11
Gen
2013

La crisi e la farsa – di Gerardo Coco

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.

Le ultime dichiarazioni sulla crisi di alcuni tecnocrati hanno dell’incredibile.

Wolfgang Schäuble, ministro delle finanze tedesco: “Ormai il peggio è alle spalle” (28.12 12). François Hollande: “il tempo di crisi e di confusione per l’EU sono finiti ”(14.12.12). Mario Monti: “la crisi dovrebbe finire nel 2014” (4.1.13); Timothy Geithner: “Abbiamo preso le misure di emergenza per impedire il default del debito” (3.1.13).

Commentiamone l’attendibilità iniziando dall’eurozona. Giova ricordare che, da quando la crisi è esplosa e cioè dal gennaio 2010, gli interventi dei leader europei sono stati scanditi da questo iter: 1) aprire il ciclo di riunioni per discutere il da farsi; 2) annunciare che la situazione era risolta; 3) aspettare le reazioni dei mercati; 4) accorgersi che nulla era risolto; 5) riaprire il ciclo di riunioni.

Il primo esempio è stata la Grecia. Per ben 30 volte gli euroleader hanno ripetuto di aver salvato la Grecia per poi scoprire che non lo era e che bisognava riprendere le trattative. La Grecia è stata salvata formalmente due volte. Attualmente è in atto un programma di buy-back del debito con l’obiettivo di arrivare entro il 2020 ad un rapporto col PIL del 120%. Il buy-back è appunto l’operazione attraverso cui la Grecia ritira dal mercato parte del debito a prezzo scontato per abbassare l’incidenza sul PIL. Ma come ha fatto a riacquistarlo senza fondi disponibili? Semplice, glieli ha prestati quello stesso fondo salva stati, l’ESM, che è stato declassato dalle agenzie di rating!!

Ormai, nell’eurozona è impossibile non ridere. E infatti è quello che succede. Quando il 19 dicembre scorso i giornalisti hanno chiesto a Jean Claude Juncker se l’obiettivo dell’operazione era mantenere il debito greco al 120% del PIL, il responsabile dell’Eurogruppo ha risposto: “Il fatto è che il target del 120% resterà ma per quel che riguarda la tempistica sarà rinviato al 2022”. Risata corale nelle sala conferenze. E Junker (sorridendo): “Ma non sto raccontando barzellette”.

Il PIL greco è crollato del 20% un’implosione sistemica simile a quella dell’Argentina nel 2001. In Spagna il settore bancario, per ammissione stessa del governo, è fallito. La Francia è entrata in recessione. Il CEO del gruppo Axa Henri de Castries ha dichiarato (15.11.12) che il paese sta perdendo terreno non solo nei confronti della Germania ma di tutti gli altri partner europei col rischio di finire nella retroguardia europea. Eppure secondo Hollande la crisi sarebbe terminata.

Tutto il processo di salvataggio europeo era basato sul fatto che la Germania avrebbe firmato assegni in bianco a favore dei partner in difficoltà. Ma dopo che, a partire dallo scorso settembre, la sua produzione industriale cala di mese in mese tanto che la Bundesbank ha abbassato le previsioni sul PIL del 2013, la Germania sarà ancor meno propensa a concedere aiuti ai paesi dell’unione. Il prossimo ottobre ci saranno le elezioni e il peggio che potrebbe capitare alla Merkel sarebbe di dover giustificare agli elettori una recessione nel paese. In Italia, produzione e consumi crollano e la disoccupazione nell’eurozona è ormai al 12%. Standard & Poor’s ha già declassato il merito del credito di più della metà dei paesi emittenti e ha affibbiato ai titoli del Portogallo lo status di “spazzatura”.

Ma non c’è da preoccuparsi perché come dice Schäuble il peggio è alle spalle e come rassicura Monti nel 2014 tutto andrà a posto.

Se le dichiarazioni di ottimismo servissero a prendere tempo per costruire qualche strategia migliorativa sarebbero accettabili. Ma dietro questo ottimismo un po’ ebete, c’è il vuoto assoluto. Sembra che i tecnocrati non abbiano la minima idea di quello che sta succedendo, meno che mai di quello che dovrebbero fare. Ogni decisione è una non decisione, ma lasciando le cose come stanno, la situazione diventa sempre più tossica. D’altra parte, se aumentano le tasse affossano le economie; se tagliano la spesa, affossano l’economia; se aumentano il debito, affossano l’economia. Un mix azzeccato di queste decisioni può solo procrastinare il disastro finale. La verità è che continuano a ignorare la realtà: non esiste la possibilità di sfuggire alle conseguenze economiche dell’insolvenza dei debiti.

