Riappropriamoci del futuro
Ripubblichiamo di seguito l’articolo di Gian Carlo Blangiardo uscito oggi su Lisander
È stato appena reso noto il totale delle nascite in Italia nei primi 11 mesi del 2025. Un dato da cui si rileva una variazione negativa del 4,2% rispetto allo stesso periodo del 2024, ossia rispetto a un anno che, con 369.944 nati, aveva ristabilito per l’ennesima volta il record della più bassa natalità di sempre nella storia d’Italia.
Prosegue pertanto il crollo avviato a partire dal 2008 e si conferma un sorpasso dei decessi sulle nascite nell’ordine delle 300 mila unità. Un fenomeno che, diversamente da quanto recentemente accaduto in Francia per un analogo surplus di soli 4 mila morti, non sembra vada suscitando da noi reazioni particolarmente allarmistiche. D’altra parte lo scenario che prefigura nel nostro Paese uno stato di “malessere demografico”, con effetti (diretti) sulla consistenza numerica e la struttura per età della popolazione e (indiretti) sugli equilibri – sociali, economici, culturali e politici – che da essa derivano, non è una novità di questo tempo. È una realtà che viene da lontano e alla quale sembra che ormai ci si sia (ahinoi!) assuefatti. Ricordo che correva il 1980 allorché nel “Rapporto sulla Popolazione in Italia” – edito dall’Istituto della Enciclopedia Italiana con presentazione di Francesco Cossiga in qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri – l’introduzione della senatrice Maria Eletta Martini, presidente del Comitato nazionale per i problemi della popolazione che aveva curato il volume, avvertiva l’importanza e l’utilità di «[…] segnalare i dati demografici e le problematiche che, ora e in futuro, esse pongono a chi voglia programmare l’azione pubblica, a chi voglia dedurne attività di orientamento nei comportamenti personali e collettivi, a chi voglia – o debba – farsi carico dei risvolti di natura culturale, educativa, morale che da questi emergono» (p.11).
Si era nell’anno in cui le nascite in Italia scendevano sotto la «soglia Caporetto», ossia il dato del 1918 dopo la catastrofe militare dell’autunno 1917 (Esposito, 2024), ma il salto dalla conoscenza delle tendenze alle conseguenti azioni per orientarle e governarne gli effetti era ben lungi dal prendere il via. Non lo fece allora, né ebbe modo di farlo nei decenni successivi, nonostante le lodevoli iniziative con cui i demografi italiani e talune prestigiose Istituzioni (come l’Istituto Ricerche sulla Popolazione del CNR presieduto dal compianto Antonio Golini) avessero tentato più volte di stimolare interventi adeguati in risposta alle problematiche legate a una demografia già in evidente e crescente difficoltà.















