24
Mag
2017

Libri e cinema: i numeri non tornano e il modello industriale resta antico

Libri e cinema, due settori fondamentali dell’industria culturale italiana. Anche se in realtà hanno un valore molto contenuto sul totale delle attività che vi si comprende. Per capirci, il mercato italiano del libro 2016 resta poco sotto 1,3 miliardi di euro, mentre il totale degli incassi cinematografici 2016 si è fermato a 661 milioni, rispetto ai 47,9 miliardi stimati da Ernst&Young per il complesso dell’industria culturale e creativa italiana (tv, audiovisivo, eventi, pubblicità, musica, teatro, produttori di contenuti, videogiochi, piattaforme digitali e via continuando). Libri e cinema, due settori spesso affetti da una tendenza pericolosa perché fuorviante: il trionfalismo narcisistico. Che comporta un grande rischio. Quello di appagare i suoi protagonisti, ma di far perdere di vista la realtà. Strappiamo allora il velo, guardiamo le cifre vere.

Per il mercato del libro, siamo reduci da mesi di lotta mediatica combattuta senza esclusione di colpi tra il nuovo Salone del Libro di Milano-Rho, e quello tradizionale di Torino che ha appena chiuso i battenti. E’ stata una lotta tra case editrici, grandi contro piccole, mass market contro élite. A giudicare dalla copertura mediatica, toni ed epos da I sette contro Tebe di Eschilo. Torino ha appena trionfato sull’esordio di Milano, con oltre 160mila visitatori. Tonnellate di dichiarazioni di autori e capi di ogni casa editrice, il ministro Franceschini mobilitato nel tentativo, fallito, di una tregua tra i contendenti. Una cinquantina di milioni di euro d’indotto, è la stima degli organizzatori torinesi. Mah.

E allora uno va a vedere le cifre di vendita, immaginando profluvi di copie. Ma scopre che il libro più venduto ha totalizzato 700 copie, 258 il secondo, 200 il terzo, 150 il quarto. Con tutto il rispetto, provocatoriamente vien da chiedersi se simili pingui fatturati valessero il prezzo dello stand.  E i numeri della stessa Associazione Italiana Editori del resto parlano chiaro: anche nel 2016 i lettori sono scesi, da 24 milioni del 2015 a 23,3. Gli unici a registrare un aumento sono gli over 60enni che segnano +9% sul 2010, mentre la quota tra i 25 e i 44 anni è disastrosamente calata del 25,4%. Cresce gradualmente la lettura tramite dispositivi digitali, ma non certo tanto da sanare la perdita sulle copie cartacee.

Eppure gli editori continuano a sfornare sempre nuovi titoli in stampa, la bellezza di 66.505 a cui si sono aggiunti l’anno scorso 74.020 titoli in formato e book.

Nel 1980 i titoli stampati erano 18mila. Ha senso un aumento tanto vertiginosi a fronte di un mercato in contrazione? Economicamente, no di certo. Eppure gli editori persistono. E a 3mila copie vendute si rischia di entrare nelle classifiche. Forse bisognerebbe favorire la virata verso la lettura su device digitali, e i canali di distribuzione tramite piattaforma. Invece anni fa si è limitato al 15% lo sconto sul prezzo di copertina proprio per evitare una migrazione troppo forte sull’on line, e sono pendenti progetti di legge per abbassare ulteriormente il tetto allo sconto al 5%. A parole, per difendere i piccoli librai indipendenti. Nella sostanza, nel tentativo di fermare col dirigismo sui prezzi una trasformazione epocale del prodotto editoriale e dei canali distribuitivi. Ma un mondo che vede Amazon come il nemico è condannato a perdere ancora più lettori.

E il cinema? Con il ministro Franceschini, la dotazione annuale del fondo pubblico di sostegno alla cinematografia italiana è salita a 400 milioni. Prima di lui, taglio dopo taglio una simile cifra aveva finito per rappresentare l’intero sostegno pubblico a teatri e fondazioni liriche oltre al cinema. L’Italia finalmente come la Francia, è stato il coro, a difesa dell’eccezionalità del cinema tricolore, che tanto ha contribuito all’immagine dell’Italia nel mondo. E sempre più attraverso il credito d’imposta, e meno con le discutibili valutazioni discrezionali delle commissioni ministeriali.

