8
Dic
2010

ABS: frenare senza slittare?

Gli ABS a cui mi riferisco non sono i sistemi di frenata anti-slittamento delle automobili, ma le Asset Backed Securities: uno strano nome, suggeritomi da un’amica, per indicare il modello proposto pochi giorni fa – e parrebbe oggi prevedibilmente bocciato dai tedeschi – dai ministri lussemburghese e italiano Juncker e Tremonti sulle pagine del Financial Times. Gli autori propongono infatti di creare un’agenzia europea (EDA: European Debt Agency) che svolga una funzione di credit transformation per i titoli pubblici di tutti i paesi europei, sia quelli finanziariamente solidi come la Germania che quelli finanziariamente su, od oltre, l’orlo del baratro come la Grecia.

L’EDA emetterà obbligazioni omogenee comprando obbligazioni eterogenee. Ad esempio, potrebbe comprare 60€ di titoli tedeschi al 3%, 30€ di titoli italiani al 5% e 10€ di titoli greci al 7% (cifre arbitrarie) e offrire un’obbligazione unica da 100€ con rendimento ad esempio del 3.5%. Dopo un anno, riceverebbe capitale e interesse dai governi tedesco, italiano e greco (per un ammontare, in base ai numeri che ho dato, letteralmente, di 104€), e pagherebbe 103.5€ agli investitori nel fondo EDA, tenendo 0.5€ come profitti (al lordo delle spese di gestione). Se la Grecia pagasse per problemi di credito solo il capitale, cioè 10€, anziché anche gli interessi del 7%, il fondo EDA perderebbe invece 0.2€. Si tratta cioè di un gigantesco veicolo di investimento strutturato di proprietà pubblica.

Secondo i piani di Juncker e Tremonti, il fondo dovrebbe comprare il 50% delle emissioni primarie dei paesi europei in condizioni finanziarie normali, e fino al 100% delle emissioni primarie dei paesi europei in crisi finanziaria. Essendo il debito pubblico dei paesi dell’eurozona attualmente pari a circa 9.5 triliardi di euro e il PIL pari a circa 8,5 triliardi di euro, un fondo del genere allo stato attuale dovrebbe detenere circa il 55% del PIL dell’area euro. Tremonti e Juncker dicono il 40%, ma perché considerano il PIL europeo anziché quello dell’eurozona, e assumono che nessun paese europeo economicamente rilevante (e Grecia e Irlanda non lo sono) si trovi a dover vendere tutte le sue emissioni all’EDA perché effettivamente tagliato fuori dai mercati finanziari.

Come andrebbe gestito il fondo? Essendo un fondo pubblico, l’ABS in questione verrebbe gestito da politici o da persone appuntate dai politici. Possiamo quindi supporre che il fondo introdurrà pesanti distorsioni allocative ai mercati, visto che il suo scopo è proprio schermare i paesi finanziariamente più deboli dalle conseguenze della propria incapacità, miopia ed irresponsabilità politiche. Si comporterà come la banca centrale: farà di tutto per impedire l’aggiustamento del mercato, posticipare le dovute riforme, nascondere i problemi, riempirsi le casse di asset privi di valore per aiutare le banche (in questo caso i governi). Considerando che la manipolazione del credito è probabilmente la principale causa dell’instabilità economica e finanziaria (come ho sostenuto al recente Rothbard Seminar di Milano: “Azzardo morale, processo di mercato e crisi finanziarie”), la cosa non lascia ben sperare.

Un problema preliminare è che se il fondo deve dare liquidità al mercato, deve avere una leva ragionevole, altrimenti non riuscirebbe a garantire la credit transformation. Se il fondo venisse capitalizzato con il 2% di capitale, basterebbero perdite del 2.5% per generare perdite per gli obbligazionisti. Un capitale proprio del 2%, cioè una leva di 50 a 1, costerebbe 100 miliardi di euro. Un fondo decentemente capitalizzato richiederebbe cioè nuovi capitali per diverse centinaia di miliardi di euro. A spese ovviamente del contribuente.

