21
Apr
2015

Profughi e immigrati: tre orrendi ritardi della politica

Che cosa induce da oltre vent’anni l’Italia a vivere rispetto agli altri paesi avanzati i flussi di immigrazione in perenne affanno e inseguendo le tragedie di migliaia di annegati? No, la risposta non è geografica, ovviamente per il fatto che al centro del Mediterraneo a poche miglia di mare dalla Libia ci siamo noi, e non altri. La risposta è politico-culturale. Abbiamo vissuto l’esplosione del fenomeno migratorio come una patologia di volta in volta da arginare come fosse emotiva questione di ordine pubblico, dalla legge Martelli alla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini. Non abbiamo capito che dovevamo far tesoro dalle esperienze altrui, cumulate prima di noi innanzi a fenomeni analoghi per decenni, e in alcuni casi per secoli, nel caso di Paesi che hanno avuto Imperi come il Regno Unito o la Francia.
Il ritardo resta, purtroppo, anche oggi. Ed e’ un ritardo a tre dimensioni.

La prima e’ purtroppo quella consegnataci dagli ultimi svilupppi. Per evitare che primavera ed estate del 2015 siano una strage mediterranea continuata, a fronte di una Libia a-statualizzata e della realtà rappresentata da ISIS e dalle sigle islamiste associate e contrapposte, occorre un complesso dispositivo politico-militare. Da costruire sommando Onu, Ue e una coalizione di Stati africani e musulmani.
Spostare la vigilanza sul traffico di carne umana “per impedire che gli scafi partono dalla Libia”, come ha detto Renzi. E che in realtà equivale a quel che ha detto Salvini, invocando il blocco navale. Significa per l’Italia mostrare di avere un coalition power transmediterraneo e transatlantico. Cio’ che la politica estera e militare italiana non ha nelle sue corde, abituata com’e’ a oscillare tra decisioni prese dagli altri – vedi l’intervento in Libia nel 2011, voluto dai franco-britannici – e querimonie verso la Ue che ci trascura, vedi l’evoluzione da Mare Nostrul all’attuale inadeguata missione Triton. Occcorre un vero “gabinetto di guerra” perché l’italia possa, in un paio di mesi, ottenere la cornice internazionale senza la quale “impedire agli scafisti di partire” dalle coste libiche della Sirte sarà un miraggio. La somma complessa di mezzi aero-navali, droni e satelliti necessari a controllare le coste libiche, e a organizzare aree umanitarie di raccolta in Libia, è ipotizzabile solo se l’Italia convince molti paesi che in gioco è la sicurezza comune. Non è cosa agevole se s’immagina di risparmiare uno strumento militare italiano che a malapena raccoglie lo 0,9% del PIL tutto compreso, levando carabinieri e funzioni accessorie dagli stanziamenti della Difesa. Non nutro illusioni, sulla capacità di dar vita a un complesso strumento internazionale di questo tipo. Vedremo Renzi di che cosa sarà capace, e quale sarà la vera disponibilità a impegnarsi all’ONU del summit straordinario europeo domani. Di sicuro la Francia è molto interessata, presente com’è militarmente in Mali e Niger, al confine meridionale della Libia. Sarebbe già molto mettere insieme in un’intelligence unica quanto sanno i servizi francesi e USA, egiziani e tunisini, e – purtroppo – turchi, i quali ultimi tengono rapporti di pelosa prossimità con i trafficanti di schiavi e petrolio islamisti.