Eppure, guardiamo i dati. Che cosa ci dicono?   Prendiamo quelli dell’ultimo fine settimana. Non era mai successo quest’anno che un film arrivasse primo come incasso nel week end fermandosi a 542 mila euro (si tratta di Alien Covenant). Nessun titolo sopra i 1500 euro per copia, solo 6 superano la soglia dei mille euro. Rispetto allo stesso week end del 2016, il calo è di un più che significativo -35,7%. Gli incassi delle sale a maggio sinora sono a 22,4 milioni, erano 30,3 milioni negli stessi giorni del 2016.  Di che cosa altro c’è bisogno, per parlare di un trend sconfortante? La pellicola Fortunata di Castellitto è uscita sabato scorso, e nel fine settimana è risultata quarta a 1123 euro di media a copia, per poi salire nei giorni successivi. Ma il precedente film di Castellitto, Nessuno si salva da solo, aveva esordito nel primo fine settimana con 1,3 milioni.  Dato che quel titolo incasso alla fine 3,4 milioni, non è scontato che Fortunata arrivi a due milioni complessivi. Se scendiamo ai titoli con minor incasso, attenti ai segnali sui “film di qualità”. Sicilian Ghost Story, pellicola italiana passata a Cannes, incassa nel fine settimana solo 41.087 euro, con una media di 721 euro a copia.

Eppure anche nel settore cinematografico la tendenza dell’offerta è quella a non commisurarsi alla domanda. I titoli usciti nel 2016 sono aumentati considerevolmente: 554 rispetto a 480 dell’anno precedente; con produzioni italiane dirette o in coproduzione salite da 189 a 208. La quota dei film italiani e coprodotti sul totale delle presenze nelle sale è salita, dal 21% del 2015 al 28% del 2016. Ma che senso ha parlare di quote percentuali in crescita, se il totale reale poi di presenze e incassi registra i cali da brivido che abbiamo ricordato prima? E se l’unica modalità per arginare il calo è il biglietto nelle sale a 2 euro i secondo mercoledì del mese?

Ecco cosa dicono i numeri. L’industria culturale italiana è un patrimonio. Ma mettiamoci in testa una cosa. O editori e produttori commisurano la propria offerta alla nuova domanda che emerge dal mercato. non solo di prodotti quanto di canali distributivi, oppure è una battaglia di retroguardia che si risolve in un falò di risorse e in un enorme spreco di talenti. Non abbiamo bisogno di polemiche contro Amazon e Netflix, ma di prodotti italiani su quelle piattaforme, e di piattaforme italiane ed europee che accettino la sfida di quelle americane e transnazionali.

 

21
Mag
2017

Diamo una chance a Macron—di Alexis Vintray

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Contrepoints. Traduzione di Nicola Iannello.

Senza sorprese, nel secondo turno delle presidenziali gli elettori hanno dato un ampio vantaggio a Emmanuel Macron, che, battendo Marine Le Pen, è diventato presidente della Repubblica. Cosa attendersene per la Francia?

Emmanuel Macron, un certo liberalismo…

Emmanuel Macron rappresenta senza dubbio un netto miglioramento rispetto a Marine Le Pen e François Hollande. Il suo programma contiene elementi che fanno piacere ai liberali e, più ampiamente, alle persone ragionevoli.

Citiamo per esempio la semplificazione della legislazione sul lavoro, un inizio di contenimento della spesa pubblica (-60 miliardi di €), una riduzione del tasso dell’imposta sulle imprese dal 33% al 25%, un discorso molto critico sulle rendite in economia durante il suo mandato come ministro dell’Economia, alcuni propositi positivi su Uber e in genere sulla comprensione dell’economia di domani.

A questo vanno aggiunte promesse di riforma delle pensioni nel senso di un sistema “a punti” più giusto, una maggior trasparenza nella vita politica e la contrattazione a livello di impresa e non di settore o nazionale.

Misure senza dubbio interessanti e che testimoniano un certo liberalismo, apprezzato da molti autori su Contrepoints.

Ma non un liberalismo certo…

Tuttavia, queste misure sono anche accompagnate da numerose altre che o stanno all’esatto opposto delle idee di libertà oppure sottolineano la mancanza di volontà di autentiche riforme.

Per la prima categoria, possiamo citare la moltiplicazione delle spese clientelari prive di finanziamento sull’educazione (massimo di dodici studenti per classe, Pass Culture, 80.000 alloggi per studenti, ecc.) e le prestazioni sociali (rimborso del 100% degli occhiali e degli apparecchi acustici, assegni per i disabili adulti, sostegni per gli anziani, ecc.), la fiscalità dei privati con la soppressione clientelare dell’imposta sulle abitazioni per i più poveri, i piani di investimenti pubblici a pioggia (agricoltura, ambiente, formazione, industria, innovazione, ecc.), un rinforzo della tecnocrazia di Bruxelles o ancora la lotta contro la cifratura dei dati (denunciata non senza ironia da Marc Rees).