Il collante che tiene assieme i paesi dell’unione è solo la Banca Centrale Europea. Ma ribadiamo il dubbio già espresso nell’articolo (http://www.chicago-blog.it/2012/09/09/alice-nel-paese-delle-meraviglie-di-gerardo-coco/) e cioè che l’OTM, (Outright Monetary Transactions) il quantitative easing in stile europeo a favore dei paesi in difficoltà, possa funzionare. Come mai, infatti, nessuno e in particolare la Spagna non hanno ancora approfittato del meccanismo di salvataggio offerto da Mario Draghi? Perché, come anticipavamo, nessun paese vuole cadere nella trappola della clausola di condizionalità che obbliga, per l’ammissibilità ai fondi, a conformarsi agli standard di austerità richiesti dalla Troika e a perdere, ipso facto, la sovranità. Ottemperando alla clausola, i governi dei paesi richiedenti dovrebbero prima di tutto sottoporsi a un processo di due diligence per verificare l’affidabilità dei loro conti pubblici e, con gran probabilità emergerebbero (come nel caso della Grecia) dei falsi in bilancio. Per questo motivo la Spagna ha rifiutato ogni aiuto e si è comprata direttamente il debito attingendo al 90% (65 mld) del fondo di previdenza sociale (Vedi: “Spain Drains Fund Backing Pensions” Wall Street Journal, 3 gen.13). In tal modo ha abbassato il rendimento dei propri titoli dando l’impressione di controllare il debito. Così ora sono i pensionati a essere diventati i salvatori di ultima istanza dei governi!!

Quando un paese ricorre a queste misure ha chiaramente esaurito tutte le cartucce. Ma il collasso della Spagna non ci sarà nell’immediato: è solo rimandato. Del resto, come dice un personaggio di Hemingway si fallisce prima sempre gradualmente, poi di colpo.

Mai nella storia tanti incapaci si sono trovati contemporaneamente alla testa dei governi, tutti con lo stesso istinto di fare non solo le cose sbagliate ma esattamente l’opposto di quelle giuste.

Oltreoceano abbiamo assisto a un’altra farsa, quella del famoso fiscal cliff che ha tenuto in ostaggio l’America per settimane, un diversivo per eludere ancora una volta il problema del debito. Negli ultimi quattro anni gli USA hanno accumulato 1 trilione di dollari di deficit all’anno e la soluzione del fiscal cliff è consistita in un taglio di spesa di 15 miliardi (meno del 2% del deficit) e in un aumento di tasse di 62 miliardi (pari al 6% del deficit) per dieci anni. Cifre ridicole se rapportate ai 4 trilioni di deficit a partire dal 2008, ma ancora più insignificanti se rapportate al debito totale di 16,3 trilioni che, al ritmo dell’incremento del deficit corrente raggiungerà, alla scadenza del mandato di Obama, i 20 trilioni cioè il 125% del PIL. Naturalmente senza includere le unfunded liabilities (impegni assunti dai governi senza copertura finanziaria per decine di trilioni come Medicare e Medicaid,). Una situazione spaventosa che potrebbe fare diventare l’America una Grecia su scala gigantesca. Questa situazione rende grottesco tutto il dibattito sul debt ceiling, cioè sull’ammontare massimo di indebitamento per evitare il default. L’ultima trovata, surreale, per risolvere il problema del debito è la proposta di far coniare al Tesoro americano monete di platino del valore di 1500 dollari che la legge trasformerebbe, per magia, nel valore nominale di un trilione (pari al deficit), da cedere alla Federal Reserve in cambio di dollari di nuova creazione. (vedi: “A Trillion-Dollar Coin”, Wall Street Journal 9 gennaio). È forse questa la misura di emergenza di cui parlava Timothy Geithner? È con questi trucchi che si impone la disciplina di bilancio? No, è l’ennesimo ignobile tentativo per continuare a indebitarsi dando copertura fittizia alla creazione illimitata di nuovi dollari. Questa proposta inoltre dimostra che, anche nel caso degli USA, la banca centrale ha ormai esaurito tutte le munizioni.

Nel mondo non si parla più di economia reale, di produzione, di occupazione o di creazione di valori ma di come riuscire a indebitarsi per allungare la vita a governi moribondi. L’America come l’Europa non è più in grado di pagare i debiti e le mostruose contraffazioni in atto per eludere il problema potrebbero scatenare un’iperinflazione.

Dobbiamo preoccuparci della crisi? Certo, ma molto di più dei soggetti che pretendono di gestirla.

