3
Giu
2014

Perché si dicono tante sciocchezze nel dibattito energetico in Italia?

Tutte le volte che si parla di energia, si finisce in una specie di olimpiade della retorica nella quale mancano i riferimenti fattuali condivisi. Sembra che si possa avere indifferentemente tutto e il suo contrario. Perché?

E’ una domanda che mi sono fatto tante volte. Mi sono ritrovato a pensarci qualche giorno fa, stimolato da un post di Dario Bressanini su Facebook e da un suo articolo sul Fatto Quotidiano. Post e articolo forniscono una buona diagnosi del problema ma non arrivano a dare una risposta, perché si fermano al – pur fondamentale – lato “scientifico” della questione. Sono convinto che, se anche ci mettessimo tutti d’accordo su ciò che è scientificamente ovvio (e non sarebbe poco), rimarremmo nei pressi di dove siamo, magari dopo un (salutare) sforzo di aggiustamento degli ordini di grandezza (nel senso: se il sole ci manda 200 W/m2, non c’è tecnologia nota o ignota che possa cavarne più di 200 W/m2, anzi meno perché oltre al primo principio della termodinamica c’è pure la rogna del secondo).

Né convincono spiegazioni generali del tipo “gli italiani sono ignoranti nelle materie scientifiche”. Questo è parte del problema, non lo esaurisce. Del resto, anche gli inglesi, i cosacchi e i bielorussi sono (suppongo) similmente, e razionalmente, ignoranti, in media, su questioni tecniche, eppure, spesso, hanno un dibattito pubblico (non troppo) migliore. Inoltre, gli italiani sono ignoranti anche su altri temi. Infine, il dibattito sull’energia è abbastanza carente più o meno a tutte le latitudini, anche se alle nostre più che ad altre. Per giunta, l’argomento dell’ignoranza può valere per il pubblico in generale, ma non per gli esperti interpellati dai giornali.

La risposta non può essere neanche, come inizialmente avevo ipotizzato io, che – quando si parla di energia – manca un codice di linguaggio condiviso. In fondo, questa è al massimo una descrizione del problema, non certo una sua spiegazione; e in ogni caso non cade troppo lontano dall’argomento dell’ignoranza. A complicare le cose, è il fatto che il problema si pone sia che si parli di energia in senso lato che di energia elettrica (con cui spesso viene confusa), sia che ci si riferisca a specifiche fonti (petrolio, rinnovabili, ecc.) sia che si parli delle implicazioni ambientali dei consumi energetici. In questa prospettiva, è poco rilevante – altro approccio molto gettonato, e pure vero – che parliamo di energia con lo spirito dei tifosi: è vero che tendiamo a dividerci tra gli ultrà delle rinnovabili e i talebani del nucleare, fan del carbon e innamorati del gas, ma – ancora una volta – questo accade più o meno in qualunque campo, senza arrivare agli esiti paradossali che vediamo quando si discute di energia. I tecnici amano rifugiarsi nell’alibi della complessità, ma di alibi appunto si tratta, visto che oggigiorno non c’è tema che non sia complesso.

Allora, perché? A mio avviso il problema sta nello schema concettuale che quasi tutti utilizziamo. Tale schema poggia su un pregiudizio legato al modo in cui il settore energetico è stato organizzato negli ultimi decenni, in Europa e in buona parte del mondo, ossia come monopolio pubblico. Questo ci spinge a pensare all’energia come a un mondo a sé, che segue le sue regole e soprattutto segue dinamiche del tutto diverse rispetto a quelle che spiegano, chessò, le telecomunicazioni, l’ortofrutta o la moda. Certo, l’energia ha le sue peculiarità, regolatorie e tecniche, ma anche le telecomunicazioni, l’ortofrutta e la moda le hanno. (Per inciso: le somiglianze tra energia e industria della pasta sono impressionanti: in entrambi i casi gli operatori devono acquistare una materia prima diversificata sui mercati internazionali, scegliere macchinari e processi per trasformare la materia prima nel prodotto finito nel rispetto di una molteplicità di norme e regolamenti, e poi arrivare al cliente finale attraverso mercati all’ingrosso e al dettaglio e canali distributivi ramificati e complessi anch’essi pesantemente regolamentati. Nella pasta, come nell’energia, può capitare che vi sia un eccesso di capacità produttiva, o alternativamente un temporaneo eccesso di domanda, ma nessuno, che io sappia, propone l’adozione di pasta payment o altri meccanismi di remunerazione della capacità non utilizzata, in quanto tutti si accontentano dei segnali di prezzo dei mercati pasta only).

