27
Mar
2014

Imprenditori più poveri dei dipendenti! Evasione!—di Carlo Amenta e Paolo Di Betta

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Carlo Amenta e Paolo Di Betta.

Ci risiamo, arriva il solito confronto fra stipendi dei dipendenti e reddito degli imprenditori.

Dai dati emanati dal Ministero dell’Economia (26 marzo 2014) emerge che i lavoratori autonomi dichiarano in media 36.070 euro, i dipendenti 20.280 e gli imprenditori 17.740.

E si scatena la ola sugli spalti: EVASIONE!

Non è possibile che gli imprenditori guadagnino quanto i dipendenti!

Il ragionamento è viziato da alcune relazioni:

Imprenditore = Gianni Agnelli

Dipendente = Cipputi

Autonomo ≡ Evasore

Si noti che la terza non è una equazione: per molti è una definizione, una identità! Costoro partono già dal presupposto che autonomo vuol dire evasore e ne traggono la conseguenza che 36.070 è sicuramente poco. Avrebbero dovuto dichiarare molto di più!

Questo modo di pensare vizia ogni considerazione sui risultati del Ministero dell’Economia (et similia): chi ragiona secondo quelle relazioni guarda con sospetto i risultati che vengono riproposti continuamente. Se ciò non bastasse, il mito della coesione sociale fa tutto il resto: essa non è mai abbastanza.

Il reddito è un concetto molto vago e ancor più vago è il concetto di guadagno.

Ciò che il dipendente guadagna corrisponde al reddito che percepisce.

Per l’imprenditore, e per il suo omologo in campo professionale, il reddito che guadagna proviene da più fonti.

Innanzitutto può percepire un reddito come dipendente dell’impresa. Con quello mantiene la sua famiglia. Questo reddito può essere vicino a quello del lavoratore.

L’impresa poi, che è un soggetto diverso dall’imprenditore, può generare (si spera) un suo reddito (l’utile), dopo aver pagato il reddito ai dipendenti e all’imprenditore stesso. L’impresa però può avere costi molto alti (fra cui gli stipendi dei dipendenti e dell’imprenditore) e quindi avere reddito zero. E allora il reddito dell’imprenditore e quello del dipendente possono essere abbastanza vicini, specie se l’impresa è piccola, di tipo artigianale o commerciale.

Tutti considerano il modello della concorrenza perfetta come un ideale assurdo, fuori della realtà. In quel modello l’impresa ha profitto pari a zero, ma l’imprenditore riesce a mantenere la sua famiglia e l’impresa va avanti lo stesso. Questo modello assurdo non è molto lontano dalla realtà delle imprese italiane, che galleggiano a livelli dell’utile molto prossimi a zero, riuscendo a mantenere le famiglie di imprenditori e operai con poche differenze di reddito fra di loro.

La realtà del Nord-Est non ha insegnato nulla ai giornalisti e commentatori italiani. Nel Nord-Est spesso imprenditori e operai crescono insieme socialmente e nel mondo del lavoro. Coloro che sono operai sono amici dei loro padroni, sono cresciuti insieme e domani potranno diventare imprenditori.

Il conflitto di classe non è quello della Fiat.

Imprenditori e operai stanno sulla “stessa barca”, non sono ossessionati dal conflitto di classe perché le differenze di remunerazione sono spesso minime. Entrambe le categorie vivono del lavoro nella stessa impresa. Il padrone percepisce un reddito dall’impresa e manda avanti la famiglia, quanto basta per sostenerla. Il processo di accumulazione del capitale non è paragonabile a quello dei capitalisti familiari. Nella stragrande maggioranza delle imprese italiane non c’è accesso al salotto buono.

Certo, ci possono essere fenomeni di elusione, come l’intestazione di auto all’impresa o altri benefici che si cerca di addossare all’impresa stessa, cosa che gli operai non possono fare. Ma di questi si dovrebbe occupare a dovere la legislazione fiscale. Gli autori di questo post non credono di certo che in Italia non esista l’evasione o che tutti gli imprenditori o gli autonomi siano modelli virtuosi di comportamento. Ci ribelliamo alle approssimazioni giornalistiche e agli argomenti troppo semplicistici che inviano messaggi distorti all’opinione pubblica. Misurare l’evasione e l’economia sommersa è maledettamente complicato. Il PIL viene già calcolato con un aggiustamento del 20% per tenere conto di tale fenomeni. In un rapporto stilato ogni anno da Mastercard sulla stima dell’economia sommersa, che ci pare essere tra i metodologicamente più completi in circolazione, il sommerso italiano si attesta proprio al 21% del PIL. È tra i più alti dell’Europa occidentale ma non lontanissimo dal 14% delle virtuosissime Norvegia e Svezia e dal 13% della Germania che, in valori assoluti, presenta un importo di sommerso pari al doppio di quello italiano. Evadiamo di più, è vero, ma non siamo ontologicamente differenti dai nostri concittadini europei.

