9
Lug
2012

I tagli alla ricerca sono una bestemmia? — di Giovanni Federico

Ripubblichiamo questo post di Giovanni Federico, direttore dello European Research Council Project on Market Integration and the Welfare of Europeans presso lo European University Institute, originariamente pubblicato sul blog noiseFromAmerika.

NfA ha sempre sostenuto la necessità di tagliare la spesa pubblica e quindi non può che accogliere con favore il recente decreto. Ma, si sa, il diavolo è sempre nei dettagli e quindi è opportuna un’analisi più approfondita. Questo post si occupa dei tagli all’università e alla ricerca

Premetto. Mi baso sui resoconti di giornali che possono essere, come spesso succede, errati o incompleti. Il testo completo non è ad oggi (8 luglio) disponibile. Inoltre questi decreti sono spesso cambiati o addirittura stravolti in sede di approvazione. In ogni caso, assumo che le anticipazioni siano corrette e che il decreto sia approvato nel testo attuale. A quanto pare, il decreto:

i) taglia i finanziamenti ad alcuni enti di ricerca, compreso l’INFN, che si occupa di fisica delle particelle, un campo improvvisamente popolare grazie alla recente scoperta del bosone di Higgs. Non sorprendente, essendo un programma di tagli di spesa. Non sorprende neppure la reazione negativa degli interessati. Chi scrive non è in grado di valutare quanto questi tagli mettano effettivamente in pericolo la ricerca. Le percentuali non sembrano enormi (al massimo il 10%) ma ovviamente molto dipende dall’efficienza degli enti e dalla presenza di sprechi.  In genere, comunque, meglio finanziare la ricerca attraverso bandi competitivi fra enti diversi, valutati da specialisti piuttosto che allocare i soldi agli enti con decreto ministeriale.  Per esempio, sicuramente la Stazione di Biologia Marina di Napoli ha una lunghissima tradizione, ma chi ci garantisce che non ci sia a Sassari un professore di Biologia Marina con idee più innovative e quindi più meritevole di essere finanziato?

ii) stabilisce che le università possano usare per nuove assunzioni solo una parte del calo delle spese per personale nei prossimi anni (il 20% nel 2014, poi il 50% nel 2015). Questa disposizione susciterà sicuramente molte polemiche fra i professori, perché riduce drasticamente le possibilità di carriera.  Per valutarla, occorre pero’ ricordare che il costo medio dei professori che vanno in pensione è molto più alto di quello dei nuovi assunti. Un calcolo preciso è impossibile, in quanto dipende dal grado accademico e dall’anzianità di servizio dei pensionandi e dal costo nei nuovi ricercatori a tempo determinato ex legge Gelmini, che viene stabilito dalle singole università. Ipotizzando che un pensionando costi il doppio di un nuovo ricercatore, si potrebbero assumere, nel 2014, due nuovi docenti per ogni cinque professori che vanno in pensione. Sicuramente sono pochi. Ma non dovrebbe essere un disastro epocale dal punto di vista della didattica, dato che il numero di professori in rapporto agli studenti, pur in rapido calo, è ancora storicamente elevato. Poi nel 2015, sotto le stesse ipotesi, la sostituzione potra’ essere fatta in parita’: un nuovo docente per ogni pensionato. Certo, le università dovranno fare alcune riorganizzazioni, i professori dovranno insegnare di più  e si dovrà forse chiudere qualche corso. Il problema è più grave per i “giovani” (spesso non più tali anagraficamente) precari che aspettano un posto fisso o almeno la possibilità di concorrere ad un posto quasi-fisso. Molti di loro saranno delusi. Quanti in concreto dipenderà dalle scelte degli atenei: useranno i pochi soldi disponibili per nuove assunzioni o per promuovere ricercatori ed associati già in servizio? Il comportamento sarà un test interessante per capire  quanto l’ostentata preoccupazione per la triste sorte delle giovani generazioni sia sincera. Inoltre, il decreto non toglie alle università soldi: i risparmi sul personale oltre il 20% (poi 50%) potranno essere usati per altri scopi – borse di studio, acquisto di attrezzature di ricerca, missioni di ricerca, edilizia etc. Questo è indubbiamente positivo. Infatti queste spese sono indispensabili per la ricerca e finora sono state sacrificate per aumentare il più possibile il numero di professori e far fare loro carriera.