Una conseguenza – anzi, dal mio punto di vista la conseguenza – di questa percepita (ma non provata) eccezionalità dell’energia è che rifiutiamo, istintivamente, di trattare l’energia seguendo la logica economica. Appunto, l’energia è diversa. Ovviamente, qualunque bene o servizio venga prodotto ha anche una sua inevitabile dimensione economica, e questo neppure i più ostinati fautori dell’eccezionalità energetica arrivano a negarlo. Ragion per cui questo atto di rimozione intellettuale si traduce non già nell’idea – che del resto i fatti si prendono la briga di falsificare ogni picosecondo – che l’energia non si compri e non si venda, o che segua le regole dell’economia del dono (“energia gratis per tutti, se solo le multinazionali non ce lo impedissero…”). Esso conduce piuttosto all’adozione, implicita e forse addirittura inconsapevole, di un modello ipersemplificato che riconduce pressoché ogni aspetto del mercato dell’energia a variabili politiche. Il titolo di questo post ricalca fedelmente quello di uno straordinario articolo di Sandro Brusco, che alcuni anni fa si chiedeva – appunto – perché si dicono tante sciocchezze nel dibattito economico. La soluzione del busillis è la stessa.

La risposta di Sandro allora, e la mia adesso, è che molti – la maggioranza, in verità – leggono la realtà secondo un “modello superfisso”, nel quale i bisogni sono dati, i metodi di produzione sono fissi, e il mondo non cambia.

Pensateci: la domanda di energia è sempre interpretata come nota a prescindere. In particolare, la domanda di energia è indipendente dai prezzi. Inoltre i metodi per produrre l’energia quelli sono, quelli sono sempre stati e quelli sempre saranno: il petrolio, il gas, l’eolico, il fotovoltaico, il nucleare, ecc. (i nerd sorvoleranno sul minestrone tra fonti primarie e tecnologie). Essi sono perfettamente intercambiabili: senza alcuna perdita di efficienza tecnica o economica possiamo fare le automobili a carbone oppure gli altoforni eolici. Essendo le diverse tecnologie note e perfettamente sostituibili, un sistema energetico può essere disegnato secondo la fantasia del disegnatore: per esempio, tutto e solo nucleare oppure tutto e solo fotovoltaico (oppure, e anche questo è un déjà vu, 25% nucleare, 25% rinnovabili, 25% carbone e 25% gas). In tutto ciò, va da sé, i prezzi non giocano alcun ruolo, se non di natura redistributiva. Questo implica, tra l’altro, che i prezzi dell’energia contano solo per i consumatori energivori, oltre che per i produttori: perché una loro variazione (che, naturalmente, può essere decisa top down) implica un grande spostamento di risorse a loro favore o contro di loro. Il fatto che l’energia sia un fattore di produzione il cui costo è incorporato nel costo dei prodotti, e che l’effetto delle sue variazioni dipenda in ultima analisi dall’elasticità della domanda di questi prodotti e dall’esistenza di tecnologie e processi produttivi alternativi è privo di significato, perché il modello superfisso non si applica solo all’energia ma anche a tutti gli altri prodotti. La tecnologia, infine, non cambia, tranne che per gli straordinari progressi delle fonti rinnovabili che diventeranno sempre più competitive. Attenzione però: un corollario di quanto detto sopra è che tale maggiore competitività non ne aiuterà (né la sua assenza ne frenerà) la potenziale diffusione: avrà solo l’effetto di trasferire risorse dai (cattivi) produttori di energia (fossile, soprattutto) ai consumatori (buoni, ma solo se consumano energia verde). Per inciso, l’energia nel modello superfisso è una filiera cortissima: è il petroliere che vi vende l’elettricità, non c’è alcun middle man.