Il fondo EDA eliminerebbe almeno metà del mercato primario (cioè di emissione), e quando serve l’intero mercato, dei titoli pubblici europei. L’EDA acquisterebbe titoli pubblici, assicurandone la liquidità fungendo da compratore dominante o addirittura unico. Inoltre comprerebbe titoli pubblici già emessi dai vari stati europei nel caso in cui gli investitori vogliano disfarsene, ad un prezzo pari a quello di mercato meno un haircut. Ad esempio, con un haircut del 3% sui titoli greci, l’EDA si troverebbe a comprare 100€ di titoli greci a 97€ dagli investitori che vogliano disfarsene, di fatto agendo da pavimento per i prezzi dei titoli pubblici.

Tutto dipende dal taglio dei capelli, dunque. L’haircut sarà un prezzo politico forzato al mercato dal market-maker di turno (l’EDA), esattamente come il prezzo del credito interbancario a breve (e occasionalmente anche a lungo) è fissato da un’altra autorità politica, la Banca Centrale Europea: l’equilibrio di mercato non conta, dunque, come non conta l’efficienza allocativa. Il prezzo verrà fissato in base a considerazioni di carattere politico, e paesi grandi come l’Italia avranno ovviamente una certa leva per prevenire eventuali aumenti dell’haircut. Oppure verrà fissato in modo da impedire che i paesi irresponsabili paghino le conseguenze delle proprie azioni, esattamente come la BCE agisce con le banche: l’unico problema è che eliminare le conseguenze dei propri errori incentiva proprio quel tipo di azioni che producono rischi sistemici. La soluzione ad un’overdose non è assumere un’altra dose di droga.

Juncker e Tremonti parlano inoltre di profitti. Solo se il mercato sovrastima la probabilità di fallimento dei titoli europei è però possibile fare profitti dalla trasformazione di credito. Se la crisi dovesse perdurare, l’EDA dovrebbe essere ricapitalizzata dai contribuenti europei, cosa che potrebbe capitare anche alla BCE, dovesse subire perdite sui rifiuti tossici che ha comprato negli ultimi anni (la BCE, in realtà, potrebbe stampare moneta per ricapitalizzarsi, anche se con alcuni vincoli legali da rispettare).

Non è impossibile che il mercato sovrastimi la probabilità di fallimento dei paesi sovrani. Un agente neutrale al rischio che stimasse la probabilità di fallimento della Grecia pari al 33% sarebbe indifferente tra un titolo tedesco al 3% e un titolo greco al 4%. Spread superiori implicano probabilità di fallimento stimate superiori, oppure avversione al rischio da parte degli investitori, cosa che in tempo di crisi ha un ruolo fondamentale nel determinare gli spread. L’EDA potrebbe operare come agente relativamente neutrale al rischio e arbitraggiare i tassi, guadagnando profitti. O potrebbe correggere stime di fallimento supposte eccessive. In entrambe i casi, si fornirà credito a costo inferiore ai paesi che hanno ampiamente dimostrato di non saperne fare buon uso. Fare arbitraggio sulla risk aversion privata, e peggio ancora sostituirsi al pricing di mercato del rischio, è una garanzia per manipolare i mercati e generare moral hazard: l’EDA complementerebbe dunque il ruolo, nefasto nel lungo termine perché incompatibile col regolare funzionamento dei mercati, della banca centrale.

Eppure non è detto che queste valutazioni siano eccessivamente pessimistiche. Se la crisi durerà ancora a lungo (quella giapponese va avanti imperterrita da 20 anni), il debito pubblico continuerà a crescere e la struttura finanziaria dei paesi e delle banche europee rimarrà fragile e soggetta a potenziali reazioni a catena (perdite sugli asset => perdite sul capitale bancario => perdite per deleveraging => ulteriori perdite sugli asset), diventa forse ragionevole pensare che nessuno vorrà tenere titoli PIGS decennali in portafoglio. L’Irlanda ha voluto garantire le sue banche e ora ne pagherà le conseguenze. L’unica differenza è che l’Europa nel suo complesso è sufficientemente grade da potersi permettere di creare disastri ben maggiori prima che il banco salti. Un po’ come il Giappone, che resiste da ormai due decenni a qualsiasi tentativo di razionalizzare la sua economia, sacrificando lo sviluppo economico, e dunque le generazioni future.