Il secondo e il terzo aspetto riguardano invece l’immigrazione ordinaria: la sua pianificazione e la sua gestione. Mentre la dimensione politico-militare del guaio libico è relativamente recente, su questi due aspetti il ritardo italiano è patologico e inescusabile. Sono passati vent’anni da quando avevamo un numero di immigrati di poco superiore a 500mila unità, mentre oggi sono quasi 5 milioni e mezzo, un milione e trecentomila famiglie di soli immigrati, e un milione di minori. Un milione di romeni, mezzo milione di marocchini, mezzo di albanesi (i più rapidamente integratisi). Mentre la popolazione straniera è cresciuta in media ogni anno del 103,3 per mille, quella italiana si è invece ridotta progressivamente dello 0,7 mille.
Avremmo dovuto capire, azzerando ogni polemica politica, che l’attuale andamento demografico non rende sostenibile il futuro del nostro Paese: nel 2014 siamo giunti al minor numero di nati dall’Unità d’Italia, solo 508 mila, i morti sono stati 80mila in più, le donne italiane hanno un numero medio di figlli pari a 1,3 mentre il tasso di equilibrio demografico dovrebbe essere di 2,1, e tutto questo a lungo andare abbasserà sempre più il numero di persone al lavoro rispetto ai pensionati. Vent’anni sono abbastanza per comprendere  che o rimediamo come abbiamo fatto nel quindicennio alle nostre spalle, con in media 300mila immigrati nuovi ogni anno (scesi a 150 mila nel 2014, per la crisi). Oppure, se non vogliamo immigrati, dobbiamo cambiare radicalmente la politica fiscale e il welfare per sostenere le famiglie e la fecondità delle residenti attuali, per portarla oltre il 2,1 al più presto possibile. E dovremmo piantarla di ripetere “quanto ci costano”, visto che l’8% del PIL italiano viene dagli immigrati, e che nel saldo tra imposte e contributi che pagano e le spese a loro rivolte il saldo è positivo per 4 miliardi (vedi i numeri qui).
Questo arido ma essenziale “conto economico delle convenienze dell’immigrazione” è stato fatto nel tempo da altri paesi avanzati. Negli anni Cinquanta la Germania aveva bisogno di manodopera e spalancò  le porte ai Gastarbeiter, i “lavoratori ospiti” prima italiani, poi turchi, poi africani e asiatici. Per poi, nella crisi occupazionale degli anni Duemila, stringere il freno e passare alla pianificazione delle quote nazionali, scelte per specializzazione del capitale umano (e ancor oggi, non dimentichiamolo, le richieste pendenti di asilo in Germania sono 3 volte superiori alle 67mila italiane…). La stessa cosa è avvenuta nel tempo in Australia e negli USA, e in tanti paesi OCSE che senza tanti patemi “scelgono” le qualifiche, basse e alte o altissime, a cui tenere discrezionalmente e diversamente aperte le quote di regolarizzazione degli immigrati. E’ questo l’esempio a cui dobbiamo guardare, a maggior ragione ora che stenteremo per anni a riassorbire tre milioni e mezzo di disoccupati italiani. Ma per fare tutto questo servono politici capaci di vincere l’impopolarità delle “cifre vere”, capaci di studiare e citare ricerche come questa, sull’effetto positivo che i migranti sortiscono sulle basse qualifiche dei lavoratori “nostrani”.

Il terzo aspetto riguarda le politiche sociali e d’integrazione. Prima ancora che ridiscutere se la cittadinanza italiana si dia ancora per solo ius sanguinis invece che aprendo allo ius soli (personalmente sono favorevole a una forma di ius soli “temperata”), l’Italia dovrebbe uscire dal disastroso modello adottato sin qui. Quello per il quale dietro la prima linea dei Cie oggi CARA e cioè delle sistemazioni d’urgenza temporanee, modificatesi nel tempo tra polemiche feroci, abbandona però integralmente agli Enti Locali la competenza delle politiche d’integrazione, abitative e scolastiche, dell’impiego e della formazione del capitale umano. E’ da questa scelta scaricabarile, che deriva il concentrarsi di guai quando in aree delimitate di territorio l’immigrazione, dal 9% scarso oggi media sul totale della popolazione italiana, diventa tre, quattro e cinque volte maggiore rispetto al totale degli italiani, in un quartiere o in un piccolo centro. Molto spesso in aree in cui il reddito degli italiani è a propria volta molto basso e alto è il disagio sociale, e dove ogni intervento pro-immigrati a quel punto alimenta come benzina sul fuoco intolleranze e populismi di ogni tipo. Come avvenne l’anno scorso a Tor Sapienza a Roma, come accade in molte città e province italiane.