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25 Responses

  1. Marco Tizzi

    Bravo Coco, impeccabile.
    Solo una cosa che mi sto chiedendo da qualche giorno: si stanno riprendendo contemporaneamente i mercati azionari e dei titoli di Stato. E’ un rimbalzo del gatto morto? Presa di tempo? O solo predeterminati motivi elettorali (Italia + Germania quest’anno)?
    E’ vero che nel mercato finanziario gira una quantità abnorme di liquidità, ma è vero anche che è rimasta ferma per molti mesi e sembra stia cominciando a muoversi tutta insieme. Son bastate le parole di Draghi che facevano vagamente intuire una monetizzazione massiva?
    Non credo, perché come correttamente lei (voce quasi unica) fa notare la contropartita è troppo pesante. Quindi, perché tutti adesso?

  2. Jack Monnezza

    Bellissimo articolo, complimenti!

    Anch’io mi faccio tutti i giorni tante delle stesse domande?
    Come facciamo ad avere così tanti governanti tutti assieme a così diverse latitudine impegnati insieme a puntellare con proclami di vittoria e con le stesse disastrose ricette qualcosa che è chiaramente non sostenibile?
    E la stampa/media mondiali che gli fanno da claque?
    E la liquidità mondiale che li segue e pensa di essere sempre più furba e uscire un minuto prima del crollo?
    Ma il collasso avverrà come scriveva Hemingway tutto di colpo. First gradually, then suddenly. Non ci sarà tempo per uscire…

  3. Ciao, tutto molto condivisibile! Ho solo un’ottica diversa su OMT. Credo che sia da vedere come un assicurazione. Il fatto che i rendimenti calino anche in assenza di effettivi acquisti dimostra che funziona via aspettative. Il bazooka della BCE è credibile. Quanto alla pochezza dei nostri “leader” sfondi una porta aperta! Deprimente…

  4. Francesco_P

    Negli ultimi decenni ogni bolla finanziaria è stata disinnescata grazie alla creazione di una nuova bolla, come una sorta di catena di Sant’Antonio finanziaria. oggi siamo arrivati all’ultima spiaggia, ovvero siamo alla bolla del debito pubblico. Quando si coprono i debiti con nuovi debiti significa che si è alla frutta! Il ritorno al gold standard per tutte le nazioni (anche se attuato con gradualità per tappe successive) sarebbe una cura shock che imporrebbe a tutti i governi di rientrare nei confini della ragione.

    Certe dichiarazioni come quella di Schäuble citata all’inizio dell’articolo o come quella che i conti pubblici italiani sarebbero oggi più solidi (rapporto Debito/PIL cresciuto del 6% in un anno) assomigliano alle palle trionfalistiche di tutti i regimi che stanno collassando. Ad aprile gli italiani devono votare e quindi tutto va bene per default. A settembre i tedeschi devono votare quindi tutto va bene per default.

    I francesi, invece, hanno appena votato e la Francia di Hollande va in guerra in Mali esattamente come Sarkozy (vedere http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201301112227-ipp-rt10325-truppe_francesi_in_mali_fabius_bombardati_gli_islamisti ). Premetto che non ho nulla contro il bombardamento di certa gentaglia, ma la Francia non aveva appena aumento le tasse per distribuire ricchezza ai ceti meno abbienti?

  5. Gianfranco

    Ragazzi, concordo con tutto quello che avete scritto.

    Il vero problema attuale e’ che, nel rientrare, occorre operare con cautela. Si fa in fretta a dire “tagliamo” e “lo stato e’ un’entita’ a se’ stante” e “si’ ma il debito non l’ho fatto io”… quando nella realta’ ci sono milioni di persone che grazie a quel debito campano.

    Si fa super in fretta a dire: licenziamo tutti i marescialli dell’esercito, tutti i precari inutili, il 50% dei postini, tutte le auto blu, tagliamo tutti i fondi ai comuni tranne l’indispensabile e cosi’ alle regioni. si fa veramente in fretta.
    ma poi?

    Certo ci sarebbe l’altra scelta. Andare in default. Ma andare in default significa non pagare i fornitori. E a noi poi il gas per le caldaie chi ce lo da? E il petrolio?

    Direi che l’inverno e’ un pessimo mese per iniziare una rivoluzione. Facciamo Marzo?

    Ciao.

  6. Marco Tizzi

    @Gianfranco
    In Italia ci sono circa 4,5 mil. di dipendenti statali e 16 mil. di lavoratori non statali. Perché dobbiamo continuare ad occuparci dei primi fregandocene dei secondi?
    Già si parla di una manovra ad aprile: 7 miliardi di tasse in più. Sarà un’altra botta ai consumi e alle imprese.
    Gli imprenditori più furbi se ne andranno. Molti di quelli che resteranno sono destinati alla chiusura.
    Questa gente ha, quando va bene, a disposizione 9 mesi di sussidio. Gli imprenditori e le partite IVA manco quelli.
    Che facciamo con questa gente?
    E oggi si aggiunge anche la possibilità che il M5S non si presenti alle elezioni, con relativi problemi sociali.

