4
Apr
2021

Václav Havel: la responsabilità come antidoto a populismo, totalitarismo e burocrazia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Amedeo Gasparini, www.amedeogasparini.com

Il drammaturgo, dissidente e politico Václav Havel è stato un coraggioso difensore dei diritti umani e della responsabilità individuale: essendo cresciuto e poi perseguitato in un paese che non garantiva il rispetto dei primi e annullava la necessità della seconda, sapeva bene cosa comportasse la loro mancanza. Assieme ad altri dissidenti cecoslovacchi del suo tempo, Havel ha sperimentato sulla sua pelle cosa volesse dire vivere sotto il totalitarismo, ammantato da uno strato di populismo e burocrazia stritolante. Havel non si limitava a criticare i mali del sistema totalitario, ma offriva un’alternativa a tale regime, anche tramite la funzione pedagogica del teatro. Scomparso dieci anni fa, nel dicembre 2011, aveva compreso con anticipo il vento dell’autoritarismo vecchio e nuovo che si abbatteva sull’Occidente, a partire dalle sue frontiere orientali.

A Vladimir Putin, all’epoca al potere “solo” da un decennio, riservò parole piuttosto dure. Come riportato da Michael Žantovský (Havel. A life) per l’ex Presidente ceco, «l’era di Putin ha portato un nuovo tipo di dittatura, tanto più pericolosa per la sua maschera poco appariscente […] in quanto sposa il peggio del comunismo e il peggio del capitalismo.» Un giudizio analogo lo si potrebbe immaginare anche nei confronti di Xi Jinping oggi. Secondo Havel, l’oppressione dell’individuo e la sua de-responsabilizzazione nel totalitarismo e nello Stato autoritario lo rendono non-libero. Havel diagnostica tre grandi mali che impediscono all’individuo di essere libero.

Al primo posto, il sistema che Havel chiamava post-totalitario. Quell’apparato statale, come spiega ne Il potere dei senza potere, «ossessionato dal bisogno di legare ogni cosa con un regolamento. La vita in esso è percorsa da una rete di ordinanze, avvisi, direttive, norme, disposizioni e regole […] Buona parte di queste norme sono lo strumento diretto della manipolazione della vita individuale, tipica del sistema post-totalitario: l’uomo è solo l’insignificante ingranaggio di un meccanismo gigantesco; il suo valore è limitato alla funzione che in esso svolge; impiego, alloggio, movimenti, espressioni sociali e culturali, tutto deve essere il più possibile abbottonato, codificato e controllato.» Il sistema post-totalitario deresponsabilizza e non usa i metodi violenti, proprio perché è penetrato nella mente degli individui. E la svuota, per riempirla populisticamente di promesse, concetti e dogmi del Partito e del culto dello Stato, nonché del collettivismo.

Qualsiasi sistema post-totalitario che si rispetti, dev’essere inoltre fondato sul secondo male identificato da Havel. Quell’intricato sistema burocratico che esaspera l’individuo in una sconclusionata, macchinosa, sterile logica servile. In alto lo Stato – il Partito e le sue articolazioni clientelari –; in basso l’individuo. Il sistema burocratico è un labirinto inutile, ma tuttavia la migliore garanzia del funzionamento della grande macchina totalitaria. Sempre ne Il potere dei senza potere, Havel spiega che nell’assurdità del marchingegno assolutistico «il potere della burocrazia si chiama potere del popolo; la classe operaia viene resa schiava in nome della classe operaia; la totale umiliazione dell’uomo viene contrabbandata come la sua definitiva liberazione; l’isolamento dalle informazioni viene chiamato divulgazione; la manipolazione autoritaria è chiamata controllo pubblico […]; il soffocamento della cultura si chiama suo sviluppo […]; la mancanza di libertà di espressione come la forma più alta di libertà; la farsa elettorale come la forma più alta di democrazia; la proibizione di un pensiero indipendente come la concezione più scientifica del mondo».