Nessuno si fiderà mai dell’euro finché l’unico scopo delle autorità fiscali e monetarie europee sarà quello di nascondere la polvere sotto il tappeto: una qualunque colf farebbe un lavoro migliore, e ad un costo di molto inferiore. L’Europa ha bisogno di realizzare le perdite delle banche, ridurre la fragilità sistemica ricapitalizzando i mercati finanziari, e tagliare la spesa pubblica, il deficit e il debito per migliorare le prospettive di crescita economica nel lungo termine ed allontanare lo spettro dei fallimenti sovrani. Il resto non solo non serve, ma genererebbe ulteriori distorsioni, incentivi perversi, e scuse per non riformare.

I sintomi servono ad indicare le malattie: l’abuso dei farmaci sintomatici viola, dunque, il giuramento di Ippocrate. Non è riempiendo le casseforti della BCE di debiti suini (PIGS) o creando un nuovo strumento di manipolazione dei mercati che si risolvono i problemi. Abbiamo messo tonnelate di stucco sulle crepe della diga, ma nessuno pare si sia preoccupato finora di abbassare il livello delle acque a monte facendole defluire a valle. Qualcuno si prenderà la responsabilità di fare una cosa del genere, prima o poi? Sono tre anni che è scoppiata la crisi, e il modello “chiudiamo gli occhi e fingiamo che i problemi scompaiano” è ancora la strategia favorita dalle nostre istituzioni. L’EDA è un piano di lungo termine? Forse in Unione Sovietica, trattandosi di socializzare interi mercati. Può funzionare per prender tempo e prepararsi ad affrontare meglio la crisi? Probabilmente sì, ma che garanzie danno le nostre istituzioni questa volta si comporteranno in maniera lungimirante e responsabile, quando a tre anni dall’inizio della crisi non hanno fatto nulla di tutto ciò?

Come sempre, aveva visto giusto Mises: “Le vie di mezzo portano al socialismo”. Nel nostro, caso, a politiche incompatibili col funzionamento dei mercati, e che sostituiscono a questi l’arbitrio di istituzioni incapaci di guardare in faccia la realtà, di prendere decisioni coraggiose, e di risolvere, in definitiva, più problemi di quanti ne creano. L’importante è stuccare le crepe: prima che la diga salti, si avrà tempo per trovare un capro espiatorio.

11 Responses

  1. Andrea

    A mio parere l’introduzione degli eurobond sarebbe un altro grave errore al pari della formazione di questa accozzaglia di europa dove si è messo insieme paesi economicamente forti con economie poco più che agricole. (..e per fortuna che il processo di assorbimento di piccoli paesi si è momentaneamente interrotto).
    Io credo che per cominciare la ricostruzione dopo questo epocale disastro finanziario sia quella di studiare una exit strategy dall’euro che possa dare qualche tutela agli stati più deboli ma che lasci loro anche la possibilità di svalutare le proprie monete. (insomma una garanzia per i mutui contratti in euro per quei paesi che si ritroverebbero con una moneta molto più indebolita.)

  2. La storia delle optimal currency areas non mi ha mai convinto. Ogni moneta credibile è buona: il gold standard andava bene sia per le economie ricche che per quelle povere, e quando i paesi violavano i requisiti di serietà monetaria e finanziaria pagavano duramente, sia se ricchi che se poveri. Non vedo motivo di credere che la politica monetaria debba essere usata in maniera discrezionale per eliminare gli shock economici, che in larga misura sono soltanto il riaggiustamento conseguente a precedenti problemi monetari.