    Realisticamente, secondo me seguire l’esempio americano e giapponese è il meno peggio. Ma i tedeschi non lo accetteranno MAI, nemmeno se dovessero entrare in recessione forte, cosa che non succederà perché loro non hanno limiti, per se, né al deficit, né al debito pubblico (quello vero).
    Quindi? Che si fa?
    Monti e il PD ricominceranno a mungere senza sosta. Quei 16 stupidissimi milioni sono ormai allo stremo, ma questo non è tempo di rivoluzioni: piuttosto di fughe. La rivoluzione richiede organizzazione e una speranza per dopo, mancano entrambe. Mentre la fuga è semplice.

  7. paperino

    @Marco Tizzi
    “In Italia ci sono circa 4,5 mil. di dipendenti statali e 16 mil. di lavoratori non statali.”

    Forse perche’ dei 16 milioni di lavoratori non statali la stragrande maggioranza campa comunque su commesse “keynesiane” dello stato o su lavoro indotto dalla regolamentazione e dalla burocrazia dello stato?

    Nel 1929, secondo me, il vero motivo di fondo per cui c’e’ stata la grande crisi e’ che poteva esserci: la maggior parte della popolazione sapeva ancora vivere di autoproduzione e autoconsumo, era da poco uscita dalle campagne e poteva ritornarci in fretta, oppure ci stava ancora. L’organizzazione industriale non si era ancora impadronita completamente e irreversibilmente delle nostre vite, l’industrializzazione era un fenomeno ancora reversibile, e la grande crisi ne fu un esempio. Oggi come oggi, rispetto ad allora, la situazione e’ completamente rovesciata e con un duplice problema: nessuno e’ piu’ in grado di autosostentarsi, ne’ come individuo ne’, ormai, come comunita’, e la produzione dei beni di base necessari alla sopravvivenza, quelli senza la capacita’ di procurarsi i quali ne’ un uomo ne’ un animale possono considerarsi liberi (un po’ di cibo, un abito e una tana dove ripararsi) e’ effettuata da una minoranza esigua di produttori (in regime di monopolio professionale nel caso della casa e ormai anche dell’agricoltura, con il sistema delle quote), intrinsecamente schiavizzanti e a loro volta schiavizzati dal resto della popolazione animata necessariamente da pensieri redistributivi (quella stragrande maggioranza produttivamente inutile di consumatori di cui parlavo all’inizio). Non e’ un caso se negli ultimi decenni i movimenti dei consumatori, in occidente, hanno completamente soverchiato, e oscurato, quelli operai.

    Per quanto riguarda l’effetto ipnotico che sembra avere su molti l’ORO, in alcuni casi sotto la forma del gold standard, mi pare che cio’ che abbiamo, l’euro, e’ quanto ci si avvicina di piu’, e che il risultato e’ che, con ineluttabile effetto “band-wagon”, esso va verso dove ce ne e’ gia’ di piu’, lasciando a secco chi ne ha meno, come e’ tipico dei sistemi intrinsecamente instabili. E che l’unico modo di ovviare a questo inconveniente ipnotico sia, quando necessario, o una gran botta in testa (la guerra), o la stampa (l’inflazione).
    Vedere i difetti, come fa magistralmente l’articolo sopra, del sistema attuale, non dovrebbe renderci ciechi rispetto agli altri, anzi dovrebbe allenarci allo scetticismo.
    Correggetemi se sbaglio.

  8. Marco Tizzi

    @paperino
    Guarda che questa cosa che l’economia privata italiana vive di commesse statali è un barzelletta. Ci sono poche eccezioni (sanità), ma per il resto la spesa pubblica è semplice “redistribuzione”: si prendono soldi dai produttori e si danno ai non-produttori, sotto forma di pensioni, sussidi e/o stipendi.
    Non è vero che lo Stato spende tanti soldi in infrastrutture e anche per la “spesa corrente” le poche aziende che ci campavano stanno scappando a gambe levate perché lo Stato non paga.

    Sul sistema monetario non voglio rientrare perché la discussione è già stata presa e mollata in queste pagine per centinaia di volte e penso sia davvero diventata noiosa.
    Secondo me ognuno dovrebbe usare la moneta che più gli aggrada, ma è una mia personalissima opinione.

  9. paperino

    @Marco Tizzi
    “Guarda che questa cosa che l’economia privata italiana vive di commesse statali è un barzelletta. Ci sono poche eccezioni (sanità), ma per il resto la spesa pubblica è semplice “redistribuzione”: si prendono soldi dai produttori e si danno ai non-produttori, sotto forma di pensioni, sussidi e/o stipendi.”