Se tutto questo è vero, seguono due conclusioni: primo, ogni scelta politica è ugualmente possibile e intercambiabile. Quindi qualunque politico che faccia una scelta diversa da x – essendo x, la vostra politica preferita, sempre possibile, per ogni x – è un traditore della patria. Per esempio se in Danimarca hanno un sacco di eolico anche l’Italia dovrebbe e potrebbe avere un sacco di eolico, e qualunque analisi dei costi e dei benefici delle politiche danesi è irrilevante, così come è irrilevante sapere se in Italia c’è abbastanza vento. Secondo, l’unica cosa che può disturbare le decisioni politiche nazionali sono le decisioni politiche internazionali. Per esempio, il conflitto tra Russia e Ucraina è un capriccio di Putin, a cui noi potremmo rispondere decidendo politicamente di sostituire il gas con le rinnovabili, e tutto senza costi per alcuno (e senza costi di aggiustamento) se non in “prestigio”, “sfere di influenza” e simili amenità (sul tema, standing ovation per Davide Rubini). Già, perché nel modello energetico superfisso non esistono trade off ma solo scelte redistributive che possono essere assunte in piena libertà. Quale persona sana di mente potrebbe essere contraria a ridurre la dipendenza dai russi per soddisfare i propri bisogni con fonti domestiche? E quale fonte è più domestica, nel paese do sole? Ah, altro corollario importante: nel modello superfisso l’autarchia conviene. Poiché i prezzi non hanno funzione allocativa, anche qualora la fonte x italiana costasse più o fosse meno efficiente della fonte y straniera, al paese converrebbe la prima, così “teniamo i soldi in casa”: sempre meglio lasciare un po’ di piccioli al rinnovabilista nostrano che al petroliere texano… O, come una volta mi è stato spiegato (in un dibattito sull’energia, ça va sans dire), poiché nel computo del Pil le importazioni hanno segno negativo, se vogliamo tornare alla crescita economica basta smettere di importare, e al diavolo l’austerity. E allora, quale inizio migliore del gas di Putin?

In sostanza, in Italia si dicono tante sciocchezze in tema di energia perché non si capisce che le regole fondamentali che governano il comportamento degli operatori in questo settore sono quelle antiche e immutabili della domanda e dell’offerta. Si fa tanto parlare di imperialismo economico, in riferimento all’applicazione della logica economica ad ambiti apparentemente distanti da quelli tradizionalmente oggetto di studio della disciplina. Ammesso e non concesso che questo sia un problema, mi pare evidente che l’energia si trova al di fuori dei confini dell’impero. Se vogliamo un dibattito più razionale, dobbiamo sperare nell’annessione.

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9 Responses

  1. Massimo Nicolazzi

    Magnifico. Però attento agli effetti collaterali. Il petrolio come la pasta. Entusiasmo in Cassa Depositi e Prestiti. Già programmati 28 granai strategici e un granodotto ad alta pressione. Allo studio una grande sfida tecnologica. I ripanificatori.

  2. Riccardo

    “In sostanza, in Italia si dicono tante sciocchezze in tema di energia perché non si capisce che le regole fondamentali che governano il comportamento degli operatori in questo settore sono quelle antiche e immutabili della domanda e dell’offerta” hai perfettamente ragione. Pasta o Energia stessa cosa. Però il discorso secondo me si può allargare anche ad altro.

    Es. http://www.corriere.it/economia/14_giugno_03/alitalia-2400-2500-esuberi-stimati-392bbf00-eb01-11e3-9008-a2f40d753542.shtml

    Chissenefrega dei prezzi e dei biglietti. L’importante è che AlY (nome già Qatarizzato) rimanga europea indipendentemente da ABC analysis o trade off. Mi sembra la stessa cosa. Vale un pò più per l’energia perchè è più strategica degli aereoplani? C’è una correlazione tra “risorsa strategica” e sciocchezze? Più un bene è strategico più il legislatore tende a “sragionare”? mah

  3. diana

    @ Massimo:

    e non dimentichiamo il monopolio naturale del pastodotto che porta i fusilli a casa 🙂