Infine, l’assenza di volontà politica nelle riforme, già visibile in quelle abortite come la Legge Macron e la Legge sul lavoro, traspare nel programma: prendiamo a esempio la riforma delle pensioni, «che non riguarderà gli attuali pensionati e non modificherà l’età di pensionamento», o la riduzione dei dipendenti pubblici e della spesa pubblica, mai delineata in dettaglio. Quest’ultima, in assenza della quale nulla potrà essere realizzato in Francia, viene evocata con discrezione nell’ultima pagina del programma. Soprattutto, cosa più grave, è una falsa riduzione e un autentico aumento, un minimo aumento (60 miliardi in meno della traiettoria “naturale” di aumento della spesa).

In fin dei conti, Emmanuel Macron incarna molto più una socialdemocrazia moderna che un liberalismo autentico o addirittura un liberalismo di sinistra. Il netto miglioramento che tutto questo rappresenta rispetto a una sinistra ancorata al marxismo non deve farlo dimenticare.

…E tre grossi rischi

Questa instabilità di fondo si accompagna con tre ambiguità o rischi:

  • Macron si presenta come un profondo riformatore mentre è piuttosto il candidato della tecnocrazia. Un super tecnico, in un certo senso. Da qui vengono gli strani aggiustamenti per diminuire i contributi sociali da un lato e farli passare nella contribuzione sociale generale (CSG) dall’altro. Si potrà “rivoluzionare” la Francia con delle ricette che escono dall’ENA?
  • Macron ha una volontà feroce di convincere e riunire. Può essere un’ottima cosa, ma anche un elemento di paralisi se c’è bisogno di un uomo che segni una svolta per riformare veramente la Francia.
  • Per ultimo, Macron è il candidato delle élites, di Parigi, della Francia che va, della “Francia dall’alto”. Mentre la Francia si divide sempre più, potrà Macron essere il presidente di tutti i francesi e far passare le riforme di struttura di cui parla?

Concediamo la sua occasione al prodotto Macron

Per realizzare il cuore del suo programma e non solamente le misure facili di spesa supplementare, Macron dovrà quindi superare questi rischi, essere un autentico riformatore strutturale e non semplicemente un tecnocrate uscito dall’ENA, fissare un obiettivo ambizioso malgrado le turbolenze e parlare a tutti i francesi.

In Macron ci sono cose buone e meno buone e, con così poca esperienza politica e quindi di bilancio, dovremo giudicare in base agli atti durante il suo quinquennato. Le promesse sono interessanti per un liberale, stiamo a vedere dove la realtà del potere condurrà la Francia con Emmanuel Macron.

Oggi scegliamo quindi di concedergli un’opportunità, con una benevolenza attenta e critica, e di giudicare in base alle azioni, promettendo ai nostri lettori la stessa indipendenza che ci ha sempre caratterizzati. Proseguiremo sulla nostra linea: incoraggiare tutto quello che va nel senso giusto per le libertà e denunciare le misure che al contrario ostacolano le nostre libertà, senza badare al partito. E tanto meglio se Macron può segnare il massimo di caselle in questa prima categoria.

Alexis Vintray è Direttore di Contrepoints.

18
Mag
2017

Con Draghi l’Eeuropa è ripartita. Noi no, e la colpa è solo nostra

Se si è deciso a parlare così, significa che a Francoforte i dati della ripresa europea sono considerati ormai sufficientemente solidi. Persino abbastanza al riparo dalle imprevedibilità esogene che il mercuriale Trump può esercitare su mercati nel breve, e la Brexit di sicuro nel medio-lungo periodo. Ecco perché Draghi oggi a Tel Aviv ha detto che la crisi è alle nostre spalle nell’eurozona, la ripresa è resistente e sempre più si manifesta tra i vari Paesi e settori. Un fenomeno che giustamente Draghi ha vantato anche come conseguenza delle politiche monetarie non ortodosse che la Bce a sua guida in questi anni ha saputo dispiegare, offrendo tempo alla politica per riforme e interventi incisivi, sulla finanza pubblica e la produttività. In più, Draghi ha anche insolitamente aggiunto tre osservazioni politiche. La prima è la soddisfazione perché gli elettorati stanno aprendo gli occhi, e la maggioranza silenziosa europeista torna a manifestarsi con vigore. La seconda è relativa a populismo e nazionalismo, risorti per gli effetti di recessione e disoccupazione esercitati in Europa dalla crisi di sostenibilità dei debiti sovrani. La terza è l’indicazione di alcuni terreni su cui l’Europa a questo punto deve accelerare con strumenti comuni, a cominciare da immigrazione,sicurezza e difesa.