    Non e’ solo cosi’, magari: se consideri lo stipendio di una famiglia, vedi che anche cio’ che resta da spendere dopo la tassazione e’ in gran parte speso in oggetti fisici o sociali il cui prezzo e’ enormemente incrementato e l’acquisto reso obbligatorio dalla normativa e dagli obblighi di stato, che vengono spesso introdotti con qualche scusa proprio allo scopo di costringere al loro acquisto o far lievitare il loro prezzo quando comunque necessari: la casa costa il triplo di quanto costerebbe se non ci fosse la regolamentazione edilizia (il terreno “edificabile” ad esempio, reso scarso dalla legge, costa 50 volte quello agricolo, ma la regolamentazione incide pesantissimamente anche in quanto obbliga a servirsi di stuoli di professionisti e burocrati in gran parte completamente inutili ma costosissimi), le assicurazioni tendono a diventare obbligatorie su tutto, l’obbligo alla sicurezza e alla salute fra poco imporra’ anche la maglietta e la mutanda di lana certificate e quindi piu’ costose “perche’ se ti ammali paga la collettivita’” eccetera.
    Ma questo e’ forse il modo in cui la nostra societa’ redistribuisce i beni che sono necessariamente prodotti, a causa dell’enorme aumento dell’efficienza dei processi industriali e delle macchine, da pochissime persone, facendo lavorare in lavori fittizi, ma per uno stipendio concreto, anche tutti gli altri.
    Ripeto, nella nostra societa’ a dettare legge sono i burocrati e i consumatori, perche’ c’e’ la democrazia e essi sono la stragrande maggioranza della popolazione.
    I produttori in effetti stanno tornando ad essere cio’ che erano nella antica grecia: gli schiavi, gli sconfitti in guerra.
    Pensaci, vedrai che la rete che ci avvolge e’ a maglie enormemente piu’ fitte e intrecciate di quanto si tenda a semplificare, ognuno vedendo solo quelle che a lui conviene.
    In quanto ho scritto sopra, non credo di essere riuscito a trasmettere cio’ che intendevo.

    Sulla moneta sono d’accordo. In realta’ chi sta ai piani alti secondo me fa gia’ cosi’, cioe’ usa qualsiasi cosa come se fosse moneta, con la cosiddetta speculazione internazionale sulle materie prime (fra cui, ma non solo, l’oro) o sull’azionario. In fin dei conti, cos’e’ che contraddistingue la moneta dal resto degli oggetti, oltre al fatto che il suo passaggio di mano non e’ di per se’ tassato (gabanelli permettendo), mentre e’ tassato il passaggio di mano degli oggetti (fisici o sociali) per cui la moneta “sta”?

  10. Marco Tizzi

    @paperino
    Scusa, ma mi pare tu stia mischiando un po’ di cose che poco hanno a che fare l’una con l’altra.
    Tu prima hai sostenuto che molti imprenditori privati e i loro dipendenti vivono di Stato. Questo non è vero nei numeri.
    Poi, giustamente, hai fatto notare che per colpa dello Stato (troppe tasse, troppe regole senza senso) la gente non può lavorare e paga molto di più le cose di quanto avverrebbe in un libero mercato. E su questo io sono d’accordissimo, ma – facciamocene una ragione – siamo un’esigua minoranza.

    Inoltre tu stai confondendo l’economia con la produzione e il commercio di beni. Un errore drammatico che fanno in tanti. La produzione e il commercio di beni è infatti una parte già da tempo assolutamente minoritaria dell’economia che, da molti anni ormai, è un’economia immateriale.
    E questa tendenza aumenterà costantemente, perché i gusti cambiano e le società cosiddette “mature” sono sempre più attente alla qualità della vita e sempre meno alla quantità di beni posseduti.
    Quando si dice che gli attuali 20-30enni sono la generazione smartphone-e-bicicletta si intende proprio questo.
    Purtroppo, per qualche motivo che non mi è molto chiaro, ma che è molto legato alla cultura industriale di un paese, si tende a ipervalorizzare l’importanza dei beni e a relegare come inutili i servizi.
    Quindi c’è quasi una paura dell’automazione agricola e industriale perché si pensa “quando le macchine faranno tutto non ci sarà più lavoro”. Questo è luddismo e non ha senso. Non ha ragioni né storiche, né logiche.
    E porta a frasi drammatiche tipo “un paese non può non avere una grande industria automobilistica” (Squinzi, ma anche Giannino concorda) oppure all’attenzione spasmodica all’export del mercantilismo tedesco, messo a modello da tutti quelli che si dimenticano che per un paese che esporta ce ne deve essere uno che importa, a meno di aprirsi al commercio intergalattico.