Purtroppo, la vera notizia è la seguente: vi rendete conto che imprenditori e dipendenti hanno redditi molto simili? Qual è l’incentivo per l’imprenditore se guadagna quanto un dipendente? Come viene remunerato il suo rischio di impresa? Basta solo l’orgoglio di dichiararsi imprenditore?

Non ci attendiamo che improvvisamente gli italiani diventino amanti appassionati degli imprenditori e della cultura del rischio e dell’impresa. Possiamo solo sperare che resti almeno uno spazio residuale per permettere ai veri motori della crescita economica di non fermarsi definitivamente. Tra legislazione fiscale cervellotica, ingiusta ed esasperante, infrastrutture carenti, costo dei servizi pubblici gravato da inefficienze e tasse elevate, inadeguatezza della giustizia civile temiamo possa davvero avverarsi quella “Rivolta di Atlante” che così bene Ayn Rand ha descritto nella critica alla società del suo tempo. A quel punto sarebbe veramente la fine.

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6 Responses

  1. giorgio mattiazzi

    Ci risiamo con le discussioni, comprensibili, sull’evasione, tutti ladri etc. Ma credo anche che gli italiani ormai abbiano capito come sono realmente messi i liberi professionisti, artigiani etc. e davvero non stupisce più nessuno dire che questi guadagnano meno dei loro dipendenti. Inoltre aggiungo che semmai ci fosse un maggio guadagno, le aziende lo devono accantonare per investimenti ed imprevisti etc. Prendiamo per esempio il sisma in emilia o le alluvioni varie, che creano enormi danni. Qui in emilia appunto s’è ricostruito tutto a carico del privato anche se, a leggere i vari proclami secondo cui gli aiuti di stato ci sono, chi ha rimesso in piedi l’azienda lo ha fatto di tasca sua e basta! Certo un terremoto non viene ogni giorno, e ci mancherebbe! Sta di fatto che tutto pesa sulle spalle del privato che deve investire ed accantonare, e con un sistema fiscale “imbarazzante” vien da sudare freddo. Esempio, io uso l’auto per lavoro ma detraggo solo il 20%, come se lavorassi solo la domenica e da lun. a sabato fossi in giro per divertirmi, ed è tutto così, per ogni cosa. Forse un giornalismo più serio, non fatto di proclami, aiuterebbe.

  2. Alvise

    L’orgoglio di definirsi imprenditore?
    Quando ti definisci tale in Italia vieni sempre guardato male. Ben che vada vieni stigmatizzato come evasore!

  3. giuseppe

    Non sono nemmeno i politici che fanno queste schifezze.
    Sono i Burocrati del Ministero, che prendono paccate di soldi.
    E i giornalisti bevono.

  4. Paolo Di Betta

    Mi riferisco al commento di Mattiazzi. In effetti compito dello Stato è sicuramente fornire una sorta di “assicurazione generale” contro le calamità naturali e intervenire in tali casi a sostegno delle zone colpite. Questa è solidarietà vera. Anche per questo non dovrebbe occuparsi di altre forme di “solidarietà” o sostegno in ambiti dove il mercato esiste, sostituendosi ad esso.

  5. ALESSIO DI MICHELE

    No, no, no ! Compito dello Stato è fare l’ arbitro imparziale, impedire gli scempi del territorio per cui anche una cosa minima provoca una catastrofe, non costare così tanto, ed aiutare a far diffondere la cultura dell’ autotutela. Come ? Semplice: lasciando libertà (giuridica ed economica) di andare dai Lloyds ed assicurarsi contro il terremoto. Dopodichè c’ è stato il terremoto e tu imprenditore non hai più niente e non eri assicurato ? Stracavoli tuoi, se non paghi vieni dichiarato fallito.

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