29
Giu
2011

Fiocco rosa

L’obbligo di una riserva di genere nelle società quotate in borsa, dopo il voto di ieri alla Camera, è legge. Più volte abbiamo fermamente preso posizione circa la non equità di un intervento simile e l’intrusione in dinamiche di carattere privatistico-commerciale in violazione della libera iniziativa economica privata. I motivi di diffidenza possono essere letti e ascoltati qui. Un’altra riflessione merita forse di essere condotta. In un momento di stallo decisionale della politica, mentre assistiamo agli ostacoli immediati di portare avanti il programma di governo e constatiamo, nel lungo periodo, la difficoltà del nostro paese di concludere le riforme che mette in agenda, la legge sulle quote di genere spicca per l’ampio consenso ottenuto dalla classe politica.

A parte alcune isolate voci contrarie, tra cui – unica compatta – quella dei radicali, l’idea di un’azione positiva per le donne nella realtà imprenditoriale ha trovato una generale e trasversale approvazione. Lo dicono, prima di tutto, i numeri: al Senato la legge è stata approvata con 203 voti favorevoli su 251 (solo 14 contrari e 33 astenuti); alla Camera con 438 voti favorevoli su 529 (solo 27 contrari e 64 astenuti). Una legge che piace dunque a quasi tutte le parlamentari e che deve piacere a quasi tutti i parlamentari, una legge che non costa fatica alla politica ma le fa guadagnare per via demagogica un superficiale consenso, una legge al massimo innocua, per chi l’ha votata senza troppo convincimento.

Se si combina la facilità con cui il Parlamento ha votato questa legge-manifesto all’impossibilità più che accertata di approvazione di riforme strutturali che pur sono state ormai da anni pensate e congegnate, emerge forse un problema endemico non solo al nostro sistema, ma più in generale alle democrazie.

È frequente addossare alle nostre istituzioni la colpa di non riuscire a costruire un ambiente giuridico e istituzionale consono alla competitività del paese. Questa difficoltà non deriva forse solo da governi deboli, parlamenti litigiosi o partiti politici fiacchi. Il voto referendario sui servizi pubblici e la vicenda della TAV, per citare solo i due ultimi esempi, stanno lì a dimostrare che essa sia figlia di un immobilismo culturale dei cittadini, restii a cambiare le cose, a togliere la polvere sulle realtà economiche e sociali più vetuste, a osare pensare modi diversi di condurre il paese nell’economia del XXI secolo.

La politica, forse, è allora solo lo specchio della senilità di questo paese. Finché si tratta di approvare un intervento come l’obbligo di quote rosa, che Emma Bonino ha ritenuto essere nemmeno uno “scossino” al paese, la politica resta forte perché forte è la presa sulle emozioni più immediate degli elettori; quando invece è necessario intervenire in maniera più incisiva, anche con qualche sacrificio o con qualche rischio, le istituzioni indietreggiano di fronte alla minaccia della perdita del consenso popolare, e non resta loro che bivaccare fino a nuove iniziative-fuffa, da servire sul piatto della demagogia.

2 Responses

  1. Marco

    Giustissimo denunciare il tasso di demagogia di questa cosa liberticida delle quote rosa. Merce guasta, del tipo appartenente al banalissimo parco soluzioni della sinistra. Una maggioranza connotata in senso liberale avrebbe dovuto battersi per bocciarla. Ennesimo smacco alla libertà.

  2. Luciano Pontiroli

    Il problema è che la maggioranza non è connotata in senso liberale (come del resto gran parte dell’opposizione).

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