20
Ott
2017

Decreto fiscale: una spinta gentile verso il baratro

Uno degli insegnamenti di Richard Thaler, fresco di premio Nobel per l’economia, è che le politiche pubbliche dovrebbero basarsi sulla valutazione empirica delle loro conseguenze, e non invece sulle loro buone intenzioni. Non sembra averlo compreso il governo italiano, a giudicare dal decreto fiscale collegato alla legge di bilancio 2018, approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri. Le “spinte gentili”, nel decreto, sono solo quelle che conducono – con gentilezza! – verso l’ulteriore peggioramento del contesto economico del Paese. C’è tutto il peggio cui siamo abituati: emergenzialismo e demagogia, nuove tax expenditures, sussidi, finte liberalizzazioni, condoni. Nessuna visione di sistema, nessun tentativo di semplificare la vita a cittadini e imprese, nessun intervento per ridurre tasse e burocrazia.

Il pezzo forte, alla voce nudge de’ noantri (copyright Vitalba Azzollini), è la rottamazione delle cartelle esattoriali, che non solo replica quanto previsto dall’omologo provvedimento dell’anno scorso, ma a sua volta sana le violazioni commesse per adempiere a quest’ultimo, cancellando sanzioni e interessi di mora sul pagamento dei carichi fiscali e contributivi del 2016, oltre che del 2017. In altre parole, pur di reperire qualche soldo da cittadini e imprese ormai spolpate dal Dracula fiscale, il governo premia i disonesti, invece che gli onesti. Una spinta gentile, ma neanche tanto gentile, a non pagare le tasse, perché tanto ci sarà sempre una nuova sanatoria. E ogni nuova sanatoria, a sua volta, riduce la propensione a pagare da parte dei cittadini, facendo aumentare l’esigenza di nuove sanatorie. E così via.

Il decreto prevede la parziale sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, per 840 milioni nel 2018 e per 340 milioni nel 2019, con una diminuzione dell’aumento dell’Iva agevolata dall’11,50 all’11,14% nel 2018 (non fatevi ingannare dal gioco di parole: le tasse salgono, anche se in misura leggermente minore di quanto sin qui previsto). Una prassi, quella della ‘sterilizzazione’ delle clausole di salvaguardia, la cui gravità è ignorata troppo spesso. Originariamente, tali clausole furono introdotte nel nostro ordinamento per evitare che obiettive difficoltà di relativa certezza nelle previsioni di spesa si traducessero in una sorta di “deficit occulto” delle casse pubbliche (e quindi di nuovo debito). Nell’esperienza di governo degli ultimi anni, invece, le clausole hanno invece assunto la funzione opposta, cioè quella di coprire la difficoltà, da parte del legislatore, di assumere decisioni di finanza pubblica politicamente “sensibili”. Una prassi, quella di rinviare a un tempo futuro e indeterminato l’adozione di scelte concrete, che indebolisce non solo la prevedibilità delle decisioni di finanza pubblica, ma perfino lo stesso, già flebile, legame democratico dato dalla responsabilità politica di coprire le spese del proprio governo.

C’è poi, immancabile, il capitolo dei ‘fondi’ da rifinanziare: dal “Fondo sociale per occupazione e formazione” al “Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese”, dal “Fondo imprese” al “Fondo crescita sostenibile”. Briciole, si dirà. Sarà, ma briciole capaci di spostare con un tratto di penna più di due miliardi di euro dalle tasse degli italiani a imprese inefficienti, che per sopravvivere hanno ancora bisogno di mungere le mammelle di Stato. Altro ottimo esempio di spinta gentile, quello degli onnipresenti sussidi alle imprese in difficoltà: una spinta dritta verso il burrone dell’inefficienza gestionale e dell’irresponsabilità finanziaria. E non si può parlare di sussidi alle imprese senza citare Alitalia, la cui carcassa giace per l’appunto a valle del burrone menzionato poc’anzi. Ricordate? Il governo aveva chiarito, durante l’ultima crisi, che la priorità era quella di non spendere ulteriori soldi pubblici. E invece il prestito concesso solo pochi mesi fa viene prorogato di un anno e alimentato da ulteriori 300 milioni.

Per non farsi mancare un po’ di sano patriottismo finanziario, il decreto fiscale introduce la cosiddetta norma ‘anti-scalate’, richiesta a più riprese negli ultimi mesi dal ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda. Il senso è impedire scalate ostili a società quotate: una volta superata una determinata soglia azionaria, l’investitore dovrà pertanto inviare una lettera di intenti in cui chiarisce gli obiettivi delle sue azioni, così da evitare scalate ‘opache’. Restano molti dubbi su una norma che, limitando la contendibilità delle imprese quotate, finisce per limitarne l’efficienza gestionale e la possibilità, per gli azionisti diffusi, di godere del controllo dell’azienda grazie all’OPA obbligatoria. In altre parole: è una norma molto utile ai soci di controllo attuali, molto meno ai piccoli soci e agli investitori stranieri. Investitori che, pertanto, ricevono anch’essi la loro spinta gentile, ad andarsene dall’Italia, con i loro capitali in questo caso: proprio quello di cui avevamo bisogno.

Last but not least, la finta liberalizzazione dell’intermediazione dei diritti d’autore. I trionfalismi del governo sulla fine imminente del monopolio SIAE, purtroppo, si sono scontrati con un provvedimento-beffa, che liberalizza sì la raccolta dei diritti d’autore – come richiesto per anni dall’Unione europea – ma solo per “enti senza fine di lucro e a base associativa”. Indovinate chi rientra in questa definizione, in tutta l’Ue? Esatto: solo la SIAE e le società omologhe di altri Paesi, con le quali SIAE ha già accordi per intermediare i diritti d’autore loro spettanti in Italia. In altre parole: se anche un artista decidesse di affidarsi a soggetti diversi dalla SIAE, sarebbe sempre quest’ultima, seppur in veste di delegata, a intermediare i suoi diritti d’autore in Italia. Un’altra spinta, neanche tanto gentile, verso chi volesse provare a mettere in discussione il monopolio di SIAE, un’eredità del fascismo che – questa sì, altro che le statue – sarebbe bene demolire una volta per tutte.

Twitter: @glmannheimer

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