11
Giu
2020

Per un approccio assicurativo e di mercato alla protezione delle imprese in caso di eventi catastrofici

E’ sotto gli occhi di tutto che all’irrompere della pandemia è immediatamente aumentata la domanda – e ovviamente l’offerta – di “pubblico”, in economia e non solo. Ciò è avvenuto in virtù degli immediati trasferimenti richiesti e concessi e a prescindere dagli annunciati programmi di “recovery”. Lo statalismo si è subito fatto baldanzoso, magari senza dichiararsi tale. Con una certa dose di cinismo verrebbe da affermare che i Piketty e le Mazzuccato non si sono fatti sfuggire l’occasione per cercare un appiglio alle loro costruzioni ideologiche.

Aldilà di ogni possibilità di successo nel breve di strategie di contenimento della spesa nel pieno di questa ondata statalista (difficile essere ottimisti) è dunque fondamentale individuare gli spazi possibili e necessari per i meccanismi di mercato. Uno di questi spazi riguarda la protezione del sistema economico dalle catastrofi come la pandemia.

A mio avviso proprio dall’impreparazione di fondo – nei meccanismi sanitari come economici – ha origine l’improvvisazione, che genera inevitabilmente la ricerca sistematica nel pubblico della soluzione, che è comunque più facile e immediata. Come era ovvio attendersi, dunque, la pandemia ha generato domanda di trasferimenti pubblici in misura senza precedenti. Alcuni per via creditizia, altri a fondo perduto.

Nei primi l’elemento non di mercato è costituito in particolare dalla garanzia pubblica, mentre il processo di erogazione del credito avviene da parte di imprese bancarie for profit. Nel caso di interventi a “fondo perduto” invece – che insensata espressione! – non v’è stato alcun elemento di mercato e di libera scelta degli attori economici ma solo allocazione politica.

Certo, non si negano i buoni motivi di principio per questi trasferimenti, aldilà degli aspetti di policy. Se non si vuole parlare di danno inferto dalla chiusura obbligatoria per non urtare la suscettibilità statalista, si può invocare l’esternalità positiva attesa per la chiusura delle attività economiche e la conseguente riduzione della circolazione – la storia forse ci dirà se l’esternalità attesa sarà anche realizzata ma questa è un’altra storia, che qui non rileva.

In ogni caso se non v’è stata alternativa ai trasferimenti e lo Stato è stato chiamato al ruolo di assicuratore di ultima istanza, è proprio perché l’assicurazione non c’era. Se tutto ciò è corretto, l’assenza di ogni elemento volontario e di mercato dipende dunque dal fatto che non preesisteva alcuno strumento assicurativo in azione.

La situazione ricorda il tema delle catastrofi naturali: il sistematico rimborso a piè di lista dei danni evita ogni incentivo alla protezione di un asset vitale come la propria casa (o impresa); resta solo il rimborso ex post, con la discrezionalità della politica e con i tempi della burocrazia.

Certo, questa insufficienza di protezione assicurativa potrebbe anche dipendere da limiti dell’offerta, in questo caso la non assicurabilità del rischio sottostante. E’ davvero questo un “fallimento del mercato”?

Come ha mostrato con chiarezza il recente articolo del Financial Times sul tema di assicurazione e pandemia, non c’è accordo nell’industria assicurativa internazionale sulla sostanziale assicurabilità di un rischio del genere. Ma questo è il bello della competizione: la tecnologia evolve anche nel settore assicurativo e ciò che non era fattibile un tempo, ammesso che non lo fosse, non è detto che lo rimanga sempre. Siccome la vita continua, è fondamentale occuparsene oggi e “the sooner the better”. Questo non implica sposare le tesi di chi ritiene inevitabile la tendenza all’aumento di fenomeni catastrofici per effetto dei comportamenti antropici. Significa semplicemente non compiere l’errore di chi pensa che il numero appena uscito all’estrazione del lotto abbia meno probabilità di uscire nuovamente a breve.

