23
Lug
2019

La web tax all’italiana: versione 2.0

di Daniel Bunn

È da diversi anni che il governo italiano tenta di elaborare un meccanismo per tassare i ricavi delle aziende digitali. Sebbene gli sforzi in tal senso siano stati più e più volte posticipati, ancora oggi non vi è chiarezza sul quando tali politiche verranno effettivamente implementate. Secondo le ultime notizie, l’imposta vedrà la luce nel 2020, nell’attesa di un accordo a livello europeo.

Lo Stato italiano è stato uno tra i primi paesi europei a perseguire l’obiettivo di stabilire un sistema di tassazione sulla vendita dei servizi digitali. Nel 2017, la Commissione bilancio della Camera ha infatti approvato una proposta che prevedeva l’imposizione di una tassa con aliquota al 3% sugli introiti derivanti dai servizi digitali forniti alle aziende italiane. Nonostante tale emendamento sia stato ritirato prima dell’approvazione, altri tentativi sono stati fatti, approdando a una nuova proposta. Un’altra versione della norma è infatti apparsa nella Legge di bilancio 2019, senza tuttavia che i relativi decreti attuativi (che avrebbero dovuto essere introdotti entro il 30 aprile 2019) fossero effettivamente adottati. Considerando che adesso l’Italia si trova a dover fronteggiare una potenziale procedura d’infrazione a causa della situazione in cui versano i suoi conti pubblici, non è quindi improbabile che la web tax possa essere stavolta riproposta come uno strumento per ripianarli.

L’opportunità di introdurre delle tasse sui servizi digitali (Digital Services Taxes – DSTs) è attualmente al vaglio in diversi paesi del mondo. Per ciò che riguarda l’Unione europea, molte di queste proposte trovano riscontro in un’iniziativa comunitaria del 2018, e sebbene tale iniziativa abbia mancato l’obiettivo di creare una web tax unica per tutti i paesi dell’Unione, molti tra i sostenitori di queste misure (come l’Italia) stanno comunque tentando di introdurle all’interno dei propri ordinamenti nazionali.

Tuttavia, esattamente come le DST europee, anche le web tax nazionali risultano distorsive e discriminatorie.

Per essere considerate sane, le politiche fiscali dovrebbero essere neutrali, trasparenti, lineari e stabili. Quella sulla tassazione dei servizi digitali non rispecchia nessuno di questi criteri, presentando piuttosto larghi margini d’impatto in termini di distorsione: queste creano un onere fiscale con un’incidenza dalle conseguenze difficilmente prevedibili, senza contare che tali imposte presentano già in origine diversi livelli di complessità – il che ne complica ulteriormente sia l’amministrazione che l’ottemperanza ¬- all’interno di un’ottica che le concepisce generalmente come soluzioni di breve periodo.

Panoramica della proposta italiana

La proposta attualmente al vaglio in Italia risponderebbe quindi a questo meccanismo. In primo luogo, solo le aziende con un fatturato mondiale superiore ai 750 milioni di euro e un reddito imponibile in Italia pari ad almeno 5,5 milioni sarebbero assoggettabili alla tassa. La definizione di simili soglie significa, di conseguenza, che gran parte delle compagnie sulle quali ricadrebbe l’onere della web tax italiana sarebbero straniere, una peculiare caratteristica che, nei fatti, la parificherebbe nella sostanza all’imposizione di un dazio.

Secondo, un’aliquota del 3 per cento sui ricavi dei servizi digitali sarebbe dovuta allo Stato nel caso in cui il consumatore di tali servizi si trovasse in Italia. La definizione andrebbe a comprendere:

  • Pubblicità digitale
  • Reti digitali (compresi i social network e i negozi online)
  • Trasmissione dati

Il gettito atteso dalla tassa, se fosse stata effettivamente messa in atto, era stato stimato in 150 milioni nel 2019, che diventerebbero 600 sia nel 2020 che nel 2021. La previsione delle entrate per il 2020, se comparata con i dati del gettito fiscale italiano del 2017, ammonterebbe quindi allo 0,08 per cento delle entrate totali e al 1,6 per cento degli introiti provenienti dall’imposta sul reddito delle società.

La standardizzazione implicita

La tassazione sui servizi digitali si basa essenzialmente su un’ipotesi circa il valore generato in quei paesi in cui le compagnie digitali non hanno uffici, attrezzature o personale, ma in cui dispongono di un ampio bacino d’utenza. Al fine di tassare questo valore presunto, i governi nazionali stanno cercando di definire una base imponibile in assenza di un reddito che possa essere considerato tassabile all’interno della loro giurisdizione ai sensi delle normative in materia di fiscalità internazionale.