    La produzione di ricchezza è tanto più positiva quanto più comporta un miglioramento della qualità della vita e quest’ultima, sopra un certo livello di benessere “accettabile”, è data più dai servizi che dai beni.
    Quando io scrivo “produttori” mi riferisco quindi soprattutto – in termini numerici – a produttori di servizi, non di beni. E se questi sono pochi, come avviene in Italia, è perché il sistema disincentiva il lavoro.
    Il vero problema di questo paesuccio è che siamo terzultimi come tasso di occupazione nella classifica OCSE. E per scalarla bisogna togliersi dalla testa l’idea che il lavoro si svolga solo nelle fabbriche e nei campi, bisogna dimenticarsi, cioé, la falce e il martello.

  11. paperino

    @Marco Tizzi

    Guarda che la mercificazione dei servizi immateriali presenta dei rischi spaventosi, di cui stiamo gia’ saggiando i prodromi, e’ un ritorno alla vendita delle indulgenze preriformiste.
    Auguri, da parte di uno che gia’ da qualche decennio vive, ultramodestamente, di bicicletta e 8088, e ne sa qualcosa.

  12. Riccardo

    Voglio spargere un poco di speranza in questa valle di lacrime e di tristi previsioni: il debito del mondo occidentale, il mondo che e’ sempre il maggior consumatore esistente, e’ il credito della cina, dei paesi produttori di petrolio etc etc. Credete che questi paesi vogliano che il mondo occidentale fallisca e quindi anche loro stessi di conseguenza? Alle multinazionali che stanno sempre piu facendo profitti conviene una lenta agonia del mondo occidentale, nel mentre nei paesi del terzo si venga a formare una nuova forza di consumo. Non credo che faliremo con un botto unico, sara una lenta lentissima agonia iniziata negli anni settanta con gli inizi della globalizzazione

  13. paperino

    La Cina, che ricorda benissimo la questione dell’oppio, credo di si’. Gli altri paesi, che ricordano altrettanto bene la questione coloniale, anche.
    Se riusciamo a ubriacarli e sottometterli cosi’ da costringerli a pagarci i beni immateriali, potremmo anche fregarli per un altro po’, come abbiamo fatto a suo tempo con la paradossale ideologia materialistica del marxismo, come osservo’ intelligentemente Isaiah Berlin.
    Ma come dice un mio corrisponcente di e-mail, la roccia che sta dietro la curva quando andiamo fuori strada se ne frega della nostra percezione immateriale di essa.

  14. Mike

    @Marco Tizzi
    “Monti e il PD ricominceranno a mungere senza sosta. Quei 16 stupidissimi milioni sono ormai allo stremo, ma questo non è tempo di rivoluzioni: piuttosto di fughe. La rivoluzione richiede organizzazione e una speranza per dopo, mancano entrambe. Mentre la fuga è semplice.”
    Bravo Tizzi! Sottoscrivo.

  15. Francesco_P

    @Riccardo

    Capital comunisti cinesi, oligopolisti russi, sceicchi petroliferi ed ora anche brasiliani, sudafricani, ecc., stanno acquistando imprese e marchi europei, vale a dire asset sani. Le banche che devono sostenere il debito pubblico, asset ormai diventati fragili, non possono più finanziare le imprese ed i privati. Lemme, lemme, poi sempre più velocemente la ricchezza si sposta altrove e noi ci ritroviamo fuori mercato, senza capitali ed in più a mantenere quella sorta di nuova nobiltà costituita dai signori della politica e dai loro cortigiani e dal clero della burocrazia statale.

    Non è furbo partecipare ad una gara di corsa con 20 Kg di pietre nello zaino!

  16. Riccardo

    Non penso che i capitali americani inglesi tedeschi e…italiani ( pochi forse) stiano a guardare…ma il capitale, il grande capitale non ha piu…forse non ha mai avuto nazionalita, e’ per sua natura globale, internazionale, e cerca giustamente il suo profitto. Potra farlo quasi indisturbato fino a che non esistera un governo mondiale. I problemi ed i profitti sono globali, solo istituzioni globali possono gestirli, siamo solo all inizio di un processo di sviluppo globale. Comunque a mio parere e’ cosi grande la differenza di consumo tra mondo sviluppato, occidentale e mondo in via di sviluppo che questo processo di trasferimento di ricchezza saramolto lungo ancora , con fasi alterne. Sembra firse che la germania sia in declino? Il giappone non cresce ma neanche declina. Questi processi per molti motivi sono lunghi.

