Articolo 18, famiglia e lavoro: il cattolicesimo non ha colpe
Il ddl sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che oggi Repubblica addita al ludibrio pubblico, e che nel pomeriggio è passato in Senato, è cosa buona e giusta, almeno secondo me. Qui il testo. Dire che è uguale e anzi peggio alla proposta sulla quale si immolò inutilmente Antonio D’Amato, due presidenze di Confindustria fa, significa mentire spudoratamente. Allora la Cgil di Cofferati, in una battaglia frontale, travolse ogni intento riformatore riuscendo a presentarlo come volto a ottenere licenziamenti di massa privi di ogni tutela, invece che a sottrarli alla variabile decisione del magistrato, come avviene ora, sostituendovi un indennizzo certo graduato alla durata del rapporto di lavoro precedente, come ci si propose invano di fare. Che oggi la Cgil si faccia insegnare il mestiere da Repubblica, la dice lunga dei tempi in cui viviamo. Non è solo la destra, in crisi. Ma anche la sinistra e per di più il vecchio bastione della sinistra sociale, cioè la Cgil intenta solo alle coltellate precongressuali, con accuse alla maggioranza epifaniana di truccare i voti da partre della minoranza “antagonista”, Rinaldini-Fammoni. Il progetto del governo attuale è di affiancare volontariamente alla tutela di legge attuale la possibilità di un arbitrato, sottoscritta dal lavoratore all’assunzione. In più, si lascia alle parti sociali il diritto prevalente di regolare la questione con un atto di indirizzo, trattato autonomamente dalle parti sociali e sottoscritto entro un anno. Solo in assenza di intesa tra sindacati e associazioni datoriali, il governo interverrebbe secondo i princìpi stabiliti nella delega. Insomma più flessibilità, ma nella contrattazione e senza diktat al sindacato. Ciò di cui c’è bisogno, secondo me. A sostegno ulteriore, un paper interessante, di Alberto Alesina. Che sviluppa buoni argomenti ma ha un difetto, secondo me: è a torto anticattolico.











