13
Giu
2018

Osservatorio Economia Digitale – Il salario (dei riders) come variabile indipendente? La lezione di Lama a Milena Gabanelli

Il ritorno del salario come variabile indipendente? Fu Luciano Lama, in una celeberrima intervista del 1978, ad archiviare tale bislacca teoria. Quarant’anni dopo, essa viene riesumata da Milena Gabanelli, in un articolo a quattro mani con Rita Querzè, a proposito della vicenda dei rider, i fattorini che lavorano per le piattaforme online. La tesi è molto semplice: tali lavoratori ricevono compensi ridicoli, non godono di alcuna tutela, e vanno pertanto assoggettati al medesimo trattamento riservato, per esempio, agli addetti della logistica, a cui spetta un minimo contrattuale pari a circa 7 euro netti.

Non è la prima volta che Gabanelli interviene sull’economia digitale (per esempio qui), e non è l’unica a interessarsene (tra gli altri, l’immancabile Massimo Gramellini). Anche politicamente, i rider sono diventati un soggetto “ingombrante”: li ha incontrati Luigi Di Maio appena insediatosi al Ministero del Lavoro e dello Sviluppo economico, li ha cercati Maurizio Martina nel disperato tentativo di ricuperare un’iniziativa politica. La Cgil ne ha patrocinato uno sciopero, a cui peraltro essi non hanno partecipato.

Tutte queste iniziative, però, si sono finora scontrate su un muretto e su un muro. Il muretto è quello delle norme vigenti: il Tribunale di Torino ha recentemente respinto un ricorso di alcuni rider ritenendone la condizione più simile a quella dei lavoratori autonomi che ai lavoratori subordinati. Poco male, si dirà: si tratta di una prima sentenza che, per quanto importante, potrebbe essere ribaltata in altre circostanze, e che molti hanno criticato anche con argomenti persuasivi (Michele Faioli) mentre altri ne hanno tratto spunto per invocare un adeguamento della disciplina vigente (Pietro Ichino).

Dietro il muretto delle norme c’è, però, il muro dei numeri: e, se quelli forniti da Gabanelli e Querzè sono corretti, lasciano poco spazio all’immaginazione. Le due giornaliste ricostruiscono il salario orario dei fattorini in servizio con diverse piattaforme. I risultati sono riportati nell’infografica seguente.

 

Ora, anche a uno sguardo distratto si può osservare che – sebbene la remunerazione dipenda spesso dal numero di consegne – essa verosimilmente non si discosta molto dai 7 euro netti della logistica, su base oraria. E anzi, nel caso di rider particolarmente intraprendenti, molto probabilmente li supera, senza neppure tener conto delle mance che quasi tutti lasciano (in contanti o tramite app) al momento della consegna.

La seconda osservazione è che, mentre il lavoratore della logistica tipicamente svolge mansioni che lo impegnano continuativamente, il fattorino delle piattaforme pedala solo quando viene chiamato e comunque se e solo se ritiene di accettare la consegna. E’ questa, peraltro, una delle ragioni per cui il giudice di Torino ne ha qualificato le attività come lavoro autonomo. In ogni caso, è evidente che il rider non ha vinto la lotteria del “posto fisso”, ma approfitta di una possibilità a disposizione di chi si trova momentaneamente disoccupato o comunque sotto-occupato e in tal modo integra il proprio salario (il Corriere stesso parla di “gig economy”, o “economia del lavoretto”). Nulla di nuovo sotto il sole, per carità: l’unica differenza col passato è che il fattorino di venti o trent’anni fa, non potendo contare sull’intermediazione di una piattaforma, molto probabilmente lavorava di meno e soprattutto lo faceva in nero, con tutele ancora inferiori.

La terza osservazione è proprio sulle stime di Gabanelli e Querzè, che ipotizzano di ordinare una cena del costo di 30 euro (più mancia, speriamo). Di questi, 21 vanno in tasca al ristoratore, 5 alla piattaforma (di cui 4 a copertura dei costi), e 4 al fattorino (corrispondenti a 3,6 netti). In altre parole, il fattorino intasca il 13,3 per cento dell’intero esborso, una cifra pari all’80 per cento dei ricavi della piattaforma e, in termini netti, 3,6 volte l’utile ante-imposte della app. E’ difficile – secondo un criterio spannometrico di equità – giudicare ingiusta questa ripartizione. Ma sarebbe ancor più difficile giustificare la sostenibilità economica di un business in cui i costi del servizio (la consegna) già equivalgono a circa la metà del valore del bene consegnato (il pasto). Sarebbe davvero una brutta sorpresa se, anziché avere un lavoretto a 4 euro a consegna, il rider si trovasse disoccupato a 7 euro.

Forse conviene richiamarsi ancora una volta alle sagge e dimenticate parole di Lama: l’idea del salario come variabile indipendente, al pari del profitto come variabile indipendente, è “una sciocchezza, perché in un’economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall’altra”.

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