28
Gen
2010

Non fidatevi degli economisti

Il Cato Institute ha pubblicato un grafico che confronta la realtà economica con le previsioni degli economisti.

Parrebbe che gli economisti sono in grado di fare previsioni solo quando non succede nulla di interessante, cioè quando anche il mio trisavolo ci sarebbe riuscito senza computer e senza database. Quello che il Cato non nota è che gli errori crescono a dismisura durante le recessioni, e cheg li economisti tendono in questi frangenti a sminuire la gravità della crisi: nel 1990, nel 2000 e nel 2007 gli economisti sono stati colti sistematicamente di sorpresa, e pur senza grafici si può dire che lo stesso sia accaduto negli anni ’70 e con la crisi del ’29.

Il problema è capire perché.

Problemi intrinseci

Le crisi sono inevitabili e ricorrenti, e tutto sommato se fossero perfettamente prevedibili forse non accadrebbero. Se sono imprevedibili, è inutile aspettarsi che gli imprenditori si comportino come se lo siano, e quindi bisogna accettare che possano esistere dei cluster di errori sistematici imprenditoriali, come nella teoria austriaca. Tutto sommato, se sia gli imprenditori che gli economisti sovrastimano la robustezza dell’economia e sottostimano le crisi, evidentemente i secondi non possono stupirsi dei primi: se gli economisti fossero stati imprenditori, avrebbero fatto esattamente gli stessi errori.

Una seconda riflessione è che non solo non esistono strumenti affidabili per valutare il rischio di crisi in termini quantitativi, ma neanche dei proxy moderatamente affidabili. Se si pensa alla teoria austriaca del ciclo economico, si afferma che il turning point del boom è inevitabile, ma non si danno strumenti per prevederlo, né strumenti operativi per osservarne la dinamica interna. La teoria manca di strumenti operativi, e non è affatto detto, anzi, io sono convinto di no, che tali strumenti possano esistere.

Non prendiamocela troppo con gli economisti, perché hanno di fronte un sistema complesso e hanno un problema di informazione e complessità: Mises e Hayek se la comandano. L’unica critica che si potrebbe fare è che gli economisti sembrano sovrastimare la loro capacità di previsione: se fossero razionali, notando che sottostimano sempre le recessioni, capirebbero ex ante che quando si aspettano una recessione di una certa entità, ce ne sarà quasi certamente una più grave di quanto credono, un po’ come gli stupidi di Carlo Maria Cipolla, la cui concentrazione è sempre sottostimata.

Problemi teorici

La parte precedente era piuttosto superficiale, però serviva a chiarire una cosa: né io né nessun altro possiamo fare previsioni migliori, non è una questione di essere bravi coi numeri o con le teorie. Non è mia intenzione proporre un modello Markov Chain Montecarlo Method basato sul Metodo Generalizzato dei Momenti che attraverso un Vector Error Correction faccia meglio degli economisti: faccio solo notare che quegli errori mostrano un’evidente bias.

Però occorre porsi una domanda fondamentale: ci sono problemi teorici nel modo in cui la crisi viene analizzata dalla maggior parte degli economisti, cioè dai new-keynesiani? Secondo me sì, e ne farò una breve lista.

L’output gap è considerata una grandezza fondamentale, ma in realtà non è misurabile: durante il boom l’output cresce troppo, e se la politica monetaria è accomodante il boom può durare a lungo, quindi possiamo aspettarci periodi di sovraproduzione sufficientemente lunghi da creare un bias nella stima dell’output gap. Se c’è crescita economica, un boom insostenibile può sembrare più sostenibile, perché la crescita reale diminuisce i trade-off produttivi: l’economia potrà crescere troppo e non accorgesene per diversi anni, e alla fine ci si aspetterà una crescita economica sostenibile di un certo tipo quando in realtà sarà ben inferiore.

