1
Dic
2015

Clima: a Parigi il solito inutile rituale

La narrazione ha il sapore del déjà vu. Quasi un rituale che si ripete ogni anno dall’ormai lontano 1992. Parliamo della conferenza sul clima che si è aperta ieri a Parigi. Per molti è “l’ultima chance di salvare il Pianeta” (come a Copenhagen nel 2009). Dopo, come ha sostenuto il Presidente francese François Hollande, “sarà troppo tardi”. I freddi numeri ci raccontano però una realtà assai diversa: stando ad un’analisi dell’MIT, se gli impegni volontari presi dalla maggior parte dei Paesi che partecipano alla conferenza saranno rispettati – ed i dubbi sono più che legittimi non essendo previsti meccanismi sanzionatori per eventuali inadempienze – l’effetto in termini di riduzione della temperatura del Pianeta al termine di questo secolo sarà dell’ordine dei due decimi di grado. Ancor meno entusiasmante è la stima dell’ambientalista “scettico”, il danese Bjorn Lomborg, secondo il quale l’impatto di Parigi sarà al più di 0,17 °C e comporterà un costo complessivo dell’ordine di mille miliardi di dollari per anno.

L’aspettativa “salvifica” nei confronti del summit parigino sembra quindi aggiungersi ai numerosi falsi miti di cui si alimenta il dibattito pubblico sui cambiamenti climatici ma che non trovano riscontro negli stessi documenti dell’IPCC, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa dei cambiamenti climatici.

Al centro dei più recenti negoziati sul clima vi è l’obiettivo di contenere l’aumento di temperatura rispetto ai livelli pre-industriali entro i 2 °C (oggi siamo a circa + 0,9 °C ossia a poco meno di metà strada). E’ questa una soglia da non oltrepassare per nessuna ragione? No, la scelta sembra essere arbitraria e senza basi scientifiche. Nel più recente rapporto del Panel dell’ONU, le evidenze disponibili in merito agli impatti dei cambiamenti climatici vengono sintetizzate in un grafico che evidenzia come fino ad un aumento di 2-2,5 °C gli effetti positivi del riscaldamento sono grosso modo equivalenti a quelli negativi.

La ricaduta complessiva può essere paragonata a quella di un anno di recessione economica: lo stesso livello di benessere che, in assenza del riscaldamento, sarebbe raggiunto nel 2100, verrebbe traguardato l’anno successivo.

Ciò nondimeno, nel lunghissimo periodo, le conseguenze negative avrebbero il sopravvento rispetto a quelle positive. Ma, se guardiamo al presente, il problema ambientale più rilevante è, ancora sulla base dei dati forniti dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, quello dell’inquinamento atmosferico all’interno delle abitazioni dei Paesi più poveri. Inquinamento dovuto, non all’eccessivo uso ma alla indisponibilità di fonti fossili ed al ricorso a combustibili “naturali”. Il problema interessa quasi 3 miliardi di persone e si stima che porti ad un numero di morti premature pari a 4,3 milioni per anno (la concentrazioni di polveri sottili all’interno delle abitazioni è di circa 1.000 microgrammi/metrocubo ossia venti volte superiore a quella che si registra nell’atmosfera di una città dell’Europa occidentale). Per tutti costoro un maggior consumo di carbone e di gas avrebbe immediate ricadute positive.

Questo è il dilemma cui siamo di fronte.  La riduzione dei consumi dei “ricchi” non potrebbe modificare, se non in misura molto modesta, le emissioni previste per questo secolo. Ad esempio, il peso dell’Europa sul totale della CO2 emessa a livello mondiale è già diminuito dal 20% del 1990 al 10% attuale e si ridurrà ulteriormente al 7% nel 2030. Circa tre quarti delle emissioni nei prossimi decenni verranno da Paesi a basso reddito. Imporre ad essi drastici tagli significa ostacolare quel processo di miglioramento delle condizioni economiche che ha portato negli ultimi tre decenni a straordinari risultati in termini di riduzione della povertà, della mortalità infantile, di incremento della speranza di vita e di miglioramento della capacità di difendersi dagli eventi climatici estremi. Il livello di benessere è assai più strettamente correlato al reddito che non al clima: Norvegia e Israele sono caratterizzati da climi assai diversi ma da analoghe condizioni di vita; Israele ed i Paesi arabi limitrofi condividono lo stesso clima ma sono separati da un ampio divario di sviluppo economico ed umano.

Peraltro, nei Paesi a reddito più elevato, a subire le conseguenze più negative dell’aumento dei costi dell’energia correlati alla incentivazione delle fonti rinnovabili  sono state le persone meno agiate.