    A che serve svalutare? L’Italia lo ha fatto per decenni e non per questo era un’economia sana. I problemi strutturali del paese sono rimasti gli stessi dagli anni ’70, e le svalutazioni aiutavano solo a posticipare la correzione di rotta. Meglio l’euro che la lira, o a maggior ragione la dracma.

  3. @pietro
    sulle OMA è chiaro che a TE non convincono, perché tu parti già con un bagaglio intellettuale che denigra l’interventismo; per chi ragiona considerando la possibilità di una politica economica positiva il canone delle OMA è una guida significativa su quando sia il caso di accorpare le politiche monetarie di varie aree economiche sotto un unico strumento monetario. Non c’entra niente la credibilità della moneta, ma solo la possibilità che una manovra monetaria non credi squilibri regionali o perché gli shock sono comuni o perché le risorse si muovono rapidamente tra le varie regioni eliminando eventuali disparità.
    In tal senso, non essendoci sufficiente mobilità di tutte le risorse ed essendo i cicli economici regionali non sincronizzati (così come i livelli dei tassi nei vari paesi mostravano), la UE non è mai parsa una OMA, ad esempio, e questo indipendentemente dal fatto che alcune valute avessero un particolare status di credibilità.

  4. Massimo

    Condivido pienamente tutte le considerazione fatte…ma mi chiedo come si possano chiedere sacrifici e rinunce ai lavoratori di Mirafiori se Marchionne probabilmente incasserà 80mln di euro con l’esercizio delle opzioni:Grazie

  5. @Leonardo, IHC
    Yes, of course. La mia conoscenza della OMA si limita ad una monografia di De Grauwe, non ho mai approfondito, ma dato che vedo la politica monetaria ideale come una sorta di gold standard, a me non frega molto se ci sono shock in India e non in Canada: la moneta è una, chi non ha flessibilità si arrangia. L’inflazionismo serve anche a ridurre i sintomi dell’interventismo.

  6. @Massimo
    Non conosco quanti soldi ha perso la Fiat a Pomigliano nel corso degli anni, ma si tratta probabilmente di diversi miliardi di euro. Le stock option sono bruscolini.

    Marchionne è in una posizione tale da poter creare ricchezza per miliardi di euro prendendo le dcisioni giuste. Non ci vedo grossi problemi se prende 80 milioni di euro se la FIAT va bene. Ce ne vedo se, come coi golden parachute, li prendesse anche se la FIAT andasse male. Però, in fin dei conti, sono soldi degli azionisti: sono loro e non il Governo che devono decidere cosa fare con le stock options.

    Io le reputo un meccanismo abbastanza disfunzionale e tutto sommato cretino: le stock options sono opzioni e dunque non tengono conto delle perdite, quindi i manager vincono quando l’azienda vince e non perdono quando l’azienda perde (al massimo perdono il lavoro). Questa asimmetria è potenzialmente pericolosa per gli azionisti, come fatto notare da Mises già negli anni ’40.

    L’IBL ha pubblicato un interessante libro su queste questioni, di Johnathan Macey, “Corporate Governance”. Credo che lo strapotere dei manager sia una distorsione introdotta dalla legislazione. In ogni caso, se si guadagnano 100 milioni per aver prodotto 1 miliardo di ricchezza, non ho nulla in contrario.

    Quello che va certamente evitato come la peste è che un’azienda faccia profitti privati e perdite pubbliche, come ha sempre fatto la FIAT; e come oggi le banche di tutto il mondo fanno. Pagarsi i golden parachute coi soldi del contribuente è una vergogna, perché non sono il corrispettivo per la creazione di nessun valore (anche se continuo ad avere dubbi sulle stock option).

