29
Gen
2021

Siamo eroi

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Matteo Sportelli.

Sì, siamo eroi. Tutti. Oltre ai più noti e giustamente celebrati. Sono eroi gli infermieri, gli operatori sanitari, le forze dell’ordine, i medici, gli scienziati. Senza dubbio. Ma lo sono anche i meno menzionati: neonati, bambini, adolescenti, adulti, anziani, ristoratori, albergatori, esercenti, imprenditori, lavoratori, disoccupati. Tutti, nessuno escluso.

Partiamo dai meno colpiti dal punto di vista sanitario ma i più colpiti dagli strascichi psicologici e pratici delle restrizioni anti-Covid: i giovani. Quest’ultimi non possono, salvo rare eccezioni, andare a scuola/università da febbraio/marzo 2020, non possono viaggiare se non per esigenze particolari, non possono incontrare gli amici con quella spensieratezza tipica della vita prepandemica, non possono godersi la famiglia come prima, non possono conoscere, scoprire, imparare. I giovani stanno sopravvivendo. Come lo stanno facendo anche altri. Adulti, per esempio, che devono mantenere una famiglia, con debiti e situazioni difficili alle spalle. Chi ringrazia queste persone per tutto ciò che hanno sacrificato? Il presidente della Repubblica Mattarella nel discorso di fine anno del 2020 ha, seppur una volta sola, ha speso un pensiero per «donne e giovani», che «sono stati particolarmente penalizzati», ma questo non basta. Non basta perché la cittadinanza tutta dovrebbe essere ringraziata sette giorni su sette per il sacrificio di questi mesi. Perché no, non è automatico che una persona rinunci alle abitudini della vita “precedente” in nome della salute pubblica. Chi lo fa va lodato e non va trattato, come è stato fatto fin troppe volte, da untore o da irresponsabile. Mi sarei aspettato sinceramente molto di più dalle nostre istituzioni che invece si sono poste sempre un gradino sopra ai cittadini, con toni arroganti o addirittura prepotenti nonostante le restrizioni più dure d’Europa. Proprio per questo ho deciso di indagare e di capire se e quante volte il presidente Mattarella (nel discorso del 31 dicembre 2020) e il premier Giuseppe Conte (in 9 tra comunicazioni al Parlamento e informative dal 26 marzo 2020 al 21 gennaio 2021) hanno speso parole verso la cittadinanza e in che modo l’hanno fatto. Certo, il Parlamento non è il luogo in cui il premier si rivolge ai cittadini, ma l’analisi può risultare comunque indicativa di una tendenza comunicativa.

 I discorsi analizzati attraverso il software di analisi del discorso politico AntConc sono stati ricavati dai sito della presidenza della Repubblica, del Governo e nel caso non fossero stati disponibili nei siti istituzionali, dai portali delle testate nazionali. Ho già menzionato il discorso del 31 dicembre 2020 del presidente Mattarella e ci sono alcuni segnali che mi portano a dire che è stato detto troppo poco riguardo agli sforzi che gli italiani hanno fatto in questi undici mesi. «Ma non va ignorato neppure quanto di positivo è stato realizzato e ha consentito la tenuta del Paese grazie all’impegno dispiegato da tante parti. Tra queste le Forze Armate e le Forze dell’Ordine che ringrazio». Questa è l’unica volta nel discorso di fine anno che Mattarella ha utilizzato il verbo “ringraziare”. Il sostantivo “ringraziamento” è stato invece utilizzato verso il termine del discorso allargando la gratitudine a tutti i cittadini: «Vorrei infine dare atto a tutti voi – con un ringraziamento particolarmente intenso – dei sacrifici fatti in questi mesi con senso di responsabilità». Una frase chiara e diretta che però non ha soddisfatto pienamente le mie aspettative. Come non le ha soddisfatte il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che colpevolmente nelle conferenze stampa di presentazione dei dpcm ha utilizzato un lessico da Statuto Albertino: «Consentiamo», «Permettiamo». La Costituzione italiana non concede diritti ma li riconosce. Forse non c’è stata malafede nel premier che sicuramente avrà tentato di “riscattarsi” nelle informative parlamentari. Così le ho analizzate per capire se il premier ha mostrato gratitudine nei confronti del popolo italiano o se lo ha considerato come un ostacolo nell’attuazione delle strategie anti-Covid. 

I discorsi (corpus) del presidente Conte presi in esame sono i seguenti e sono 9 tra comunicazioni e informative parlamentari dal 26 marzo 2020 al 21 gennaio 2021, per un totale di 45745 parole usate (word tokens): 

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La prima operazione svolta è stata quella di ricercare nella “word list”, la frequenza assoluta dei termini “grazie”, “ringraziare”, “ringrazio”, “ringraziamento/i”, “gratitudine”.

Per ognuno di questi termini è emersa una corrispondenza nei discorsi del premier. 