  4. benedetto costa broccardi

    erg Prof Stagnaro,
    mi permetto di contraddirla in un’analisi che pur con notevoli spunti anche corretti non contempla la realtà, e la realtà è che il canale distributivo, quantomeno dell’elettricità, ma è vero in parte anche per altre fonti di energia, è unico, almeno localmente. In Italia come negli Stati Uniti, patria del mercato che nel campo elettrico è oggetto di decine di monopoli locali, monopoli che dettano le regole sul prezzo finale imponendo macchine sempre più potenti in modo da poter fare investimenti lautamente remunerati dall’utente finale. E con questo non ho preso in conto un’altro elemento fondamentale di differenza, ovvero le cosiddette esternalità, che brutto termine, ovvero i costi incalcolabili di un sistema produttivo che nel mondo dell’energia sono imponenti.
    Lei che è economista e mi pare nuclearista ha mai calcolato il costo dell’energia nucleare? lo faccio io per lei. Ogni MW installato costa circa 8 milioni di euro, ovvero 22 euro a MWhr prodotto su quarant’anni lavorando a tempo pieno, senza manutenzioni o altro e senza calcolare gli interessi. siamo d’accordo che raddoppiare questa cifra per manutenzioni ed interessi è quantomeno molto cauto? e siamo a 44. Poi bisogna pagare il personale che è poco ma molto specializzato, il carburante che ne basta poco però forse non ce n’è abbastanza. Mi concede altri 20 euro di costo? siamo a 64 che è molto più del costo del carbone oggi. Ed in questo non abbiamo ancora calcolato il costo di ripristino del sito che è preteso per qualsiasi centrale in qualsiasi paese, ma con tutto l’affetto non è applicabile al nucleare perché nessuno sa cosa possa costare, credo abbiamo decommissionato una centrale piccolina in Canada ed i costi non sono ancora chiari.
    Lascio perdere ogni ragionamento sul costo delle scorie perché elementi con emivita di 10,000 e più anni semplicemente sono incalcolabili, o mi sbaglio?

    Lei mi dirà “ma che senso ha questo sproloquio?” banalmente il mercato non funziona se non ci sono determinate condizioni, che lei conosce alla perfezione, in particolare la pluralità dei venditori. Gli oligopoli sono un male che scarica sulla collettività le conseguenze delle scelte che il proprio desiderio di massimizzare i profitti nel breve ha fatto fare, scelte a dir poco miopi (turbogas a tutto spiano) quando era evidente che le rinnovabili avrebbero richiesto modulazione e flessibilità (che le turbogas non concedono).

    La discussione è ovviamente molto lunga però se come dice lei riceviamo 200w M2 vuol dire che i nostri 300 000 km2 ricevono circa 60 Terawatt di energia, forse non così poco anche considerando inurbamento, agricoltura (ma la PAC la escludiamo vero?) montagne, primo e secondo principio della fisica e quant’altro.

    magari se la smettessimo di fare fotovoltaico e pensassimo a qualcosa di concerto ed efficiente non sarebbe male, in fondo non costumiamo, causa crisi più di 45 GWora…

    saluti

  5. bello e condiviso dal sottoscritto!

    tre note:
    1) il mercato dell’ortofrutta che conosco abbastanza bene è molto più soggetto alla legge domanda – offerta di quello dell’energia in Italia, occhio!

    2) esistono casi in cui un paese intero ha una presa di coscienza a livello energetico e decide il proprio futuro, vedi Danimarca:
    http://www.innovationcloud-expo.com/ita/news/news-the-innovation-cloud/Rinnovabili-al-100-la-Danimarca-mostra-come-si-fa/
    giusta o sbagliata che sia la via Danese, a mio giudizio una cosa simile in Italia è utopia pura.

    3) si parla sempre troppo poco di sistemi efficienti (ed economici) di accumulo di energia e, per fortuna un po’ di più, di smart grid, senza i quali è difficile immaginare una riduzione ulteriore delle fonti fossili, anche questo è dovuto alla situazione culturale nostrana, no?

    spero d’aver modo di incontrarla di nuovo in quel di Bologna, buona giornata.