  7. Riguardo il tuo articolo,
    ABS è una definizione molto generica, comunque appropriata agli strumenti che verranno emessi dalla EDA sempre che il loro rendimento derivi da quello delle emissioni primarie acquistate dalla EDA.
    Ho qualche dubbio, penso che in realtà la EDA opererà con il supporto della BCE almeno nella fase inziale di acquisto dei titoli con un prestito-ponte finché la EDA non avrà collocato i suoi ABS quindi recuperato il liquido per coprire il prestito-ponte. Insomma, ritengo che alla fine dei conti sia giusto un veicolo per monetizzare al volo il debito sovrano nella speranza che poi il risparmio assorba il tutto al secondo giro (via ABS)… e sottolineo “speranza”, perché niente vieta che il mercato si inaridisca e ci si trovi con un obbligazionario fermo e una EDA che si è acquistata titoli di Stato sul primario con soldi BCE… cioè è la BCE che compra, stringendo. Del tipo “siamo in una botte di ferro, finché tutto va bene”.

    Io vedo l’EDA come un ulteriore passo verso un unico Governo e un unico Fisco europeo. Normalmente ci si aspetterebbe che si crei un Governo, da cui discende un Fisco, da cui discende un Debito, da cui discende una Moneta; nella UE il cammino è inverso; direi che passa dai punti di minor resistenza, che in Europa sono la condivisione degli strumenti (che ognuno può cercare di usare pro domo sua), mentre i punti di maggior resistenza sono l’abbandono delle singole sovranità governative nazionali, che si vogliono costringere all’unione avendo prima unito tutto il resto.

  8. Ad integrazione dell’articolo, segnalo l’articolo del ns. consulente legale, Avv.Marco Della Luna.
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    Tremonti e Juncker (quest’ultimo è il Presidente dei ministri finanziari europei), appoggiati dal commissario finlandese Rehn, e riprendendo un suggerimento di Mario Monti, hanno messo allo scoperto le mire biecamente nazionaliste ed anti-europee di Berlino.

    Due giorni or sono, proponendo l’emissione da parte della UE di Euro-bond, (ossia di un debito pubblico comune per rinforzare l’Euro e concretare il progetto di unificazione finanziaria europea, trasformando l’Euro in moneta unica anziché insieme di parità fisse quale ancora oggi è), hanno messo Berlino alle strette: sì o no. E Berlino ha detto chiaramente “no”. Anche al rafforzamento del fondo di difesa dell’Euro.

    Gli Euro-bond consentirebbero di finanziare il debito pubblico dei paesi dell’Euro-zona a costi (tassi) inferiori degli attuali, quindi proteggerebbero l’Euro sui mercati internazionali e farebbero risparmiare i governi.

    Consentirebbero altresì più investimenti infrastrutturali e produttivi, quindi aiuterebbero a uscire dalla crisi e a recuperare produttività e competitività.

    Intanto, il mito del pareggio di bilancio ed epurazione dell’inflazione, come regola base dell’economia, viene oramai demistificato non solo oltreoceano, ma anche in Europa.

    Però l’interesse nazionalistico di Berlino è diverso: la Germania è già fuori dalla crisi (almeno nel comparto export) col suo + 3,6% di pil; già paga pochissimo, meno di tutti gli altri, sul proprio debito pubblico; già ha i mezzi per i suoi investimenti interni; e gli altri paesi europei è meglio che vadano a fondo, strangolati dal rigore di bilancio, dal debito pubblico, dalla concorrenza cinese, indiana, turca, e dalle virtuosità germaniche.

    Quando saranno al DEFAULT dovranno uscire dall’Euro.
    Oppure sarà la Germania a uscirne, come da tempo vuole la maggioranza dei Tedeschi.

    Dicendo no all’Eurobond, la Merkel ha gettato la maschera: i suoi intenti sono ostili e conflittuali. L’Euro, alla Germania, serve solo per sottomettere gli altri europei.

    E allora chiediamoci: conviene restare in una UE e sotto una BCE cui cediamo la sovranità economica, se quell’Europa e quella BCE sono dominate da una Germania che ha deciso di farci (economicamente) fuori?

    Ovviamente, no. Se dobbiamo prepararci a un imminente lotta contro la Germania per la sopravvivenza economica, bisogna toglierle le armi che le abbiamo indirettamente dato, e svegliarsi dall’europeismo idealizzante e cieco alla realtà.

