24
Dic
2014

Un vincolo di portafoglio per Fondi Pensione e Casse di Previdenza—di Marco Abatecola

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Marco Abatecola.

Come ampiamente previsto, la Legge di Stabilità è stata infine approvata confermando l’aumento di tassazione sui rendimenti del risparmio previdenziale. L’aliquota applicata, che prima dell’avvento del nuovismo renziano era all’11%, fa un salto fino al 20% (26% per le Casse di Previdenza) sul risultato maturato, in controtendenza a quanto avviene in tutta Europa dove i rendimenti previdenziali sono sostanzialmente esenti da tassazione. E pazienza se questo si tradurrà in più tasse, minori rendimenti e prestazioni più basse per milioni di iscritti, milioni di lavoratori. L’intento è colpire e affondare il risparmio inseguendo la chimera dell’incremento dei consumi interni.

Bisognava però salvare la faccia ed allora il Governo tira fuori dal cilindro l’introduzione di un credito di imposta sui rendimenti relativi agli investimenti che Casse di Previdenza dei Liberi Professionisti e Fondi Pensione faranno in strumenti finanziari di medio e lungo termine. L’idea è di quelle geniali, destinate a fare scuola. Da una parte portiamo avanti un’operazione di cassa, grazie alla quale spremiamo dai soli Fondi Pensione circa quattrocento milioni di extra gettito, dall’altra stanziamo ottanta milioni per stimolarne gli investimenti in economia reale. Ora, è innegabile che i portafogli attuali degli investitori previdenziali debbano aprirsi maggiormente a strumenti alternativi, in grado di cogliere opportunità di rendimento migliori rispetto a quelle che da qui in poi riusciranno a trovare sui mercati obbligazionari. Il peso che però questi strumenti – illiquidi e non sempre facilmente conciliabili con la finalità previdenziale – avranno nelle future asset allocation sarà necessariamente limitato, presumibilmente intorno al 10% del patrimonio gestito e comunque al di sotto del tetto del 20% consentito dalla legge. È quindi di tutta evidenza che il credito di imposta del 9% per i Fondi Pensione e del 6% per le Casse di Previdenza avrà un effetto residuale visto che, tra l’altro, viene fissato un plafond di spesa massimo e complessivo di ottanta milioni di euro. Basta fare un conto rapido per dimostrare come il saldo per gli operatori previdenziali sia decisamente negativo. Eppure qualche stratega della comunicazione ha cercato di farla passare come una misura compensativa del raddoppio di aliquota operato qualche centinaio di commi più avanti, parlando al tempo stesso di una legge di stabilità che non aumenta le tasse ai cittadini. Come se gli iscritti ai Fondi Pensione ed alle Casse di Previdenza – lavoratori dipendenti e liberi professionisti – fossero invece degli accaniti speculatori finanziari la cui rendita va penalizzata perché nemica dell’economia reale. Tra l’altro, diciamo la verità, sarebbe riduttivo considerarla una semplice misura compensativa. Eh si perché, invece, l’operazione è molto più raffinata e mira a convogliare una parte delle risorse gestite dal primo e secondo pilastro verso progetti di finanziamento dell’economia reale individuati dallo stesso Governo.

La legge di stabilità, infatti, non concede il credito di imposta su tutti gli investimenti di medio e lungo termine selezionati dai Fondi e dalle Casse a valle del dovuto processo di valutazione e di analisi, ma solo su quegli investimenti individuati da un apposito decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze. E qui c’è davvero da togliersi il cappello ed applaudire la fantasia al potere. Il Governo in un colpo solo aumenta la tassazione dei rendimenti e introduce un mal celato vincolo di portafoglio, entrando nel merito della scelta degli investimenti ed intervenendo a gamba tesa sul mercato. L’idea è infatti di quelle che producono effetti distorsivi potenzialmente importanti, alterando in maniera evidente la normale concorrenza tra prodotti offerti agli investitori istituzionali. Rispondendo a quali logiche non è poi dato sapere. Ci auguriamo siano quelle di ricerca del giusto profilo rischio/rendimento ma ci si permetta qualche dubbio in merito. Ed il dubbio ce lo fa venire anche l’esperienza recente del FIA, il Fondo per l’abitare, dove su due miliardi di dotazione chiesti anche alle Casse di Previdenza – quindi soldi dei lavoratori iscritti – e bloccati almeno fino al 2017, il Fondo ne ha utilizzati poco più del 10% con un valore nominale della quota che è sceso, rispetto al momento dell’emissione, di oltre il 12% ed un rendimento ipotizzabile (2% oltre l’inflazione) non certo entusiasmante. Ora il rischio è che operazioni del genere vengano riproposte su più ampia scala sotto la regia diretta del MEF, magari mascherandole di convenienza grazie allo specchietto per le allodole rappresentato dal “generoso” credito di imposta. Un credito che potrà in ogni caso essere utilizzato solo in compensazione a partire dal 2015 e comunque dall’anno successivo a quello nel quale viene effettuato l’investimento. Tempi ben diversi rispetto all’aumento dell’aliquota ordinaria che passa invece al 20% in maniera retroattiva già dal 2014. Due pesi e due misure, ovviamente.

In conclusione possiamo ben dire che Fondi Pensione e Casse di Previdenza escono da questa Legge di Stabilità fortemente penalizzati ma tutto fa pensare che l’attenzione dell’attuale Governo sia concentrata più verso i loro patrimoni – circa 180 miliardi di risparmio privato – che verso l’interesse reale degli iscritti e del loro futuro previdenziale. E questo preoccupa ancor più delle tasse che salgono.

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1 Response

  1. roberto alessi

    Penso che in questo pezzo vi sia un errore prorio all’inizio; l’intento è … incassare un pò di denaro. Anzi un altro pò di denaro su qualcosa che era rimasto in disparte. Quello che si definisce raschiare il fondo. Che i governi italiani, credo senza eccezzioni, si interessino di restituire liquidità ai cittadini per rilanciare i consumi interni resta una speranza senza speranze.

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