In questo sistema assurdo, circolare e autoreferente l’individuo è privato del diritto a dissentire rispetto a banalizzazioni, svilimenti concettuali e manipolazioni dell’autorità illegittima e criminale. E questo si collega all’intrinseco anti-populismo di Havel, che nelle sue opere teatrali e politiche ebbe la forza di trasmettere l’importanza della verità e della responsabilità – due tra i nemici supremi della logica populistica. La ricerca di questi due elementi presuppone difatti un anti-populismo di fondo. Ad Havel non interessava piangersi addosso e fare dell’insieme dei cittadini una vittima del Partito Comunista Cecoslovacco. Arrivato alla Presidenza della Repubblica a seguito della Rivoluzione di Velluto, nel messaggio alla nazione del 31 dicembre 1989 Havel spiegò l’importanza della responsabilità individuale come criterio per una vita nuova.

«Per quarant’anni in questo giorno i miei predecessori vi hanno detto […] quanto fosse prospero il paese, quanti miliardi di tonnellate d’acciaio abbiamo prodotto, quanto siamo felici. Non credo che mi abbiate messo in questo posto perché menta anch’io. Il nostro paese non è prospero. La nostra potenzialità creativa non è usata. Lo Stato che si definisce “dei lavoratori” sfrutta e umilia lavoratori. Abbiamo la peggiore condizione ambientale in Europa. Ma il peggio […] è che viviamo in un ambiente morale inquinato. Siamo moralmente malati perché ci siamo abituati a dire una cosa e pensarne un’altra. Nozioni come amore, amicizia, compassione, umiltà, capacità di perdonare hanno perso dimensione, profondità […] Il regime, armato della sua ideologia arrogante e totalitaria, ha avvilito l’uomo a forza produttiva e la natura a strumento di produzione, ha trasformato persone capaci di agire in ingranaggi di una macchina mostruosa, scassata […], senza scopo, buona solo a distruggersi da sola, lentamente ma sicuramente, con tutti i suoi ingranaggi.»

Havel spiega che anche il cosiddetto popolo è colpevole di fronte alle macerie del sistema burocratico-totalitario. «Ci siamo abituati, tutti, al sistema totalitario, lo abbiamo accettato come realtà inalterabile e con questo l’abbiamo tenuto in moto. In una misura o nell’altra, siamo tutti responsabili del suo funzionamento: nessuno è stato soltanto una vittima. Non possiamo dare tutta la colpa a coloro che ci hanno governato, perché ciò ci farebbe venir meno alle nostre responsabilità di oggi». Havel non scusa. E non scusa neppure se stesso per le sue mancanze – eppure era un dissidente. Havel non si esime dalle proprie responsabilità di cittadino: quale messaggio potrebbe essere più antipopulista di quello che si rifà alla corresponsabilità popolare vis-à-vis i disastri del sistema post-totalitario? Chi oggi tra la classe dirigente dei paesi occidentali avrebbe mai il coraggio di dire che se il loro Stato è sostanzialmente in fallimento, questo è anche colpa di milioni di cittadini indifferenti a cui il sistema degenerato ha fatto comodo in un modo nell’altro?

La rinascita e il riscatto dell’individuo è possibile solo se ci si assume le proprie responsabilità. I paesi crescono grazie al senso di responsabilità e alla libertà individuale. L’alternativa più catastrofica – e non è un’eccezione, al giorno d’oggi – è la complessa macchina statale post-totalitaria, burocratica e populista, che deresponsabilizza l’individuo, Havel aveva il coraggio della responsabilità: è questa la migliore arma contro la burocrazia gravante, il sistema post-totalitario opprimente, nonché il metodo populista che usa e inganna i cittadini. L’eredità più preziosa di Václav Havel è l’anticollettivismo, il rifiuto di considerare l’essere umano, l’individuo, come un semplice ed irresponsabile ingranaggio di una macchina criminale e ingorda, come quella di uno Stato degenerato. Per Havel, l’individuo ha sentimenti e ragione. Deve essere libero, ma la libertà ha un prezzo: quello della responsabilità. Havel invita a scegliere la strada della verità, del pensiero, della responsabilità individuale. Sapeva che senza responsabilità non può esserci libertà.

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