29
Giu
2018

Osservatorio Economia Digitale–La guerra dei rider: asimmetrie informative e fallimenti dello Stato

La “carta dei valori del food delivery” non rappresenta una risposta alle questioni più o meno pretestuose sulla condizione lavorativa dei rider. E’, piuttosto, la conseguenza di un dibattito politico impermeabile alla realtà economica che pretende di regolamentare e, se adottata, finirà per peggiorare la qualità del servizio e danneggiare i fattorini stessi. Per capirlo, bisogna fare un passo indietro e guardare alla teoria economica.

Le asimmetrie informative sono considerate un fallimento del mercato, in quanto la differente distribuzione dell’informazione tra le parti che prendono parte agli scambi può condurre a conseguenze negative. In un paper celeberrimo, “The Market for Lemons”, l’economista e futuro Premio Nobel George Akerlof offre diversi esempi per chiarire il concetto. Quello forse più noto e intuitivo è la rivendita di auto usate: mentre il venditore conosce perfettamente la qualità del veicolo, il compratore non ne sa nulla. Di conseguenza, l’uno tenderà a magnificare le caratteristiche dell’auto, per tirare su il prezzo; l’altro darà per scontata la sua fanfaronaggine, tenderà a non fidarsi e vorrà pagare un prezzo inferiore. L’impossibilità per il venditore di convincere il cliente che l’auto è davvero in un ottimo stato (anche se lo è) farà sì che i prodotti migliori non siano neppure offerti, perché nessuno sarà disposto a sborsare quanto richiesto. La qualità dei prodotti, di conseguenza, continuerà a declinare.

La risposta classica a questa spirale sta nella regolamentazione (per esempio gli standard minimi al di sotto dei quali un’auto non può essere venduta). Il problema, qui-e-ora, non è discutere l’efficacia dei singoli provvedimenti, ma attirare l’attenzione sul fatto che, negli ultimi anni, il mercato ha corretto il suo stesso fallimento: grazie all’economia digitale, infatti, è possibile ridurre le asimmetrie informative. E’ il caso delle piattaforme di condivisione che si basano sul sistema del rating.

Prendiamo la mobilità urbana, confrontando il servizio di Uber con quello dei taxi. Quando prendo un taxi, posso assumere che rispetti un livello minimo di servizio (altrimenti perderebbe la licenza) ma non ho alcun modo di sapere se sia migliore o peggiore di un suo collega. Inoltre, il ritiro della licenza avviene solo in casi eccezionali e presuppone comunque un’attività capillare di controllo che, concretamente, non è possibile svolgere. Al contrario, gli utenti di Uber assegnano un “voto” al loro autista. In tal modo, i) la piattaforma può espellere quelli che ottengono risultati non soddisfacenti (basandosi sui giudizi decentralizzati e sistematici dei consumatori, non su un controllo occasionale e centralizzato) e ii) il consumatore può valutare i feedback degli altri e decidere se prendere una corsa oppure no. Analogamente, gli autisti valutano i passeggeri, in modo da consentire ai loro colleghi di rifiutare la chiamata – per esempio – di quelli più maleducati.

Un meccanismo simile vige nelle piattaforme di food delivery. Valutare la qualità di un fattorino in bicicletta sarà forse meno importante di conoscere l’abilità alla guida del proprio driver o le condizioni di un appartamento (o di un ospite) affittato su Airbnb, ma comunque contribuisce alla qualità del servizio – dando ai clienti la possibilità di premiare, per esempio, i rider più solerti e disponibili. Parimenti, per i rider è utile sapere se un cliente è generoso nell’elargire la mancia, o se invece maltratta i fattorini.

Finalmente, arriviamo al punto centrale: la “carta dei valori” a cui hanno aderito diverse piattaforme (Foodora, Foodracers, Moovenda e Prestfood) mentre altre si sono dissociate (Deliveroo, Glovo, JustEat, UberEats). Tale dichiarazione, adottata volontariamente sulla scorte delle indiscrezioni sul decreto dignità, prevede tra l’altro “l’abolizione degli algoritmi reputazionali che assegnano i turni più appetibili ai rider che si dimostrano più disponibili e puntuali”. Di fatto, si tratta di un primo passo verso una rivendicazione della Cgil, che chiede di “negoziare” gli algoritmi con le app (!!) e in ogni caso limitarne o annullarne l’utilizzo ai fini del controllo dei lavoratori.

Ora, guardate l’effetto economico di questo impegno “volontario”: attraverso i meccanismi reputazionali, le piattaforme producono un bene pubblico (l’informazione) e consentono da un lato di migliorare i servizi offerti, dall’altro di valorizzare le preferenze dei consumatori anche rispetto a variabili difficilmente osservabili centralmente (come la simpatia dei rider), dall’altro ancora di farsi concorrenza non solo sul prezzo ma anche sulla qualità. Il paradosso è che l’eliminazione degli algoritmi reputazionali, rendendo impossibile per i consumatori avere un’idea di chi li servirà, finirà per scaricare l’intera tensione competitiva sul prezzo: se non posso premiare (scegliendolo) il rider più gentile, darò per scontato che siano tutti ugualmente scortesi e userò la piattaforma che mi fa pagare di meno, con tanti saluti alle retribuzioni dei fattorini e i complimenti del signor Akerlof.

Insomma: si ha un fallimento del mercato quando la normale interazione tra domanda e offerta produce un esito non efficiente. Si ha un fallimento dello Stato quando è l’intervento pubblico a generare inefficienze. Ma come chiamare la situazione in cui il mercato risolve un suo stesso fallimento, e lo Stato invece lo induce a tornare sulla vecchia strada? Forse si potrebbe parafrasare l’antico detto: fallire è umano ma imporre il fallimento è politico.

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1 Response

  1. arthemis

    la faccenda mi pare un po’ diversa: il servizio di consegna nel suo complesso dipende dal tempo (e qui c’entra direttamente la piattaforma dietro la app, in come fa gli abbinamenti ecc.) e dalla cortesia del fattorino. Se possono essere dati due giudizi specifici non vedo problemi, anzi: ma se il giudizio è singolo, la reputazione messa a repentaglio non è quella del singolo rider ma -anche- quella della piattaforma. Come posso sapere se il fattorino ci ha impiegato tanto perché la piattaforma ha assegnato ‘troppe’ consegne?
    Nel caso di UBER viene chiesto il giudizio specifico sul driver; nulla vieta che ci sia una app anche per dare il giudizio sui tassisti, partendo dal numero di licenza…

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