Prima che sia troppo tardi, la politica deve decidere di attribuire competenze (e risorse) agli unici che possono affrontare organicamente il problema dell’integrazione di milioni di stranieri: non lo Stato centrale, ma gli Enti Locali. In Germania, le competenze sugli immigrati non fanno capo allo Stato federale, ma ai Laender. E sono le grandi città metropolitane, che nei decenni sin dagli anni Cinquanta hanno elaborato modelli diversi di housing sociale e integrazione scolastica per gli, immigrati.
Sono le 10 nuove Città Metropolitane italiane più Roma capitale – non le Regioni, per carità – e cioè il nuovo macroreticolo amministrativo italiano in cui si addensano popolazione e problemi sociali, a dover avere competenze e risorse per gestire un fenomeno che non può essere affrontato con centri temporanei, magari per di più fonte di appetiti e affari illeciti come abbiamo appreso dalle indagini delle Procure. Ma le nascenti Città Metropolitane nascono invece attualmente senza risorse.

E’ giusto credere che l’Italia debba modificare gli accordi di Dublino sul dovere di asilo del primo paese che registra gli immigrati. Ma cio’ non toglie che il malessere italiano che si legge nei sondaggi sull’immigrazione nasce dal credere di mettere la polvere sotto il tappeto chiudendo per un po’ migliaia di immigrati in spogli palazzoni di degradate periferie. Non è una soluzione. E’ la miccia su una bomba. E alla politica dovrebbe spettare disinnescarla, invece di soffiarci sopra per meschini tornaconti elettorali.

 

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7 Responses

  1. Donza

    Illuminante come sempre.
    Ma ho una domanda: non ritiene che provare a risolvere il problema dei barconi sia limitativo?
    Comunque milioni di disperati sanno che forse qua c’è speranza…mi pare in verità una polveriera sempre più pericolosa

  2. vittorio

    In questo passaggio:

    “Vent’anni sono abbastanza per comprendere che o rimediamo come abbiamo fatto nel quindicennio alle nostre spalle, con in media 300mila immigrati nuovi ogni anno (scesi a 150 mila nel 2014, per la crisi). Oppure, se non vogliamo immigrati, dobbiamo cambiare radicalmente la politica fiscale e il welfare per sostenere le famiglie e la fecondità delle residenti attuali, per portarla oltre il 2,1 al più presto possibile.”

    Non ho capito il senso di:

    “o rimediamo come abbiamo fatto nel quindicennio alle nostre spalle”

    Cosa abbiamo fatto nel quindicennio alle nostre spalle da imitare? Errore di battitura?

  3. Riprendo considerazioni delle quali sono debitore ad un amico facebook; le trovo ineccepibili e motivo di forte delusione nei confronti del Giannino immigrazionista.

    Se gli immigrati “servono”, come si lascia supporre, per avere più lavoratori, che quindi versino più contributi, per sostenere un sistema pensionistico folle…beh, si è già visto come è andata: gli immigrati hanno semplicemente “sostituito” altri lavoratori, senza una crescita stabile; il numero di lavoratori cresce se un’economia è già in grado di crescere, non viceversa…non fai crescere l’economia “buttandoci dentro potenziali lavoratori” come se fosse carbone in una caldaia.
    Riguardo alle conclusioni dello studio della fondazione Moressa: a parte che non si considerano le rimesse, quindi “risorse” che si perdono, ma anche trascurando questo fatto… il “saldo” – quanto versano meno quanto costano – è in attivo semplicemente perché, date le caratteristiche demografiche degli immigrati (più giovani, li vogliamo per quello) costa per ora pochissimo per spesa pensionistica. Ma il saldo sarebbe identico (anzi, migliore) prendendo un qualsiasi gruppo di italiani lavoratori con le stesse caratteristiche demografiche.
    Questi sono i veri, autentici strumenti di propaganda, che per giunta giustificano un razzismo al contrario: “gli immigrati portano ricchezza, gli italiani no”
    Conclusione: vista la non crescita dell’Italia negli ultimi 15-20 anni la “ricchezza” portata dagli immigrati potevano benissimo portarla gli stessi italiani, se solo si fossero adottate politiche diverse (decontribuzione, taglio della spesa, taglio delle tasse, etc)….o se non si fosse utilizzata “spesa pubblica” per abbassare ancora di più i “salari di riserva” di codesti lavoratori.
    Infine: la spesa previdenziale va tagliata, oggi stesso andrebbe fatto… non si possono cercare ricette magiche per evitare di doverlo fare.