Le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici attuate finora non hanno avuto né avranno in futuro alcun effetto apprezzabile sull’evoluzione del clima (solo l’1,5% dell’energia mondiale proviene da solare ed eolico). Da Parigi, come detto, non ci si può aspettare nulla di diverso.  Come sottolinea l’Economist nel numero in edicola, sarebbe quindi auspicabile una drastica riduzione dei sussidi che i governi destinano alla incentivazione sia delle rinnovabili che delle fonti fossili. Una parte delle risorse così risparmiate potrebbe essere destinata ad attività di ricerca nel settore energetico al fine di sviluppare forme di produzione che siano al contempo a minor contenuto contenuto di carbonio, meno costose ed altrettanto affidabili di quelle oggi garantite dalle fonti fossili. Non sarebbe, neppure questo, un “pasto gratis”. Ma è un prezzo che può valer la pena pagare per evitare un improbabile ma grave rischio che potrebbe emergere nei prossimi secoli.

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7 Responses

  1. Roberto

    Rispetto le sue idee ma mi sembra un commento un po’ “sgangherato” e piuttosto banale. A cosa servirebbe il benessere dei cittadini di Miami in Florida (esempio tra i tanti) se la città venisse invasa dal mare, ben prima della fine di questo secolo? Cordialmente.

  2. Francesco_P

    Egregio Roberto, 1 dicembre 2015,
    i massimi dalla fine dell’ultima glaciazione si sono verificati parecchio prima dell’inizio dell’era industriale http://1.bp.blogspot.com/_vpY9O5lG_AM/TGtDkCM3k9I/AAAAAAAABGE/D7wb4D9qYGA/s1600/NH+10k+yrs.png
    Le temperature medie della Terra negli ultimi 550 milioni di anni sono state molto superiori a quelle attuale tranne nel corso delle glaciazioni, fenomeni che sono diventati più frequenti negli ultimi milioni di anni https://homelessmanspeaks.files.wordpress.com/2010/10/ice-ages-oct-22-2010.gif, vale a dire dalla grande esplosione Cambriana ( https://it.wikipedia.org/wiki/Esplosione_cambriana ).
    Questo non significa che non si debba avere cura del Pianeta, soprattutto per quanto concerne il trattamento delle acque, la dispersione dei residui della lavorazioni inquinanti, ecc.. Ricordo che gli oceani sono la “grande macchina” che attraverso gli scambi gassosi regolano l’atmosfera). Significa semplicemente che nell’attuale aumento delle temperature dell’emisfero boreale (il Polo Sud si sta raffreddando) c’è una componente naturale accertata e prevalente rispetto a quella antropica.

  3. Enzo Michelangeli

    E chi ha detto che Miami verrebbe invasa dal mare prima della fine di questo secolo? E soprattutto, anche se questa fosse un’ipotesi verosimile (e non lo e’), che differenza farebbero i due decimi di grado di minor riscaldamento da ottenere a caro prezzo?

  4. gianmarco

    posto anche che ci sia la possibilita’ che in circa un secolo miami venisse sommersa dal mare, e tale possiobilita’ e’ fermamente bel regno delle speculazioni piu’ estreme, sarebbe piu’ che sufficiente una politica differente sulle aree costruibili, in modo che le costruzioni piu’ vicine al mare, una volta alla fine della loro vita utile, venissero ricostruite altrove. tale politica, con costi molto bassi, risolverebbe il problema.
    le attuali politiche (tasse, sovvenzioni, politiche energetiche demenziali etc) sono troppo sospette e hanno secondo me in realta’ tutti altri fini.
    in ogni caso, il concetto stesso di “temperatura globale” e le asserzioni di misurazioni accurate al mezzo decimo di grado mi fanno ridere. avete mai maneggiato un termometro di precisione, provato a misurare temperature ambientali, eccetera? o avete mai provato a guardare la griglia di stazioni di misurazione globale, o come i dati vengono “aggiustati’?

  5. DDPP

    Gentile dott. Ramella,
    anche io posso fare una profezia sui cambiamneto climatici nei prossimi 50, 100 o anche mille anni. tanto saremo già tutti morti.
    Mi piacerebbe di più che si facessero previsioni metereologiche a 7 giorni.
    Ma essendo queste rapidamente verificabili, sono moooolto più difficili.

    PS I ghiacciai dell’Himalaya non si stanno sciogliendo come fu previsto (auspicato?) dal IPCC

  6. Lo studio del MIT citato serve a richiamare l’attenzione dei paesi partecipanti alla COP21 sulla necessità di intensificare i propri impegni volontari e di sottoscrivere un accordo vincolante che consenta controlli incrociati e la revisione periodica degli impegni stessi. In sostanza il MIT dice dovete fare di più, molto di più, perché se non fate così finisce male. Gli accordi, che io mi auspico insieme ad altri miliardi di cittadini del mondo, prevedono inoltre flessibilità e finanziamenti per i paesi più poveri, che non possono fare la transizione energetica da soli.

  7. Giorgio

    Tutti auspicheremmo che l’aumento della temperatura globale sia una bufala o almeno , che sia da cause naturali.E anche che l’attuale allarme rosso-inquinamento atmosferico a Pechino sia magari solo un’esagerazione ovvero sia conseguenza dell’uso di braci di legna(combustibili “naturali”)nelle case povere della capitale(!?) Ma l’ottimismo è una cosa e la certezza è un’altra.

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