Dopo questa introduzione sul contesto di principio, veniamo all’idea generale e alla relativa ipotesi di policy.

Il nucleo centrale della questione è che dovrebbe essere definito uno schema assicurativo intrinsecamente di mercato, con back stop pubblico. Potrebbe essere a livello dei singoli Stati europei, anche se forse a livello continentale funzionerebbe ancora meglio.

Tra i molti modi in cui il meccanismo può essere disegnato, la nostra preferenza è per uno schema con i minori costi di transazione possibili, il più alto valore aggiunto per i clienti imprese, il più alto tasso di transazioni volontarie, che consentano il giusto processo di scoperta in termini di determinazione dei valori da assicurare e dei relativi premi.

E’ difficile se non impossibile definire tutto ex ante a tavolino da parte degli esperti.

Il backstop pubblico di copertura – se si passa il paragone – è mutatis mutandis ciò che è la copertura base standard nel sistema sanitario olandese ma scatterebbe oltre un certo livello di danno, mentre il primo rischio sarebbe coperto dall’industria assicurativa e riassicurativa. Che oggi può mobilitare – anche grazie ai mercati dei capitali dove tali rischi sono transati – capacità non immaginabili qualche tempo fa.

Per le imprese assicurative l’incentivo ad agire con determinazione sarebbe dato tra l’altro dal cross selling, ossia la possibilità di collocare anche altre coperture. Potrebbero assicurare un importante servizio: la diffusione della cultura di protezione e un rapido pagamento in caso di sinistro – se il meccanismo è tipicamente indennitario e algoritmico.

L’attuale situazione di alcuni mercati assicurativi – con il dubbio se la business interruption sia esclusa o meno dalla pandemia nelle attuali coperture – non è il mondo ideale per contenere i costi di transazione – in alcuni casi compagnie e imprese clienti sono già in tribunale.

I riassicuratori potrebbero distribuire il rischio di un singolo paese ai quattro angoli del globo, tramite cooperazione del mercato riassicurativo e senza bisogno di pooling eterodiretti ovvero fondi pubblici. Né la copertura dovrebbe essere a prezzi predefiniti ovvero in qualche modo obbligatoria, anche se quest’ultima caratteristica potrebbe essere utile per suscitare l’interesse di ogni settore – ad esempio l’alimentare potrebbe essere coperto da altri rischi catastrofici e pagare meno perché a minor rischio di chiusura per pandemia.

A livello di norme generali, andrebbe in particolare definito soltanto il macro meccanismo di fondo del layer pubblico. Un ruolo – su cui qui non ci soffermiamo – potrebbero giocarlo anche i cosiddetti pandemic bond.

Articolate e complesse sono le scelte da realizzare per implementare uno schema del genere.

Ne citiamo qui solo un paio: la protezione dell’impresa è da prevedere solo per il caso di pandemia o anche per tutte le catastrofi che potrebbero generare disruption nei business – come un mega attacco cyber. Ovvero il risarcimento deve avvenire solo per chiusura o anche per forte shock al fatturato precedente – quindi una pandemia senza lockdown formale gestita “alla svedese” ma con impatto sull’attività in qualche modo misurabile.

Con il costo di qualche decina di punti basi di fatturato – quanti in concreto dipende ovviamente dall’ammontare della copertura e i rischi inclusi – potrebbe essere definito uno schema estremamente attrattivo per l’economia e con relativamente pochi miliardi di costo netto ex post lo Stato potrebbe arrivare a mobilitare 25/30 miliardi di risorse: spendere meno per fare di più. Si chiama produttività totale dei fattori.

Nessuna magia: è la mutualizzazione del rischio nel tempo e nello spazio in virtù – in buona misura – di meccanismi di mercato, con l’operatore pubblico in una funzione di definizione delle regole generali e di residuale carrier del rischio, con meccanismi di fondo automatici e non discrezionali. Sviluppare gli aspetti tecnici, avviare il dibattito politico e le conseguenti iniziative costituirebbero un passo avanti dal non irrilevante valore simbolico.

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