    Quanto poi al solito “certi lavori non li vuole più fare nessuno”: in economia questa frase è monca, si dovrebbe dire “certi lavori non li vuole più fare nessuno… a quel prezzo”. Certo, se il problema è trovare degli altri lavoratori, che si adattino meglio ai “desiderata” degli imprenditori e alle esigenze di attività poco produttive…ci sarà sempre bisogno di immigrati; ma poi non stupitevi se la produttività non cresce. E perché mai dovrebbe farlo? Se sono i salari che si adattano alla scarsa produttività o scarsa competitività e non piuttosto gli imprenditori che cercano di diventare più produttivi.

  4. Francesco_P

    Non posso che apprezzare le ragioni di Ismael.
    Occorre comunque precisare che esiste una “buona immigrazione”, quella legale e qualificata, e una “cattiva immigrazione”, quella clandestina che viene sponsorizzata dalle organizzazioni criminali e dai politici poco avveduti (speriamo sia solo questo).
    Ad esempio, l’Australia è una delle nazioni più accoglienti per l’immigrazione regolare e qualificata, è severissima con l’immigrazione clandestina. Il Governo Federale australiano si è anche impegnato in campagne mediatiche di dissuasione, particolarmente rivolte ai Paesi da cui proviene la pressione migratoria. Il governo federale impiega le forze navali per il respingimento dei barconi, fino alla dissuasione armata.
    L’Italia, Paese sovrappopolato da cui emigrano i giovani e le imprese migliori, non può permettersi di accogliere immigrazione legale e qualificata. Invece, fa di tutto per raccogliere immigrati clandestini di tutti i tipi facendo un favore alle organizzazioni criminali.
    L’esplosione del fenomeno dell’immigrazione clandestina dalle coste del Nord Africa presenta aspetti di gravità maggiore dell’import di ricercati albanesi e rumeni che andava di moda un po’ di anni fa. Si tratta di persone fra cui è facile infiltrare terroristi e fanatici jihadisti (vedi anche l’assassinio dei 15 cristiani a bordo di un barcone di pochi giorni fa) e che possono portare malattie pericolose per via delle condizioni igieniche subumane che sono costrette a vivere prima di imbarcarsi. In questi casi l’accoglienza finisce per diventare complicità nei confronti dei mercanti schiavi e delle organizzazioni criminali nostrane che lucrano sui migranti e danno per la popolazione residente.
    Ancor più preoccupante è il rischio che una massa di clandestini di centinaia di migliaia di unità rappresenta ai fini della sicurezza e della stabilità della società, tanto più che queste persone non vengono per integrarsi, ma per comandare fanatizzate dagli imam e dai propagandisti del jihad (vedere ad esempio la polizia islamica in Catalogna http://www.elmundo.es/cataluna/2015/04/20/5533f490e2704e32678b457a.html ).
    L’ISIS arriva a dichiarare pubblicamente di voler ripercorrere le tappe dell’invasione della Sicilia (VII secolo) e della Spagna (VIII secolo) grazie all’immigrazione clandestina.
    Insomma, non è il caso di fare come gli italiani o come gli europei: è il caso di fare come gli australiani!

  5. Bob

    Giannino stai perdendo capacita analitica oppure devi fare uno spot giornalistico a qualcuno compiacente? Perché Ismael in due righe ha riassunto per sintesi, lucidità e accuratezza uno scenario che é sotto gli occhi di tutti…

    É difficile partendo da un postulato errato dimostrare un teorema fallace… Giannino 2 e torni al posto….

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