21
Giu
2011

Le lobby saranno pure democrazia, ma non sono libertà

L’articolo di Annalisa Chirico sul ruolo delle “lobby” in democrazia propone di rendere più trasparenti le attività lobbystiche in modo da avvicinare il sistema politico italiano, opaco e discrezionale, ai sistemi politici anglosassoni, dove le lobbies agiscono alla luce del sole. Non entro nel merito delle proposte, che mi sembrano condivisibili. Vorrei però discutere l’idea implicita che la concorrenza politica sia tanto positiva quanto quella economica, e porre l’attenzione sul vero problema, che non dipende dalla trasparenza o meno delle attività lobbystiche, ma dall’enorme potere di creare privilegi di cui dispongono i parlamenti.

Le lobbies non sono cose recenti. Già Madison infatti scriveva:

“Per fazione io intendo un numero di cittadini, che sia una maggioranza o una minoranza, che sono uniti e spinti ad agire da un comune impulso di passione o di interesse, contrario ai diritti degli altri cittadini, o all’interesse generale di lungo termine della comunità”

È da notare come la questione non è se sia la passione (l’ideale) o il calcolo (l’interesse) a muovere la “fazione”, ma se le richieste siano o meno compatibili con i diritti del resto della società. Meno di un secolo dopo, Bastiat, affermava:

“Fino a quando sarà ammesso che la Legge può essere sviata dalla sua vera missione, fino a quando essa può violare le proprietà invece di garantirle, ogni classe vorrà formulare la Legge, sia per difendersi contro la spoliazione, sia per organizzarla a proprio profitto. La questione politica sarà sempre pregiudiziale, dominante, assorbente; in una parola, ci si batterà alle porte del Palazzo dove si fanno le leggi”

Madison credeva che le “sue” regole costituzionali potessero limitare le attività lobbystiche in modo da renderle meno pericolose. L’esperienza politica USA non depone a favore di questo ottimismo. Alcuni credono che nel lungo termine i privilegi lobbystici si equilibreranno a vicenda generando una “tregua liberale” dove ogni gruppo di potere decide di non perseguire il proprio interesse immediato in cambio della garanzia che nessun altro lo farà, attraverso una strategia di cooperazione alla Axelrod. Di questa tendenza non ho però visto tracce: la politica odierna è la compravendita del diritto di usare la coercizione pubblica, sia qui che negli USA.

In politica ci sono interessi facilmente organizzabili e interessi che non lo sono, e i primi hanno interesse a cooperare, sì, ma nello sfruttamento dei secondi: si pensi al “logrolling” in public choice. Più che Axelrod, quindi, bisogna capire Olson: i problemi di azione collettiva sono più facilmente risolvibili quando c’è un tesoretto da spartirsi. E dato che in politica i giochi a somma positiva sono rari, in genere il tesoretto si ottiene predando la minoranza soccombente, tramite la “spoliazione legale” di cui parlava Bastiat: si pensi al protezionismo.

Annalisa conclude affermando che “L’alternativa [alla democrazia corporativa] è il Grande Legislatore, che possiede tutti  i mezzi e stabilisce tutti i fini”, e qui centra il problema: i gruppi di pressione sono attratti dal potere legislativo, perché questo consente di usare la forza pubblica per ottenere privilegi a spese altrui. Già Madison aveva detto che vietare la “libertà” di fare pressione è una medicina più grave del male da curare, ma non ha senso negare che un problema ci sia: le lobby non sono libertà, ma “spoliazione legale”. La democrazia corporativa è il problema di cui soffrono le nostre società, e il motore che spinge per l’estensione dello Stato, privilegio dopo privilegio.

Probabilmente una soluzione esiste: dato che le lobby parassitarie nascono spontaneamente non appena si forma un potere in grado di elargire privilegi, ridurre il potere del Parlamento di generare privilegi è l’unica strada da seguire per uscire dal guado della democrazia corporativa.