  6. Guido

    Condivido le considerazioni del Sig. Benedetto. Aggiungo a chiosa e riassunto che nessun investimento energetico collettivo è alla portata del cittadino comune..a meno che lo Stato non spalmi i costi sulla collettività come piace tanto fare ai nostri Robin Hood locali che tolgono ai poveri sol di per dieci anni per darli ai ricchi tutti e subito (vedi fotovoltaico). Purtroppo l’affair energetico è roba da giganti economici..non da nani..ed anche i “giganti” nostrani stanno sudando sette camicie per non diventare nani..e cadere vittime dei loro stessi giochi a cui per anni ci hanno tanto amabilmente fatto partecipare in veste di polli. Se si aggiunge inoltre che l’energia in generale ed il petrolio in particolare è uno degli strumenti regolatori e di fixing dei cambi fra le varie valute, ecco che l’incontro tra domanda e offerta diventa un evento del tutto straordinario.

  7. Andrea

    Caro prof Stagnaro,

    spero che avrà modo di leggere il mio commento e spero anche di poter contribuire a farle capire perchè non si possono paragonare pasta ed energia elettrica. Non si può decidere se introdurre un meccanismo di remunerazione della capacità di generazione elettrica partendo dal presupposto che energia e pasta sono simili e siccome non esiste un pasta payment non dovrebbe esistere nemmeno un capacity payment. La questione è ahime più complessa.

    C’è una cosa che rende l’energia elettrica profondamente differente dalla pasta.

    Il mercato della pasta, in caso di scarsità di pasta, si autoregola (ovvero consumeranno la pasta solo coloro che sono disposti a pagare un prezzo più alto). Il mercato elettrico, in caso di scarsità, non è in grado di autoregolarsi per un motivo semplice: non è tecnologicamente possibile (oggi, domani chissà) disconnettere in tempo reale quei consumatori che non sono disposti a pagare di più per continuare a consumare. L’impossibilità di disconnettere chi non non è disposto a pagare genera free riding tra consumatori che tenderanno quindi a sotto-investire in capacità di generazione.

    In altre parole, la CAPACITà DI GENERAZIONE ELETTRICA IN SITUAZIONE DI SCARSITà HA CARATTERISTICHE DI BENE PUBBLICO! e per questo motivo il mercato, se lasciato da solo fallisce. Negli Stati Uniti, paese ben più pragmatico e market oriented del nostro sono stati introdotti meccanismi di remunerazione della capacità da quasi un decennio.

    Spero di essermi spiegato e di aver contribuito al dibattito in modo costruttivo.

  8. Marzio

    Perchè non vi soffermate sulla follia di come vengono pubblicati i prezzi del maggior tutela? Quanti sanno controllare la bolletta di energia? Il meccanismo ridicolo di parcellizzare aiuta solo i furbi. Chi agevola questo sistema? Ci sono prezzi che vengono rettificati dopo 2 mesi con un meccanismo a dir poco ridicolo. Cosa costi all’autority ed al Parlamento sovrano per la Costituzione imporre un prezzo unico per il servizio di vendita (vedasi maggior tutela che ESISTE già) un prezzo unico per la distribuzione ed un prezzo unico per imposte ed accise il tutto da moltiplicare per i kwh tralasciano i costi per Punto di Prelievo. In Italia la semplificazione è una parola di cui molti si riempiono la bocca, ma la realtà è ben altra. Il problema deli antistatalisti in servizio permanente è che vogliono giustamente abbattere uno stato elefantiaco e poco utile per sostituirlo con Oligopoli utili solo a questi. Una via di mezzo che contemperi le due cose sarebbe auspicabile, ma ci vuole serietà, cosa che in Italia scarseggia. Se poi un antistatalista fa il consulente dello Stato allora è l’apoteosi!!!

  9. Io per la mia azienda ho scelto E.On come fornitore per un semplice fatto: bollette chiare, senza spese strane, prezzi bloccati per 24 mesi e controlo dei consumi facilmente consultabile online. In fondo parliamoci chiaro, vogliamo risparmiare ma avere un servizio efficente, ma di sicuro non voglio perdere la salute alla ricnorsa di continue nuove offerte per poi star lì tra burocrazia e tempistiche “all’italiana” per attivare/disattivare i servizi.
    Ho trovato E.On, mi trovo bene e me li tengo stretti! http://www.eon-energia.com/it/offerte/Professionistieimprese/imprese.html

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