Il tasso naturale di interesse che gioca un ruolo fondamentale in molti modelli quantitativi non è osservabile: nessuno sa quanto valga, nessuno sa quando varia. In molti paper ho notato che si considera il tasso naturale di interesse come costante, e pari alla media temporale di una qualche grandezza ottenuta tramite fitting dei dati. Questa ipotesi è teoricamente insostenibile: basterebbe leggere “Investment that raises the demand for capital” di Hayek, scritto nel 1937, per rendersi conto che il tasso di equilibrio può variare, ed effettivamente varia, proprio assieme al ciclo, e ciò comporta problemi di identificazione che forse (non sono in grado di argomentare oltre: non me la cavo con la calibrazione dei modelli DSGE né coi dettagli più formali dei modelli new-keynesiani) rende molti di questi modelli inservibili. A volte pare che la matematica è usata per ottenere risultati a tutti i costi, e non per ottenere risultati significativi, e quando l’applicabilità cozza con la significatività, vince spesso la prima.

La terza cosa fondamentale è che nell’economia teorica tradizionale non esistono problemi strutturali: l’economia è efficiente a meno di uno o due fattori di disturbo, come i menu costs. Non esiste motivo per cui una recessione debba durare o essere grave per motivi strutturali perché non esiste una struttura economica. La politica monetaria non ha effetti strutturali e non influenza i prezzi relativi, ma ha effetti sul livello assoluto dei prezzi e quindi permette di “risolvere” i problemi dei prezzi non perfettamente flessibili. Esiste una sola teoria strutturale del ciclo economico, ed è quella di Mises ed Hayek, anche se pare che negli ultimi due decenni una serie di teorie degli sectoral shocks (che però non conosco) siano risputate in letteratura.

Misurare l’immisurabile, osservare l’inosservabile e analizzare la dinamica dell’economia senza tener conto della sua struttura sono dei must in economia teorica, sin dai tempi di Keynes e dei suoi aggregati che trascuravano tutti i meccanismi dinamici dell’economia. Non sembra ci siano stati progressi successivamente, e a furia di fare qualche ipotesi semplificativa quando serve per ottenere un bel modello quantitativo, un passo alla volta si accumulano problemi strutturali… la politica economica sembra essere tanto scientifica quanto l’alchimia.

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6 Responses

  1. Sono d’accordo, e faccio notare che un economista direbbe che in vent’anni dal 1990 ci ha “visto giusto” quasi sempre, eccetto ovviamente per quelle 3 crisi…
    Sul terzo punto e i problemi strutturali sono d’accordo ma andrei anche oltre. Il paradosso neo-keynesiano é che analizza la crisi con le assunzioni della “normalità”; utilizzare modelli con menu costs per analizzare una crisi non mi sembra ottimale, quando tutti possono osservare che durante una crisi negozi e ristoranti “ritoccano” i menu (più o meno ufficialmente). La macro moderna per me resta un mistero.

  2. Pietro Monsurrò

    Quando uno ha un martello, tutti i problemi sembrano chiodi. Secondo i new keynesiani tutti i problemi vengono dalla rigidità dei prezzi e fanno di tutto per distorcere la realtà e farla finire nelle loro equazioni. Il risultato è che diagnosticano ogni problema come un calo di zuccheri, anche quando il paziente sta morendo di diabete, perché non sanno cos’è il diabete.

  3. Esiste anche un model-bias o volendo method-bias: per lavorare professionalmente come analyst o forecaster occorre poter tirare fuori numeri. Per tirare fuori numeri occorre ci sia un qualche metodo formale, nel senso di documentabile e oggettivo e riscontrabile, altrimenti qualsiasi pazzo può tirare fuori qualsiasi numero. Gli unici numeri in natura sono quelli storici, e non è detto che serva la serie degli ultimi anni o dall’inizio del mondo, e nemmeno è detto che gli ultimi dieci anni siano disponibili… insomma, anche con un occhio “mainstream” il processo è viziato, ma non si può fare di meglio.
    Il forecaster potrebbe anche essere visto come un imprenditore. Gli imprenditori hanno fatto molti investimenti eccessivi perché quello che possono fare è vedere il passato, non il futuro. Prendersela solo con gli economisti è sciocco (come se tutti i malati curabili guarissero sempre).

  4. Pietro M.

    come dicevo nel post, non si può sostituire agli errori di previsione degli economisti un modello migliore, si può solo ammettere che c’è un problema (e basta guardare il grafico) e trovare soluzioni teoriche (partendo dalle tesi proposte nel post) che comunque non risolveranno il knowledge problem, ma almeno ne terranno conto.

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