Questa strada è stata indicata da Hayek, nella sua insistenza sull’universalità della legge, che metterebbe i bastoni tra le ruote ai cercatori di privilegi, tramite leggi non ad personam, ma ad corporationem. Probabilmente le degenerazioni corporative sono un problema insito nell’onnipotenza del potere legislativo e nell’ideologia giuspositivista. I problemi della politica non si risolvono con l’aspirina, e dato che una politica non disfunzionale è troppo difficile da ottenere, la soluzione più saggia è circoscrivere e limitare il ruolo della politica, per salvare da essa la società e i diritti individuali.

6 Responses

  1. baron litron

    ma la democrazia non è necessariamente indice di libertà, anzi….
    quando addirittura si arriva all’alternativa tra democrazia corporativa e Grande Legislatore, io trovo che è miglior garante delle libertà individuali il secondo, nel senso di un governo fatto di tecnici, non scelti dal popolo (e quindi non soggetti a cedere ad interessi personali o corporativi o partitici), che si occupi unicamente di programmare ed amministrare, lasciando i cittadini liberi delle loro libertà fondamentali: muoversi all’interno delle leggi, all’interno di esse perseguire i propri interessi, all’interno di esse assumersi le conseguenze delle proprie azioni. la democrazia, il voto com’è inteso adesso non è altro che un’immane presa in giro, concimata da falsità, malevolenza e odio civile e tesa unicamente al predominio di una classe politica scipita, insulsa, impreparata e votata soltanto per l’apparenza o l’appartenenza.
    che opera oltretutto in un sistema, per focalizzarsi sull’Italia, nato come sistema corporativista con adeguata rappresentanza in “parlamento”, e rimasto corporativista nei fatti ma senza più la rappresentanza, cosa che ha causato la schizofrenia dell’economia (corporativa senza riferimento) e lo strapotere dei partiti (politica senza riferimenti nella società produttiva).
    alla fine della guerra si poteva scegliere se mantenere l’economia corporativa (di per sé funzionante) preservando (magari con opportune riforme) la forma corporativa dello stato, oppure se aprire a una forma di stato “democratica”, ma facendola seguire da una riforma in senso capitalista o mercantilista dell’economia (con lobbies più o meno esplicite e ufficiali).
    s’è scelto di prendere la gente per i fondelli, illudendola di contare qualcosa col voto, e di mantenere la struttura che all’economia e allo stato aveva dato il PNF (cosa graditissima ai partiti, che dovettero soltanto accordarsi sul come spartirsi tra 5 o 6 il potere economico che prima era di uno solo). sindacato e padronato si accodarono entusiasti (vuoi mettere la possibilità di giocare sempre e comunque protetti dalla vera concorrenza, utilizzando semplicemente le strutture già esistenti delle corporazioni?), e il tutto venne venduto come vittoria della democrazie e della libertà.
    una schifezza, invece, a mio modesto parere, una schifeza che paghiamo adesso e che non riusciamo più a cambiare, dopo più di 80 anni di rodaggio e funzionamento.
    e allora, facciamo che tornare alla camera dei fasci e delle corporazioni, sarenne se non altro un sussulto di onestà intellettuale (e non costerebbe nemmeno tanta fatica a tanti “Politici” di professione, a cambiar sigla ormai ci sono ben abituati, come a sedere nei cda di tante aziende….)

  2. A questo proposito invito tutti a cercare “Teorema Di Arrow”, che conferma l’impossibilità della Democrazia, più la curva di Arney, e se volete esagerare il modello “Predatori-Predati”, di Lotka Volterra. Per semplificare, la stessa parola KRAZIA, (POTERE), contiene sottesa la violenza di una parte su un’altra.
    Auguri a chi non “molla”.