iii) infine il decreto aumenta in maniera surrettizia le tasse universitarie. La legislazione attuale stabilisce infatti che le tasse pagate dagli studenti non possano superare il 20% delle entrate dell’università. Il decreto mantiene il limite ma esclude dal calcolo delle tasse quelle pagate dagli studenti fuoricorso e ritocca (in aumento) il denominatore includendo altre fonti di reddito. In pratica,  autorizza le università a far pagare i fuoricorso molto di più. Inoltre, destina (parte) delle somme ottenute a borse di studio. La misura sembra totalmente condivisibile. Il finanziamento pubblico dell’università è profondamente ingiusto: le tasse, pagate dai lavoratori dipendenti a reddito medio, pagano gli studi dei figli degli evasori fiscali e dei ricchi.  Il provvedimento permette di far pagare una parte maggiore del costo agli utenti effettivi, ed allo stesso tempo di sussidiare gli studenti, sperabilmente bravi ma poveri. Starà poi alle università trovare il modo di evitare che gli evasori fiscali siano beneficiati. E’ infine molto condivisibile l’idea di far pagare più i fuoricorso, un problema apparentemente irresolubile dell’università italiana. In realtà, sarebbe facile risolverlo proibendo il fuori corso ed introducendo un esame finale, ma questa soluzione impone una riorganizzazione della didattica che sembra fuori della portata dei legislatori italiani. Se fuoricorso devono essere, perlomeno che siano fortemente penalizzati.

Nessuno è contento dei tagli al proprio settore e quindi,  come professori universitari, non possiamo certo essere contenti di tagli all’università. Nel caso specifico, però, ci sembra che i tagli siano tutto sommato ben congegnati e che introducano alcuni principi che potrebbero essere positivi in futuro.

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9 Responses

  1. Claudio Di Croce

    Mi può cercare di spiegare cosa ha fatto il CERN negli ultimi cinquantanni ?
    Si ha una idea di cosa è costato e a chi ?
    In genere quando si minacciano tagli i ” ricercatori ” illustrano le loro ” scoperte “.
    Dato che adesso pare che al CERN abbiano scoperto il ” busone ” ;
    ci sono forse ipotesi di tagli ?
    Sui ” ricercatori ” italiani e ancora più sui ” trovatori “forse è meglio sorvolare .

  2. La ricerca è un grande mondo, e si trova ovunque, nella fisica, nello sport, nella sanità, nella filosofia, nella storia…Si chiama tutta ricerca, tante cose si chiamano ricerca.
    Nella sanità, di cui ho conoscenza diretta, il ministero distribuisce soldi a pioggia sull’intero territorio nazionale, si inventano progetti, si scrivono parole, ma è tutto fumo.
    In genere sono progettini da 30, 40 mila euro. Si compra un pc, si prendono due borsisti per un paio d’anni ….a volte se i soldi superano i 100.000 si chiama una ditta ditta del giro, ma non piu per comprare oggetti o macchinari a prezzi gonfiati, adesso non piu. Oggi si fa fare un sitarello, un software, una consulenza, una parere… tutte cose senza prezzo e con molti zeri.

    Non è la ricerca che va tagliata, è lo spreco.

  3. marco

    Molto meritevole rimwttere a posto alcune tessere del mosaico. Sono convinto che la spending rewiew sarebbe stata utile a fine 2011 quindi siamo in ritardo, così come venderei la RAI TV, l’ENI e l’ENEL per abbassare il debito e un pacco di immobili. Sono convinto che la serenità di milioni di famiglie sia un dovere per ciascuno di noi e disprezzo strumentalizzazioni e bassa strumentalizzazione. Dunque molte GRAZIE per le precisazioni.

  4. Alessandro

    Se non altro, i tagli alla ricerca hanno il merito di aver fatto sapere al mondo che l’esistenza del mitico bosone di Higgs è stata finalmente scoperta da noi italiani!
    Chi siano questi fenomenali ricercatori purtroppo ancora non si sa ma basterà aspettare pazientemente l’assegnazione del prossimo Nobel per la fisica. Allora finalmente si potrà preparare una bella bacheca a Frascati o magari sotto il Gran Sasso dove collocare l’effige del terzo eroe nazionale, naturalmente dopo i primi inarrivabili due: Monti e Balotelli (l’ordine, come sempre in Italia, è assolutamente casuale).
    Speriamo soltanto di non ricevere l’ennesima delusione dai congiurati nord europei ai quali, come si sà, non sfugge mai l’occasione per propinare ulteriori angherie al nostro incompreso genio creativo!

  5. alex61

    Ma se è cosi importante aumentare la ricerca(e lo è), perchè non si aumentano gli sgravi fiscali sulla ricerca privata(come ad esempio si fà in Austria)?
    O la ricerca, in italia, deve essere solo di stato?