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Ciò che però è più importante il modo in cui queste parole sono state utilizzate e in che contesto se n’è fatto riferimento (concordance). Tra le frasi che più positivamente mi hanno stupito ho scelto di riportare le seguenti. Il 22 ottobre il premier dice: «Oggi siamo più pronti, grazie al lavoro e al sacrificio di tutti», in quel tutti si fa riferimento alla cittadinanza e viene giustamente mostrata gratitudine verso questo «sacrificio». Ciò che più mi ha colpito è stato un inciso del premier nell’informativa del 30 aprile 2020, a ridosso dell’inizio della cosiddetta “Fase 2”: «Alcune aziende specializzate nei giorni scorsi hanno segnalato come il valore reputazionale del nostro paese all’estero sia cresciuto notevolmente. L’immagine dell’Italia è cresciuta, secondo queste indagini, percepita come migliore all’estero. Ma questo non è tanto merito del governo, è merito dei cittadini, è merito dei cittadini italiani. Noi li dobbiamo ringraziare, li dobbiamo ringraziare per i sacrifici fatti, per i comportamenti virtuosi posti in essere. Se siamo sin qui riusciti a piegare la curva del contagio che sembrava destinata a risalire inesorabilmente è tutto merito loro». Questo del premier è uno spunto che tende a smentire le mie remore iniziali, che però non mi risulta convincente fino in fondo poiché i ringraziamenti generali non hanno lo stesso valore di ringraziamenti personalizzati e specifici a tutte le categorie. Cosa che però il premier non ha mai preso in considerazione: «Oggi siamo più pronti, grazie al lavoro e al sacrificio di tutti. L’elenco per soffermarmi in ringraziamenti personalizzati sarebbe molto lungo. Permettetemi però di ringraziare, ancora una volta, tutti gli operatori sanitari che sono in prima fila in questa dura battaglia, e permettetemi di ringraziare anche le donne e gli uomini della Protezione civile, in particolare il Capo dott. Borrelli e il Commissario dott. Arcuri, che sono costantemente impegnati e totalmente assorbiti dai loro compiti, ormai da tanti mesi», ha specificato Conte nell’informativa del 22 ottobre 2020. L’elenco però poteva e doveva essere fatto perché non esistono categorie meno meritevoli di altre e perché sarebbe stato un messaggio sicuramente apprezzato da un Paese mai come in questi anni restio nell’apprezzare la classe politica. È onesto e doveroso dire però che il presidente del Consiglio nei suoi discorsi in particolare in quello più recente del 21 gennaio 2021 ha speso parole per le associazioni di categoria del Paese: «Voglio approfittare di questa occasione pubblica per rivolgere un pensiero di ringraziamento, a nome del governo, a tutte le associazioni che rappresentano le categorie produttive». 

Un altro elemento che mi ha lasciato perplesso è la bassa frequenza assoluta del termine “giovani” utilizzato solo 4 volte nei discorsi analizzati. Il 21 maggio, in particolare, la parola è stata utilizzata come ammonimento e non come ringraziamento: «Mi rivolgo a tutti, soprattutto ai giovani dei quali è pienamente comprensibile l’entusiasmo per la riconquistata libertà di movimento. In questa fase, più che mai, rimane fondamentale, anche quando siamo all’aperto, il rispetto delle distanze di sicurezza e, ove necessario, l’utilizzo delle mascherine. Non è ancora questo il tempo dei party, delle movide e degli assembramenti vari. Occorre fare attenzione perché esporre se stessi al contagio significa esporre al contagio anche i propri cari». Un consiglio ai giovani che però mette in evidenza il motivo per cui i più giovani sono stati molto spesso considerati “gli untori” nei mesi della pandemia e non come categoria più penalizzata dalle decisioni del Governo. Proprio per questo ho poi deciso di rintracciare nelle informative l’utilizzo della parola “università” che mi è parsa un po’ fuori dai radar dell’esecutivo. La parola è stata utilizzata solamente 8 volte e nella maggior parte dei casi in riferimento alla necessità di sviluppo delle tecnologie legate alla didattica a distanza. 

Ciò che purtroppo è mancato da marzo 2020 è l’unione tra istituzioni e cittadini. Molto spesso ci siamo trovati a considerare il governo come un’organizzazione a noi ostile. È vero, in un momento di grave crisi sanitaria, a qualcosa è doveroso rinunciare ma, allo stesso tempo, non è corretto trattare milioni di cittadini come dei ribelli solo per aver comunque voglia di vivere. Tra le frasi che in questi mesi più mi hanno turbato c’è sicuramente quella del ministro degli Affari Regionali Francesco Boccia in occasione del Natale 2020: «Molti italiani non ci saranno più il prossimo Natale. Discutere di cenoni e feste con 600 morti al giorno è davvero fuori luogo», ecco, questa dichiarazione mi ha lasciato sgomento. In un periodo di stress, di tensione, di poca lucidità generale si possono trattare i cittadini in questo modo? Che cosa si spera di ricavarne? Ma questa frase non è stata la sola.  L’elenco delle critiche che potrei muovere alla comunicazione delle istituzioni sarebbe eccessivamente lungo e rischierei di dilungarmi in inutili polemiche troppo spesso mal digerite da chi mi circonda. Per concludere però vorrei lanciare una provocazione: e se premiassimo con un’onorificenza tutti i cittadini italiani? Io penso che la meriteremmo tutti, nessuno escluso.

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