    Il conflitto entro la UE tra area germanica e area franco-mediterranea è un conflitto inevitabile, perché deriva direttamente dalle diverse mentalità e dai diversi comportamenti collettivi di queste due aree.

    Diversità che le rende disomogenee, con livelli diversi di efficienza, e perciò non amalgamabili tra loro, come l’acqua con l’olio, o il cerio coll’alluminio.

    L’Euro si salva se l’Europa si unisce economicamente e politicamente, ma le unioni politiche funzionano solo tra popoli con comportamenti politico-economici compatibili.

    Il progetto di unificazione europeo fallisce a causa di questa diversità, così come per analoga diversità fallisce il progetto di unificazione italiana.
    La Germania rifiuta di fare verso gli Euro-deboli ciò che il Lombardo-Veneto è costretto a fare verso il Meridione – Rampini docuit.

    I Tedeschi non vogliono fare la fine dei Padani. Popoli diversi per efficienza economica stanno meglio separati e senza monete comuni o cambi fissi tra le loro monete.

    I confini nazionali proteggono i popoli meno competitivi dando loro il tempo di adeguarsi agli altri, prima che questi li schiaccino. Se invece li si tiene legati insieme, si creano conflitti e sopraffazioni.

    I lavoratori tedeschi, per superare la crisi, hanno accettato con disciplina di rinunciare a una settimana di ferie e a fare un supplemento di orario non pagato – comportamenti impensabili in Italia.

    In area germanica, nel complesso, c’è un livello di rispetto delle regole e di fiducia reciproca, tra cittadini, imprese e istituzioni molto più alto che nell’Europa mediterranea, quindi c’è un livello di efficienza superiore, e di sprechi inferiore. E’ un organismo socio-economico che prevale sugli altri nella competizione darwiniana.

    L’area germanica può quindi permettersi una ristrettezza nella spesa pubblica, che per gli Euro-deboli implica impossibilità di uscire dalla crisi per carenza di fondi per investimenti infrastrutturali.

    La Germania non può permettersi di farsi carico di compensare le inefficienze relative degli altri popoli, anche perché così facendo le incentiverebbe (esattamente come avviene nel caso dell’unificazione italiana o come avveniva nella cessata Jugoslavia).

    Ma poi per quale motivo dovrebbe aiutarli, quando ha interesse a soggiogarli e a neutralizzarli come concorrenti sul mercato globale, e a farne un mercato passivo per i propri prodotti?
    L’odierno “nazionalismo tedesco” punta sul disprezzo della svalutazione della moneta legale (Euro), sull’inflazione “importata” (visto che quella interna è sotto controllo ed accettata dai cittadini / contribuenti), e sul ritorno ad una correlazione quasi perfetta tra la ricchezza creata nel periodo ed il tenore di vita dei cittadini.

    All’opinione pubblica tedesca ciò può essere fatto vivere e accettato come un ritorno del nazionalismo idealistico; ma, sul piano politico-economico, esso è l’antico “mercantilismo”, che fu un precursore della rivoluzione agricola e poi industriale inglese.

    Su questo piano si tiene conto del fatto che i costi inferiori di finanziamento mediante Euro-bond sarebbero tali per i paesi deboli, ma i mercati, conoscendo la struttura di questo debito globale europeo, lo farebbero pagare di più dei bond tedeschi: l’aggravio ci sarebbe anche se con velocità di trend (di segno algebrico diverso) differenti tra di loro, nel senso che i tedeschi vedrebbero aumentare la remunerazione di questi titoli, ma bisognerebbe capire quali sarebbero poi i risvolti per il contribuente tedesco.

    Le garanzie di rimborso di questi titoli dovrebbero essere “collettive e solidali tra tutti i paesi membri dell’UE”.

    In più, diciamo che sino al 2013 ci dovrebbe essere una “tregua”, nel senso che i parametri di Maastricht lascerebbero un po’ il tempo che trovano … o quasi.