  17. Marco Tizzi

    @paperino
    ma quale rischio? Ma di cosa stiamo parlando?
    L’economia sono soldi che girano. In cambio di cosa non conta nulla.
    Se la gente non vuole più automobili e invece vuole dottori o vacanze o cinema, che problema c’è?
    Davvero, se non usciamo da questa follia mercantilista da questo casino non se ne esce perché l’industria di ricchezza non ne crea più.

  18. paperino

    @Marco Tizzi
    Per bene immateriale non intendo il dottore che ti aggiusta i denti, intendo la cultura che lo anima. Lo stesso per il resto. La cultura nel suo sviluppo segue piu’ o meno le stesse leggi della materia animata, solo milioni di volte piu’ in fretta, perche’ e’ facilmente replicabile e movimentabile, con costi bassissimi, tant’e’e che quando si vende (nelle scuole) si tende a far pagare il tempo occorrente alla sua trasmissione, non il suo valore in se’ ad esempio in funzione del profitto che rendera’ poi possibile. Un dentista o il farmacista non paga 500.000 euro l’anno l’iscrizione alla sua facolta’, il notaio non paga 2 milioni di euro. Eppure questo e’ l’ordine di grandezza dei loro guadagni futuri grazie a quegli studi.
    Nel medioevo a difendere le abilita’ erano le corporazioni, ma lo facevano con l’iniziazione e il segreto, la cui violazione poteva essere punita con la morte. Ma era medioevo, appunto, e cio’ rallento’ moltissimo lo sviluppo culturale-industriale, e poteva funzionare solo in piccole comunita’ sottoposte allo stesso, spietato, diritto.
    Cio’ che intendevo e’ che rendere commerciabile questa roba, proprio perche’ in se’ facilmente trasferibile, puo’ richiedere lo stato di polizia per la difesa dei diritti dei proprietari, diritti che sono visti come fasulli da coloro che ne usufruiscono (pensa la pirateria musicale, praticamente nessuno ha la percezione di commettere un furto effettuandola). Ci sono i brevetti e i diritti d’autore a difendere per un periodo di tempo limitato questi diritti, in modo da controbilanciare le controparti, ma non a caso la tendenza e’ ad estenderli sempre di piu’ nel tempo. Cio’ funziona, e a fatica, solo all’interno di paesi con lo stesso ordinamento giuridico.
    La controprova e’ che la stessa cosa vale per il notaio e il commercialista, alla rovescia: chi e’ costretto ad usufruire dei loro servizi si sente derubato, non ladro, e in un certo senso e’ proprio cosi’.
    Noi in italia, che abbiamo ancora pesante il retaggio del corporativismo medioevale, dovremmo essere particolarmente sensibili a queste problematiche, che non sono cosi’ banali come forse sembra. Potrebbero proprio ricondurci al medioevo, con l’aggravante della possibile puntuta tracciabilita’ elettronica del comportamento di ogni singolo individuo. Io non sono per niente entusiasta di questi probabili sviluppi.

  19. Marco Tizzi

    @paperino
    Guardi, lei ha una visione della Storia che è purtroppo quella che arriva dai programmi ministeriali. Il medioevo, in particolare l’età dei comuni, fu un periodo di immenso sviluppo del capitalismo più puro e positivo, in cui si raggiunsero i più alti livelli di libertà dalle poleis greche.
    E’ un periodo da prendere ad esempio e copiare accuratamente.
    Purtroppo la propaganda statalista e totalitaria lo ha messo al bando.
    Il corporativismo medievale era una difesa dei produttori di ricchezza contro lo Stato e funzionò splendidamente, basta solo pensare a quale spinta di sviluppo portarono le repubbliche marinare.
    Il problema è che la propaganda funziona: si parte dalle sQuole con programmi ministeriali che accuratamente denigrano e smantellano la verità, si prosegue con prezzolati studiosi che pubblicano articoli e libri atti esclusivamente a mettere in cattiva luce il concetto stesso di libertà.
    Tutto viene ribaltato dai tesorieri della neolingua ad un solo scopo: sostenere che lo Stato è necessario e che non se ne possa fare a meno.

  20. erasmo67

    Gentile Sig. Coco,

    chi sono i creditori ?

    quali sono i debiti più insidiosi , quelli espliciti o quelli impliciti. ?

  21. Gerardo Coco

    @erasmo67
    I creditori sono le banche (BCE inclusa) e gli investitori non bancari. I titoli del debito pubblico sono i più insidiosi perché incorporano un triplo rischio: rischio interesse, rischio default e rischio valutario. Una leggera variazione all’insù dell’interesse fa diminuire il valore dei titoli e quindi dell’attivo delle banche. I titoli costituiscono una parte cospicua dell’ attivo perché la BCE le obbliga ad acquistarli e rappresentano anche il collaterale per i prestiti. Pertanto la diminuzione di valore mina sia l’attivo che le garanzie. In caso di default perderebbero gran parte dell’attivo.
    La svalutazione è un pericolo minore (per il momento). Bisogna vedere come evolve la situazione rispetto al dollaro e lo yen e la loro svalutazione reciproca. Il Giappone ultimamente ha acquistato titoli europei e questo aiuta l’euro.

