5
Lug
2014

Poteri dorati e faccia di bronzo

Mentre sale di tono la discussione fra le due anime di Telecom Italia riguardo al futuro di Tim Brasil, Bloomberg paventa un possibile intervento del governo, che starebbe considerando di rimodulare l’ambito di applicazione dei cosiddetti golden power al fine di paralizzare la cessione della controllata brasiliana. L’immediata risposta dei listini, con tonfi di oltre il 4% a Milano e San Paolo, dovrebbe dire molto sulla sensatezza della proposta. Invero, vanno registrati i pareri scettici – incluso quello del presidente di Telecom Recchi: «un’ipotesi surreale sul piano dei rapporti fra paesi nei mercati internazionali e senza possibilità di fondamento nel quadro normativo in vigore» – e i recuperi in borsa alla chiusura, che sembrano indicare il tramonto della folle tentazione. Tuttavia, è il caso di svolgere qualche considerazione a futura memoria.
La nuova disciplina sui poteri speciali, completata solo nel giugno scorso con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei d.p.r. nn. 85 e 86, risponde alle contestazioni sollevate dalla Commissione Europea in merito alla compatibilità della vecchia golden share con il diritto comunitario. In luogo di poteri specifici (quanto all’ambito) ed ampi (quanto all’estensione) esercitabili nella gestione delle società pubbliche o privatizzate, si sono introdotti poteri generali e più circoscritti invocabili in riferimento alle aziende titolari di asset strategici e operanti in settori chiaramente delineati – la difesa, da un lato; energia, comunicazioni e trasporti, dall’altro. L’iter normativo si è chiuso a oltre due anni di distanza dal d.l. 21/2012 e, sebbene il risultato sia tutt’altro che ottimale, va riconosciuto al governo Renzi il merito di aver dipanato una pericolosa ambiguità alimentata dal precedente esecutivo: quella della possibile inclusione delle infrastrutture di comunicazione tra gli attivi strategici ai fini della sicurezza nazionale, destinatari di una protezione più intensa.
Naturalmente, il parametro a cui rapportare la rilevanza strategica delle reti e degli impianti è l’interesse nazionale, del resto contemplato espressamente dal decreto 21/2012 (art. 2, co. 1) e dettagliato attraverso il riferimento al servizio universale: sicché non sarebbe comunque possibile – né sufficiente – operare sui regolamenti per pretendere di attrarvi infrastrutture che sorgono dall’altra parte dell’Atlantico e servono clienti che con l’Italia non hanno alcun legame. La garanzia che rende operanti i poteri speciali riguarda gli asset – e si estende solo indirettamente alle società che li detengono. Pertanto, ogni modifica volta ad ampliarne l’ambito di applicazione, in direzione – per così dire – soggettiva, appare radicalmente incompatibile con l’impianto della disciplina.
Irricevibile è anche il suggerimento di chi vorrebbe valorizzare la relazione puramente finanziaria tra il controllo della partecipazione brasiliana e la capacità di investimento sulla rete in Italia, per giustificare – a normativa invariata – l’interposizione di un veto all’alienazione. Si propone, cioè, anche in questo caso – e senza neppure l’impiccio di riscrivere le norme – di prescindere dalla rilevanza degli asset in sé considerati, per imporre le opinioni estemporanee del governo sulla gestione aziendale e sulle strategie industriali, che, fino a prova contraria, competono unicamente agli organi societari.
Ma il carattere grottesco della proposta emerge in tutta la sua evidenza se la confrontiamo con la ratio politica della disciplina sui poteri speciali: quella di prevenire l’ingresso di operatori stranieri, e pertanto meno controllabili, nel mercato nazionale – basti ricordare l’accelerazione impressa al dossier dalla crescita di Telefonica in Telecom, per il tramite di Telco. Si tratta di un privilegio sufficientemente odioso: ma l’idea che esso possa legittimare un’ingerenza anche nelle cessioni di beni detenuti all’estero – e, dunque, di frapporsi non solo all’operatività di aziende private che hanno la sfortuna di battere bandiera italiana, ma anche al libero dispiegarsi delle vicende economiche di un altro paese – è il frutto evidente di un delirio di onnipotenza. Nuove frontiere del protezionismo. Bastavano le vecchie.

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