    Berlino giustamente paventa che, ad allora, i debiti pubblici degli Euro-deboli salirebbero di molto, e che dovrebbe farsi carico anche di questo incremento.

    Ed è proprio perché il piano tedesco per la Shoah degli Euro-deboli deriva da un’esigenza di tutela di interessi economici, razionali, e non da fattori irrazionali (orgoglio nazionale, egoismo, scarsa fratellanza e cose simili), che bisognerebbe difendersi agendo prontamente sul piano oggettivo, anziché invocare principi morali di fratellanza ed europeismo (quelli sotto il cui miraggio propagandistico è stata costruita questa situazione).

    L’ottimo Corradino Mineo, due giorni fa, su Rainews 24, ha ripreso e fatti propri i contenuti di un nostro precedente articolo, sottolineando come la Germania stia tornando al medesimo nazionalismo ostile ed egoista che, nel XX Secolo, la spinse a due guerre disastrose per sé e per l’Europa.

    Oggi le guerre non si combattono più con bombe, carri armati e fanterie, ma con la finanza.

    L’Euro e i vincoli finanziari di Maastricht danno alla Germania la possibilità di eliminare o sottomettere (sceglierà al momento giusto) le economie concorrenti.

    E lo sta facendo, metodicamente, sistematicamente, legalmente.
    La sua ideologia di non violenza, ostentata per qualche decennio, era solo un adattamento provvisorio alle circostanze.

    Il suo nuovo mito di superiorità è la purezza di bilancio e l’epurazione dell’inflazione.

    L’Euro-zona è il suo K-Lager monetario dove ci sta affamando tutti.

    I vincoli di bilancio sono il suo filo spinato.

    Le sanzioni per chi sfora sono le frustate per gli internati che tentano di evadere.

    Corrono voci che Sarkozy sia ebreo.

    Ed è sicuramente vero, perché, di fronte a certo germanesimo, siamo ebrei tutti.

  9. @Leonardo, IHC
    Il principio di minima azione, altrimenti detto “principio della discesa scivolosa”, dice che è 1000 volte pià facile aumentare la servitù e aumentare il potere che aumentare la libertà e diminuire il potere. Quando le buone intenzioni si scontrano con gli interessi, vincono sempre gli interessi, ovviamente di chi comanda.

    Di conseguenza hai quasi certamente ragione. Anche se probabilmente un EDA verrebbe visto come un fondo infallibile perché garantito da tutta l’UE, e dunque sarebbe sempre liquido perché garantito implicitamente o esplicitamente dal contribuente.

  10. Massimo

    Ho l’impressione che banche centrali e governi vogliano evitare l’inevitabile.
    Una graduale discesa dei prezzi di case e salari (mi riferisco alle fasce alte nonché alle pensioni d’oro) drogati da un debito in crescita esponenziale da 20 anni che hanno creato una falsa ricchezza.
    Il mercato dirà la sua prima o poi e tutte le manovre per tenere alti questi prezzi (mi riferisco al mercato delle case in particolare) si schianteranno contro un muro.
    A quel punto tutti ricorderanno la riserva frazionaria e le cartolarizzazioni come le invenzioni (per non definirle truffe legalizzate) più diaboliche che l’essere umano abbia potuto concepire.
    Il grande Rothbart si sta rivoltando nella tomba…immagino…
    Un saluto e complimenti per gli articoli…molto interessanti.

  11. @Curto Enrico
    “hanno messo allo scoperto le mire biecamente nazionaliste ed anti-europee di Berlino”

    Immagino che distruggere la credibilità dell’euro incentivando la finanza facile sia invece una politica filo-europea.

    “proponendo l’emissione da parte della UE di Euro-bond”

    Non c’è nessuna proposta di Eurobond, l’EDA sarebbe un fondo strutturato, non un Ministero del Tesoro.

    “ossia di un debito pubblico comune per rinforzare l’Euro”

    Rinforzarlo? Permettere il free riding sulla credibilità dell’euro da parte dei paesi meno finanziariamente solidi e politicamente più populisti affosserebbe l’euro trasformandolo in una tragedia dei beni comuni.