  22. Riccardo

    This is the end….. è solo questione di tempo. Attrezziamoci per i combustibili solidi, gli orti di fortuna e l’oro di famiglia sotto il materasso. Ne vedremo di toste.

  23. paperino

    @Riccardo
    Non illudiamoci, l'”impero sovietico”, dopo aver constatato il fallimento del suo modello ha chiuso bottega senza colpo sparare sebbene dopo una lunghissima agonia, il nostro, che tutto sommato ha un modello di fatto non molto dissimile, non pare avere alcuna intenzione del genere (specialmente nella sua porzione dominata dai “red necks”). Rilancia sempre, fino allo stremo delle risorse umane e materiali.

  24. Cesare

    Ho come l’impressione che a forza di fare ipotesi si stia discutendo del sesso degli angeli, guardiamo ai fatti e al sistema Paese ( penso che l’interesse di tutti sia il come creare ricchezza nel nostro Paese): i servizi, a meno che diretti alla produzione di beni sono solo un passaggio di denaro, non creano ricchezza, la trasferiscono da una tasca ad un’altra, se chi paga il servizio è uno straniero, il trasferimento porta ricchezza all’interno del sistema Paese, e impoverisce il Paese importatore. La produzione di beni comporta creazione di ricchezza e plusvalore e non a caso il tentativo fatto da alcuni Paesi come la GB di sostituire la produzione con i servizi avanzati è naufragato drammaticamente. La Germania grande produttore di beni risulta vincente grazie a due fattori, l’alta tecnologia e una valuta svalutata rispetto ai suoi fondamentali, il tutto con un sistema Paese dove l’efficienza burocratica è un validissimo supporto. Noi dalla fine degli anni 90 abbiamo cominciato a perdere terreno pesantemente grazie all’ingresso nel WTO di Cina e India, siamo passati da un surplus commerciale ad un deficit pesante delle partite correnti, il tutto accompagnato da una valuta, l’euro, che rispetto ai nostri fondamentali è sopravvalutata, nonché da uno Stato che invece di ridurre le spese in ossequio ad un declino economico, ha pensato bene di aumentarle e di aumentare la pressione fiscale con cui finanziarle, come dire c’è un incendio e vedo di spegnerlo con una tanica di benzina. Qualcuno potrà obiettare che la Germania ha grandi industrie e noi no, che le dimensioni delle nostre aziende sono la causa dei nostri insuccessi, ma occorre anche riconoscere che la dimensionalità non può essere l’unico parametro da perseguire, e che per crescere occorrono risorse e aiuti statali che da noi sono inesistenti, inoltre occorre pensare che nel mondo non c’è posto per mille Germanie, ovvero se noi fossimo tecnologicamente allo stesso livello dovremmo spartirci lo stesso mercato e i margini nonché il fatturato diminuirebbe di conseguenza. E’ necessario anche esaminare le vocazioni produttive di ciascun Paese, che altro non sono se non il frutto di tradizioni culturali, di predisposizioni geografiche e di sfruttamento delle risorse locali. Non è che domattina siccome uno dei modelli vincenti sembra essere quello tedesco possiamo diventare tutti tedeschi, noi dobbiamo cercare il modo di risultare vincenti in base a ciò che sappiamo e possiamo fare meglio. Se la nostra industria fino al 1998 era al 93% manifatturiera, occorre difenderla dagli attacchi della globalizzazione, come del resto abbiamo fatto, a torto o a ragione con le svalutazioni competitive ai tempi della lira. Possiamo cercare di spingere la ricerca, lo sviluppo tecnologico, ma non si può cambiare la struttura produttiva di un Paese come un abito fuori moda. Sicuramente non abbiamo avuto dei governi all’altezza della situazione, non hanno saputo interpretare i tempi, e non hanno avuto capacità e coraggio per prendere determinate decisioni. Comunque la crescita se non cerchiamo di riaverla recuperando la produttività e il PIL che ci hanno scippato i Paesi emergenti non vedo quale sarebbe l’alternativa; una diminuzione della spesa pubblica è necessaria, ma è di per sé recessiva, e una contemporanea riduzione della pressione fiscale libererebbe risorse che però verrebbero veicolate in buona parte verso importazioni con effetti quasi nulli verso l’occupazione e la redistribuzione di ricchezza. Non vi è alternativa…..

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