8
Ott
2020

Il tandem Churchill-Orwell tra totalitarismo e libertà

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Amedeo Gasparini

Siamo sempre meno abituati ad osservare quanto due individui appartenenti a ideologie e partiti diversi possano trovarsi d’accordo su elementi essenziali per l’essere umano e per l’orientamento della società. In un’epoca di conflitto ideologico lacerante e di supremazia demagogica, dove anche la realtà viene scassata dalla volgarità delle menzogne e dell’opportunismo politico, occorre ricordare che sono le somiglianze sulle questioni importanti, piuttosto che le differenze gonfiate ad arte da alcuni agitatori politici sulle questioni marginali, che andrebbero evidenziate e corroborate. Winston Churchill e George Orwell erano politicamente agli antipodi, ma questo non impediva loro di stimarsi e, soprattutto, di combattere, ciascuno alla sua maniera, per gli stessi valori e le medesime cause: da una parte l’impegno contro i totalitarismi, dall’altra la fiera battaglia per affermare la libertà individuale.

Entrambi si stimavano molto. Da sinistra, Orwell ammirava Churchill, forse l’unico conservatore che godesse di un giudizio positivo da parte dello scrittore; e forse con qualche ragione, visto che d’altra parte il Partito Conservatore degli anni Trenta era quello dell’appeasement. L’uno guardò con ammirazione alle opere dell’altro: sia letterarie che politiche (Churchill sarebbe stato gratificato dal Nobel per la Letteratura nel 1953).

Curiosamente, Animal Farm, che Churchill apparentemente non ha letto, uscì tre giorni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: il successo del saggio non alleviò la tubercolosi di cui Orwell soffriva da anni, ma d’altra parte aiutava la società britannica a capire il totalitarismo e le sue storture. L’alterazione del linguaggio sarebbe poi diventato un tema tra i preferiti di Orwell in 1984. Secondo quando riportato da Thomas E. Ricks (Churchill & Orwell), Churchill lesse il capolavoro distopico ben due volte; l’ultima nel febbraio 1953 dicendo al suo dottore che era un libro davvero sbalorditivo (d’altronde, il protagonista dell’opera si chiamava proprio come lui: Winston).

Entrambi erano ben consci dell’importanza della libertà personale e della capacità di scegliere la via controcorrente, del dissenso, dell’affermazione dell’individuo. Pagarono a loro modo il loro non conformismo. Da sponde politiche diverse, i due spesero la loro vita per la causa della libertà del loro paese: Churchill, un Tory, era stato liberale in passato e ammirava il liberalismo economico classico; Orwell, progressista, al mondo labour non ha mai risparmiato critiche ed era per il liberalismo dei diritti umani. Churchill venne escluso per dieci anni dalla vita politica; dal 1929 al 1939 viaggiò parecchio, specialmente negli Stati Uniti dove diede speeches e fece trasmissioni. Orwell d’altra parte veniva ripudiato dalla sua fazione politica, quella sinistra socialista che aveva preso il potere dopo la Prima Guerra Mondiale in alcune realtà europee, ma che dal 1917 lo scrittore criticò proprio per i tremendi esiti post-zaristi in Russia.

Entrambi erano marginali nella vita politica dei loro partiti negli anni Trenta, ad accomunarli era l’avversione ai regimi comunisti e fascisti dell’epoca; quelli che avevano stregato rispettivamente i conservatori e i laburisti. Comunismo e Fascismo hanno sempre cooperato contro il liberalismo, specialmente negli anni di Churchill e Orwell. Contro la libertà e l’autodeterminazione del singolo, i regimi totalitari hanno speso enormi risorse: Churchill e Orwell, fieramente anticonformisti, non si sono mai accodati in tal senso, nonostante le pressioni dei rispettivi campi. I due erano contro l’Antisemitismo: alcuni circoli conservatori erano ancora segnati dall’astio per l’ex Primo Ministro Benjamin Disraeli solo per il fatto che questi fosse di origine ebraica. Nell’aprile 1933, due mesi dopo l’arrivo al potere dei nazisti in Germania, Churchill denunciò il regime hitleriano alla Camera dei Comuni per la persecuzione degli ebrei.