  6. Valerio

    Sono pienamente d’accordo con Arianna. Lavoro all’università e sono sempre in imbarazzo quando, in occasione di tagli o riduzioni dei finanziamenti si innalza il coro del “se si taglia la ricerca si taglia il futuro”. Sarebbe vero se la ricerca finanziata fosse davvero una scintilla di innovazione in grado di innescare lo sviluppo di nuovi prodotti o servizi. In realtà troppo spesso il frutto della ricerca è, quando va bene, qualche articolo scientifico, certamente utile per chi lo pubblica (perché questo arricchirà il suo curriculum e la sua carriera) ma non molto per il contribuente che l’ha pagato.
    Come in tutto l’apparato pubblico il problema è quello del controllo ex post di ciò che si è promesso ex ante. Scrivere progetti vincenti non è molto difficile, basta promettere risultati innovativi e con un’eccezionale ricaduta per il mondo scientifico e produttivo. Se gli obiettivi hanno probabilità di essere raggiunti, si possono portare a casa i soldi del progetto. Il fatto è che nessuno verificherà (sostanzialmente e non solo formalmente) se il denaro è stato speso coerentemente agli obiettivi, se questi ultimi sono stati realizzati, se le promesse di maggior sviluppo e di impulso all’innovazione si siano concretizzate.
    Come in tutto l’apparato pubblico il problema, prima di essere “quanto” si spende è “come” lo si spende. Prima di stracciarsi le vesti per la presunta regressione cui ci porteranno i “tagli alla ricerca” tutto il sistema universitario dovrebbe farsi un serio esame di coscienza su come vorrà allocare le risorse che gli vengono affidate. Insomma, anche per noi è ora di dimostrare di aver fatto i compiti a casa e di meritare il sostegno del contribuente. Senza questo impegno rigoroso e serio, anche i fondi alla ricerca saranno soldi buttati, come tanta spesa pubblica. Uno spreco con più “sex appeal”, penserà qualcuno, ma pur sempre uno spreco!

  7. enrico

    Valerio, grazie del tuo commento. Purtroppo la ricerca universitaria italiana spesso è solo dare un posto statale di lavoro per i più fortunati, e qualche borsa di studio e qualche sogno ai meno fortunati. Punto. Progetti innovativi che abbiano avuto ricadute positive sono stati davvero pochi negli ultimi 50 anni.
    Ti parlo del settore farmaceutico che conosco da vicino. Penso sia così in altri settori, vedendo che giriamo ancora con motori a scoppio inventati ai primi del 900…

  8. Leonardo Rubino

    Non per affrontare l’argomento troppo alla lontana (e ben lungi dal giustificare quelli che tagliano, che, sicuramente, lo fanno dove non va fatto e senza manco sapere bene cosa tagliano), ma anche la ricerca scientifica deve farsi un profondo esame di coscienza e tentare di spoliticizzarsi e di “diseconomicizzarsi” un tantino, a favore di una sana “riscientificizzazione”. Meno titoli, meno sventolamenti di dottorati vari e di masters da 50.000€ l’uno e più intelletto, ossia quella cosa che la natura fa germogliare anche in ambienti poveri, dove la mascherata selezione pseudointellettuale a suon di euro manco s’affaccia.
    E per non parlare, ad esempio, (e andando un po’ più alla radice) dei tests di selezione per le future matricole che, a mio personale avviso, selezionano più la furbizia e la scaltrezza di chi sa prepararsi e consultarsi prima con gli altri che già ci sono passati, che la genialità tipica di uno studente timido e riservato che la scaltrezza manco sa cosa sia e soccombe.

    Vengo ora al dunque con un esempio concreto e da mettersi le mani nei capelli:

    spiace dover essere sempre dubbioso e sospettoso, ma NON SI PUO’ far finta di niente di fronte al fatto che, solo ieri, ci hanno raccontato che due più due fa sedici; mi riferisco alla vicenda dei neutrini superluminali, poi tardivamente corretta.

    Accettare oggetti più veloci di c=299.792,458 km/s e accettare di far cadere l’elettromagnetismo (che, tra parentesi, sta invece facendo funzionare i nostri PC anche ora) sono concetti equivalenti.

    Un fisico deve saperlo, ma così non fu, soprattutto per tanti accademici teorici che non presero le distanze!

    (opinione completa al link):

    http://www.scribd.com/doc/99445788/Anything-but-Superluminal-Neutrinos-and-Divine-Bosons

    E che dire della ormai agonizzante e ingiustificabile materia oscura…?

    E sul bosone di Higgs, innanzitutto l’environment scientifico da cui la scoperta proviene è di nuovo quello.
    Riassumendo un po’, il bosone di Higgs darebbe la massa alle altre particelle, tramite l’attrito di queste ultime il con campo di Higgs!!!
    …una risposta ad una domanda che non ci eravamo mai fatti, e con a corredo un cofanetto omaggio di altre dieci nuove domande…

    E neanche si è esaurita l’eco della notizia del bosone di Higgs, che già c’è chi si è (ri)messo alla caccia del superhiggs, in environments a ben 43 dimensioni! (tutte da dimostrare)
    E la storia continua…

    E i tagliatori di fondi, visto tutto ciò, procedono, forti dell’inconscia approvazione da parte del volgo.

    Cordialità.

    Saluti.

    Leonardo Rubino.
    leonrubino@yahoo.it

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