Si fa torto a Draghi, se lo si considera un proclama politico. La BCE dalla politica sta e deve stare lontana. E’ però una pietra miliare: di qui comincia ufficialmente l’accelerazione dell’uscita dalle politiche monetarie non ortodosse, fatta di acquisti di titoli sul mercato e tassi negativi.

Il che significa che il costo del nostro debito tornerà a salire. Per l’Italia si apre inevitabilmente un problema. Reso del resto macroscopicamente evidente dai dati della crescita europea relativi al primo trimestre 2017 diramati martedì. Non siamo più insieme alla Grecia il paese euroepo che ha pagato il maggior costo finché la crisi è persistita. Restiamo con la Grecia il Paese che più resta attardato ora che la ripresa è ufficialmente consolidata. Al consistente gap accumulato nella crisi – abbiamo ancora più di 7 punti di PIL da recuperare sul 2008, la Germania l’ha accresciuto del 6% rispetto ad allora – aggiungiamo il minor tasso di crescita ora che l’economia europea non ha più solo il traino tedesco.

Il nostro +0,2% congiunturale del primo trimestre si misura con il +0,5% dell’eurozona. La nostra crescita annuale tendenziale è dello 0,8%, quella dell’euroarea del +1,7% e quella della Ue del +2%. La Spagna è cresciuta dello 0,8% nel primo trimestre, e procede a un tasso annuale del +3%.

Un Paese serio dovrebbe sentirsi chiamato a riflessioni profonde. E’ evidente che altri eurodeboli, come Spagna e Portogallo duramente colpiti nel post 2011, hanno scelto di avvalersi del sostegno europeo per le loro banche e hanno operato interventi energici su spesa, mercato del lavoro e concorrenza. Con tutto il rispetto per quanto la politica italiana afferma nel suo vociare quotidiano, i dati affermano che non altrettanto si può dire per l’Italia.

Continuiamo a trascinarci un grande problema bancario dopo aver scioccamente negato di averlo, e la ripatrimonializzazione del sistema avvenuta non è tale da risolvere ancora la montagna del credito deteriorato, mentre le punte apicali di sofferenza, come MPS e le due banche venete, si consumano da un anno e mezzo ancora senza soluzione. La spesa pubblica è rallentata, ma ha continuato a crescere nella componente corrente mentre si abbatteva ancora quella di investimenti. Le entrate tributarie continuano a crescere sempre in proporzioni multiple rispetto all’andamento del PIL, nuove misure come l’estensione dello split payment servono a fare cassa ma drenano per miliardi la liquidità delle imprese. Quanto agli effetti del Jobs Act, la scelta dei bonus a tempo mostra la corda. Era meglio destinare a interventi permanenti scelti oculatamente per effetto sul PIL potenziale, i 50 miliardi bonus a tempo concessi dal governo Renzi. Nel mondo del lavoro, le imprese son tornate a orientarsi massicciamente verso i contratti a tempo, sfumata la generosa decontribuzione.

Il problema numero uno dall’asfittica crescita italiana non è la presunta camicia di forza dell’euro rispetto alla svalutazione che alcuni propongono come panacea. Se altri Paesi eurodeboli crescono a multipli rispetto a noi, è la miglior smentita del presunto tallone d’accaio esercitato dal sulpus commerciale tedesco – oltretutto raggiunto in stragrande maggioranza in paesi extra Ee – verso i Paesi latini. Gli elettori francesi hanno a grande maggioranza cestinato l’idea di un balzo nel buio uscendo dall’euro.

