggiore pubblico.

Anche il ministro Franceschini, forse, adesso non ha più alibi…

 

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Managementnotes.it il 22 settembre 2014

 

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