  3. pietro27

    parliamo di lobby perchè adesso c’è questo famoso scandalo!!! scusate ma fino ad oggi dove siamo vissuti!! qualcuno mi dica quale stato o quale azienda non metta in atto meccanismi di vendere i suoi prodotti! esistono i possessori dell’energia, dei semi, ecc. ecc. senza che nessuno alzi il velo o apra il dibattito su questi aspetti veramente seri del nostro vivere. Apriamo i giornali e molti dei giornalisti hanno il cognome di celebri politici o grand commis! entriamo nelle università negli ospedali nel pubblico e ci sono famiglie intere e generazioni che occupano i posti. Si se ne è parlato ma la stessa lobby che ha aperto il giornale con le notizie, poi lo ha chiuso. Ora mi devo preoccupare se la lobby è contro la democrazia quando tutto il sistema è contro il cittadino? sono esterefatto. Forse al diritto di delega che è il voto allo stesso modo di deve offrire al cittadino la revoca. Senza di questo la democrazia è vuota. Puro esercizio di potere tra gruppi.

  4. stefano tagliavini

    @pietro27
    Lei ha perfettamente ragione quando pone la domanda dove siamo vissuti fino a oggi. Le lobby intese come gruppi di potere che esercitano pressioni sul potere politico per ottenere benefici o leggi a proprio favore, non sono certamente un ‘invenzione di oggi. Concordo anche sul fatto che il sistema per primo deve essere a tutela del cittadino e non contro. ieri sera a Ballarò da una parte c’era chi affermava la pericolosità di sistemi collusi con il potere che agiscono nell’ombra e dall’altro chi ignorava tutto questo preferendo parlare di economia. Io credo che nessun problema economico possa essere risolto se prima non concordiamo sulle basi giuridiche e morali di un paese. Se questo non avviene e ci occupiamo d’altro, allora il rischio che il sistema pur legittimato dal voto dei cittadini si manifesti contro gli interessi di quest’ultimi è molto più di un pericolo. L’idea di esercitare un potere di revoca è suggestivo ma non credo sia sufficiente se prima non esiste una trasparenza della vita pubblica, cosa che allo stato attuale è difficile da attuare. Quando si parla di merito, di regole condivise e fatte osservare, si cerca di indicare una strada che potrebbe impedire il verificarsi di queste problematiche.

  5. Sono almeno 40 anni che la letteratura sulla public choice insiste sul rent seeking, il parassitismo, le rendite politiche, i gruppi di pressione… non è che il mondo si è svegliato oggi a guardare le lobbies. Io ho citato analisi di Madison e di Bastiat sull’argomento che risalgono al XVIII e al XIX secolo, e nella prima metà del XX era tutto molto chiaro a Mises anche prima della Public Choice.

    Il problema è che il realismo politico è considerato “brutto”, e illudersi che la politica sia una cosa bella e sana è considerato uno strumento efficace per renderla effettivamente bella e sana. Io preferisco il realismo e per fortuna è una tradizione di pensiero molto diffusa.

  6. mario unnia

    Rispondo a Monsurrò tenendo presente la sua replica al mio commento al contributo di Anna Chirico. Ricordo che la concezione della ‘democrazia degli interessi’ si sposa alla concezione della ‘democrazia dei territori’. Ogni cittadino è infatti definito dalla sua residenza in un territorio, che diventa residenza fiscale, e dall’attività che svolge, ovvero dall’appartenenza ad un ceto professionale, ad un sindacato, ad una corporazione, chiamiamola come si vuole. Sono queste le due dimensioni sulle quali si stabilisce il rapporto cittadino-stato. Non ne servono altre, a meno che lo stato persegua l’obiettivo nefasto di cambiare la società. Ne consegue che la rappresentanza deve essere duplice, territoriale e corporativa. In questo contesto non hanno più ragion d’essere le lobby.
    Tra i territori e le corporazioni si sviluppa una negoziazione, nella quale hanno un peso i singoli territori e interessi, e le alleanze tra territori e interessi. In questo senso i voti si pesano, e il peso degli interessi forti può sempre essere bilanciato dal peso degli interessi meno forti associati. Va da sè che lo stato, ‘minimo’ nelle finalità e nella gestione, ha struttura confederale e la società ha un assetto corporativo.
    La nostra Carta è quanto mai lontana da questo profilo, ed esistono diffide a citare corporazioni e confederalismo. Eppure una riflessione in proposito non sarebbe male in sede di bilancio della prima e della seconda repubblica, che ha visto il trionfo della partitocrazia e l’anarchico scontro tra interessi e tra lobby.

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