    “e concretare il progetto di unificazione finanziaria europea, trasformando l’Euro in moneta unica anziché insieme di parità fisse quale ancora oggi è”

    Nonsense. Gli stati americani, le regioni italiane, e tutti gli enti locali di tutto il mondo emettono debito, e non per questo le regioni italiane non fanno parte di un’area monetaria comune, o il dollaro non è una moneta. Non c’è relazione tra emissione di debito e area monetaria.

    “Gli Euro-bond consentirebbero di finanziare il debito pubblico dei paesi dell’Euro-zona a costi (tassi) inferiori degli attuali, quindi proteggerebbero l’Euro sui mercati internazionali e farebbero risparmiare i governi”

    Gli eurobond produrrebbero moral hazard e danneggerebbero l’euro rendendo gli stati sovrani fiscalmente irresponsabili, ancora più di oggi. E poi, gli eurobond non esistono: l’EDA non crea debito, lo compra e lo impacchetta.

    “Consentirebbero altresì più investimenti infrastrutturali e produttivi, quindi aiuterebbero a uscire dalla crisi e a recuperare produttività e competitività.”

    Ma quando mai il debito pubblico è stato principalmente usato per investimenti produttivi? L’inflazionismo è la causa dei nostri problemi, e ragionamenti di questo genere sono solo la versione meno sofisticata degli errori di policy di Greenspan che hanno affossato l’economia USA.

    “Intanto, il mito del pareggio di bilancio ed epurazione dell’inflazione, come regola base dell’economia, viene oramai demistificato non solo oltreoceano, ma anche in Europa.”

    Luoghi comuni. Gli USA non hanno mai avuto un bilancio in pareggio in decenni e decenni, salvo un breve periodo sotto Clinton, c’era veramente poco da demistificare. E nessuna persona seria pensa che l’inflazione non sia un male, né ieri né oggi.

    “Però l’interesse nazionalistico di Berlino è diverso: la Germania è già fuori dalla crisi (almeno nel comparto export) col suo + 3,6% di pil; già paga pochissimo, meno di tutti gli altri, sul proprio debito pubblico; già ha i mezzi per i suoi investimenti interni; e gli altri paesi europei è meglio che vadano a fondo, strangolati dal rigore di bilancio, dal debito pubblico, dalla concorrenza cinese, indiana, turca, e dalle virtuosità germaniche.”

    Chissà come mai la Germania non ha problemi con la Cina. Forse proprio perché risparmia, forse proprio perché ha i conti in ordine, forse proprio perché per decenni ha avuto una politica monetaria seria. Che è l’esatto contrario di quanto dice l’autore dell’articolo.

    “E allora chiediamoci: conviene restare in una UE e sotto una BCE cui cediamo la sovranità economica, se quell’Europa e quella BCE sono dominate da una Germania che ha deciso di farci (economicamente) fuori?”

    Non è colpa della Germania se i greci non sanno fare di conto, gli irlandesi si svenano per le loro folli banche e gli italiani hanno i conti pubblici in disordine. Nessun PIGS deve dar la colpa ad altri paesi per problemi che si sono creati da soli.

    “La Germania rifiuta di fare verso gli Euro-deboli ciò che il Lombardo-Veneto è costretto a fare verso il Meridione – Rampini docuit. I Tedeschi non vogliono fare la fine dei Padani.”

    La coerenza logica di questo periodo rispetto ai precedenti lascia a desiderare. Prima la Germania vuole fagocitare e distruggere l’Europa, e adesso si scopre che il problema è, al contrario, che non vuole sacrificarsi per salvare i paesi dell’Europa Meridionale incapaci di badare a sé stessi?

    Mi fermo qui, il resto non è più sensato. Come direbbe Rothbard: “It is no crime to be ignorant of economics, which is, after all, a specialized discipline and one that most people consider to be a ‘dismal science.’ But it is totally irresponsible to have a loud and vociferous opinion on economic subjects while remaining in this state of ignorance.”

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