L’aliquota del 3 per cento risulta quindi essere un singolare surrogato allo schema convenzionale di tassazione sulle imprese. Nel caso dell’Italia, le aziende sono per legge soggette a un’imposta sui loro redditi (Ires) pari al 24 per cento, il che significa che se una compagnia presenta redditi imponibili per 10 euro, questa dovrà versare allo Stato italiano una tassa pari a 2,40 euro, ammesso e non concesso che questa venga calcolata sull’aliquota standard.

Ciononostante, nel caso in cui la suddetta compagnia non fosse soggetta al regime d’imposta sul reddito delle società ma alla DST, questa finirebbe con l’essere calcolata sui suoi ricavi anziché sugli utili. Se un’azienda ottiene ricavi per 100 euro da servizi digitali venduti a clienti italiani, il debito d’imposta da web tax ammonterà quindi a 3 euro. Se invece l’azienda soggetta al regime statutario risulta avere un margine di profitto del 12,5 per cento, il debito d’imposta risulterà equivalente a prescindere dal regime applicato (24 per cento di €12,5 = €3, come il 3 per cento di €100 = €3).

Ciò che possiamo quindi desumere da quest’analisi è il fatto che la proposta della web tax italiana si basa su una visione paradigmatica e standardizzata del comparto delle imprese digitali, eludendo così le difficoltà insite nel dover identificare il valore specifico effettivamente imputabile al consumo italiano di servizi digitali, per poterlo poi differenziare da quello generato da aziende che invece si occupano di sviluppo di software, messa a punto e gestione dei server o acquisizione clienti nell’ambito pubblicitario. In buona sostanza, l’approccio italiano consiste quindi non solo nel dare per scontato che le aziende digitali abbiano un margine di profitto del 12,5 per cento per i servizi prestati in Italia, ma anche nel sottintendere che quel 12,5 per cento costituisca un importo interamente esigibile in Italia.

Il problema di un simile approccio è che non tutte le aziende rientrano in questi parametri. Tale formula, infatti, non sembra riconoscere l’eventualità che alcune aziende digitali possano negli anni effettivamente risultare in perdita sul mercato italiano, o che possano essere meno redditizie rispetto a quanto una simile soglia potrebbe fare intendere.

In aggiunta, la web tax è essenzialmente strutturata per essere applicabile alle grandi compagnie. Nel caso in cui un’impresa digitale che opera come negozio online sul mercato italiano dovesse trovarsi al di sotto della soglia prevista dalla web tax, la formula non potrebbe essere applicata. Tuttavia, non appena l’azienda dovesse superarla, si ritroverebbe tassata su un margine di profitto del 12,5 per cento a prescindere dal valore effettivamente generato dalla sua clientela italiana.

Soprattutto quest’ultimo punto dovrebbe essere di particolare interesse per le aziende digitali italiane che sperano di svilupparsi a livello globale. Tali aziende potrebbero incorrere in perdite durante la costruzione del proprio portafoglio clienti, ma nel momento in cui dovessero crescere al punto da vedere i propri redditi passare la soglia prevista per legge, quest’ultima diventerebbe automaticamente applicabile, determinando un drastico cambiamento nella loro situazione fiscale.

Uno sguardo al contesto mondiale

Attualmente l’Europa risulta essere molto più indietro rispetto agli Stati Uniti e al Giappone quando si tratta di imprese tecnologiche e della loro spesa in conto capitale. L’Italia, in particolare, dovrebbe tentare di supportare e incoraggiare le aziende che puntano all’innovazione a fare affari in Italia anziché adottare politiche fiscali dai tratti protezionistici.

Simili tendenze sono state infatti già rilevate dal Rappresentante per il commercio degli Stati Uniti d’America nel suo report del 2019 sulle barriere al commercio estero. Oltre a segnalare specificatamente la web tax italiana come una misura che avrebbe eretto un nuovo ostacolo al commercio, nel report si aggiunge che «tali proposte sono basate su una distinzione arbitraria e ingiustificata tra le aziende digitali e aziende tradizionali».

Paesi come l’Italia dovrebbero quindi evitare di implementare politiche dagli effetti distorsivi e focalizzarsi sull’opportunità di semplificare il proprio sistema fiscale, utile anche a migliorare la propria competitività a livello internazionale. Elaborare una tassa che prende di mira un determinato settore non solo comporterà un danno alle persone che dipendono dai servizi dei suoi operatori, ma farà inoltre insorgere uno svantaggio competitivo per le imprese che si troveranno costrette a pagare tale imposta specifica.

(Traduzione dall’inglese di Veronica Cancelliere)

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