Poste compra TIM. E poi?
Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Mario Dal Co
Carlo Stagnaro ha indicato, con la ricerca dedicata alla “postalizzazione delle telecomunicazioni” (IBL Focus n. 378 del marzo 2025) le ragioni che si oppongono, dal punto di vista della tutela della concorrenza, all’espansione di Poste nel settore delle telecomunicazioni. Ai suoi aggiungiamo qualche argomento alla luce dell’offerta pubblica di scambio avanzata da Poste per TIM.
Il fatturato per dipendente di quattro grandi aziende internazionali di telecomunicazioni nel 2024 è compreso tra 317 mila euro di Orange e i 579 di Deutsche Telecom con Vodafone in posizione intermedia a 440 e TIM a 551. La produttività di TIM è quindi superiore a quella di alcuni importanti aziende dello stesso settore, mentre la redditività è bassa. Quindi il P/E ovvero il rapporto tra valore di borsa e profitti è intorno a 14 per le concorrenti e addirittura negativo per TIM (-7) a causa delle perdite a livello di gruppo e del massiccio debito che ancora affligge l’azienda. Ma i conti di TIM stanno migliorando rapidamente.
La soluzione dei problemi di TIM verrà quindi dalla proposta acquisizione da parte di Poste Italiane SpA? Agli attuali valori di borsa, anche tenendo conto del premio del 9% riconosciuto dall’offerta di scambio, Poste fa un buon acquisto. Ma sarà poi in grado di gestire una azienda che fattura più di Poste e che ha una produttività (prodotto per addetto) che è 5 volte superiore?
Infine l’ultima domanda. Che il governo e magari anche l’opposizione sia felice della ri-pubblicizzazione di TIM non stupisce: sono nuovi posti di comando importanti da distribuire. La privatizzazione di Telecom sortì esiti infausti a causa della non trasparenza della nostra borsa, della inefficace regolazione e controllo dei mercati finanziari, delle malversazioni degli investitori, che caricarono l’azienda di debiti per non tirare fuori i soldi veri degli investimenti necessari. Quegli investitori furono agevolati da scelte di governo conniventi. Ma che la privatizzazione fosse necessaria non ci sono dubbi. Rimangiarsela non risolve il problema di TIM, vittima anche delle incertezze delle province dell’impero pubblico, in contrasto tra di loro, mai chiare in materia di reti e di controllo. Questa mancanza di chiarezza è anche alla base dell’attuale volontà di ri-pubblicizzare.
Secondo PricewaterhouseCoopers, le telecom debbono reinventarsi il modello di business, per superare la attuali strozzature del mercato, ossia una crescita modesta del fatturato accompagnata dalla riduzione della redditività per utente. Devono entrate nel mercato AI, fatto di data center, di infrastrutture che li collegano, semplificando e approfondendo il loro modello di business e rivolgendolo alle imprese.
L’integrazione con l’intelligenza artificiale può ridurre i costi, la latenza, abbandonare prodotti e servizi vecchi e onerosi, semplificare le forniture di apparecchiature. (Forse, con l’aiuto di AI o anche di una intelligenza umana normale, TIM potrebbe eliminare inutili iniziative di marketing – aggiungo io che vengo continuamente chiamato da TIM, di cui sono già cliente, per propormi di passare a TIM).
Domanda finale: la sfida tecnologica che sta di fronte a TIM è una sfida che Poste è in grado di affrontare? La cultura commerciale di Poste ruota intorno alle famiglie, ai pensionati e alla pubblica amministrazione: sarà in grado di portare TIM ad offrire alle aziende servizi competitivi alle aziende, nel cloud, nel 5G, nell’intelligenza artificiale?