Entrambi erano anticomunisti. Sebbene contribuirono a sconfiggere il Socialismo nazionale nel 1945, i due furono durissimi anche contro il Bolscevismo. Churchill supportò sin dal principio l’Armata Bianca e non quella Rossa; quella che poi avrebbe “liberato” l’Europea centrorientale ed era comandata da Stalin, il quale descrisse lo statista britannico come un uomo di cui ne nascono uno ogni cento anni. Quanto ad Orwell, durante la guerra civile spagnola si batté contro le truppe di Francisco Franco, ma venne perseguitato dai comunisti: una delusione che lo segnò profondamente, così come lo fece la guerra coloniale nel Sudest asiatico, dove lo scrittore aveva capito le distorsioni del potere e aveva sviluppato il suo anti-totalitarismo, in difesa della libertà di parola e di espressione, contro la sottomissione dell’uomo all’ideologia, contro le alterazioni e manipolazioni del passato.

Entrambi non erano politicamente liberali, ma del liberalismo avevano capito gli elementi salienti e l’importanza di scegliere la libertà come causa della propria azione politica. Orwell ha sottolineato come la democrazia cosiddetta borghese sia stata messa in diversi punti della storia sotto attacco sia dei fascisti che dei comunisti. Comunismo e Fascismo aggredirono il liberalismo e la liberaldemocrazia sulla base degli stessi principi, il che la dice lunga su quanto siano due facce della stessa medaglia. Orwell comprendeva e condivideva le paure di Friedrich von Hayek – altro fiero oppositore del sistema totalitario, ammirato da Churchill – per i sistemi centralizzati che non lasciavano spazio alla libera impresa e alle libertà personali. In questo senso, l’economista austriaco potrebbe essere un trait d’union tra Churchill e Orwell; un terzo polo liberale tra le tradizioni conservatrici, rispettivamente socialiste.

Entrambi aiutarono a far crollare il Nazismo nel 1945, ma non vissero abbastanza per godersi la penosa caduta del Comunismo quasi mezzo secolo dopo. Come riportato da Ricks, Orwell ha spiegato che un comunista e un fascista sono più vicini l’uno con l’altro rispetto a quanto non lo siano alla democrazia. Il Primo Ministro e lo scrittore avevano capito l’importanza dell’individuo e di quanto la liberaldemocrazia fosse il regime migliore – o “il meno peggiore” – per garantire la libertà dei singoli. Entrambi erano molto popolari alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma avevano perso smalto in un paese da ricostruire dopo una vittoria tra lacrime e sangue. Churchill perse le elezioni nel 1945 e Orwell dovette curare i problemi di salute che lo perseguitavano da anni. Tuttavia, il primo sarebbe politicamente risorto (accedendo nuovamente a Downing Street dopo Clement Attlee); il secondo no.

Entrambi a loro modo, nei rispettivi campi, erano oggettivamente dei geni: certamente tra i britannici più importanti e coraggiosi nella prima metà del Novecento. Entrambi si sono impegnati politicamente e letterariamente per il trionfo della libertà (e) dell’individuo. Churchill aveva sconfitto il totalitarismo del presente e si era battuto per la libertà futura di milioni di esseri umani. Orwell avvisava in merito al totalitarismo del futuro prossimo e alla precarietà della libertà moderna, post-bellica; fu lui nel suo saggio “You and the Atomic Bomb” pubblicato su Tribune nel 1945 ad aver utilizzato per primo l’espressione “Guerra Fredda”. Di quest’ultima, entrambi avevano compreso la logica con anticipo; fu Churchill che parlò a proposito di una cortina di ferro da Stettino a Trieste nel marzo 1946.

Nonostante la sconfitta dei nazisti, i due avevano capito che il totalitarismo non era affatto morto. Per di più, né Churchill né Orwell si trovarono a loro agio nel “modernismo” post-bellico. Ma per allora il loro compito era giunto al termine: il primo aveva riconsegnato la libertà ai cittadini d’Europa; il secondo ha spiegato come la libertà sia preziosa.

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