Il problema numero uno italiano è invece la terrificante stagnazione, e anzi l’arretramento, della produttività. Ed è un tema che manca del tutto nell’agenda nazionale delle priorità. L’altroieri l’Istat ha presentato il suo rapporto annuale 2017, e rinvio alle pagine 41-46 del rapporto chi volesse approfondire l’analisi del guaio italiano della bassa produttività. Cominciate dal grafico di pagina 42, quello che ha in ascissa e ordinata il Pil pro capite e la produttività multifattoriale dei paesi OCSE negli anni 2000-2014. E’ un grafico devastante. Siamo l’unico Paese nel quadrante dei “perduti”: meno 7% di PlL procapite e  meno 6% di TFP. La grande maggioranza dei Paesi OCSE si colloca in un’area compresa tra +8% e +12% di aumento della produttività multifattoriale, e tra +7 e +15% di PIL procapite. In quel capitolo troverete una disamina dati alla mano di ciò a cui si deve questa tragedia, valutando quanto sia dovuto all’effetto tecnologico e quanto all’efficienza allocativa e organizzativa. Il primo macrodato è che la produttività multifattoriale è positiva nei diversi settori esposti al commercio mondiale, mentre è negativa nei servizi pubblici e alle imprese, i cosiddetti no tradable. Il secondo è  che la produttività cresce per scala dimensionale delle imprese, sia pur con l’eccezione rappresentata dalle 6-7mila medie multinazionali tascabili del quarto capitalismo, quelle a maggior produttività e a più alta efficienza allocativa.

Tradotto in parole concrete, significa che occorre una sferzata di concorrenza nell’offerta di beni e servizi sul mercato domestico che ne viene ancor oggi esclusa: non solo nei servizi pubblici ma in quelli professionali, nell’architettura regolatoria dei mercati protetti delle concessioni e degli affidamenti, nella struttura opaca degli acquisti pubblici che da soli rappresentano quasi il 9% del PIL. Oltre che nell’allocazione del capitale di rischio e di debito alle imprese da parte dello strozzato sistema bancario italiano. E va aggiunto  il problema della bassa intensità di capitale umano della forza lavoro italiana, dalle fasce a qualifica più bassa fino agli imprenditori.

Sono questi, i problemi che abbiamo affrontato? No. Pensate a quanti capitolo sono stati espunti dalla legge sulla concorrenza, ferma per due anni. Niente portabilità delle quote dei fondi pensione. Niente farmaci di fascia C alle parafarmacie. Nessuna gara per le concessioni balneari. No all’apertura delle società di captali per gli studi professionali degli avvocati. No al restringimento delle aree di privativa a vantaggio dei notai. No alla liberalizzazione del trasporto punto-punto non di linea su base di piattaforme digitali. Rinvio della piena liberalizzazione dell’offerta di energia elettrica. Teniamo in piedi coi soldi pubblici l’Alitalia fallita anche coi privati dopo quella di Stato. Abbiamo ucciso giudiziariamente il primo gruppo siderurgico italiano e secondo europeo, che era privato e  generava miliardi di utili. Continuiamo a volerci inventare un mercato inesistente dei crediti deteriorati bancari a prezzo non di mercato, perché viene prima per politica e regolatori non costringere i soci bancari ad aumenti di capitale invece di avere banche ben patrimonializzate, che riprendano a erogare il credito.

Senza dirlo, Draghi oggi ci ha parlato di tutto questo. Ora che l’Europa è ufficialmente ripartita in tutte le sue componenti, noi soli con la Grecia restiamo esclusi dalla solidità d della ripartenza. E’ per questo che rappresentiamo oggi come oggi il Paese con la più alta percentuale di protesta anti-sistema. E le responsabilità sono nostre, no di altri. Ma questo la politica di ogni colore non è assolutamente disposta ad ammetterlo.

17
Mag
2017

No, bitcoin non è né anonimo, né senza regole. Anzi.

A seguito della diffusione del ransomware Wannacry, diversi giornali hanno parlato di bitcoin, la valuta usata per chiedere il riscatto dei dati personali. L’associazione con queste attività criminali non fa certo bene alla reputazione di bitcoin, ma neppure fanno bene le imprecisioni che scrivono alcuni giornali a riguardo. Anche la stampa specializzata in economia descrive questa valuta in maniera impropria.

L’Economist, parlando del ruolo della NSA nella vicenda, descrive bitcoin come una “cripto-valuta anonima”. Il Financial Times ha scritto recentemente dell’aumento del prezzo di bitcoin come un regalo per i criminali e come una bolla di un mercato senza regole. Che però bitcoin sia anonimo e senza regole è completamente falso. Perché, anzi, è proprio vero il contrario.

Bitcoin anonimo?

L’elemento costitutivo di bitcoin è la trasparenza: tutte le transazione effettuate in questa valuta sono registrate in maniera pubblica e permanente. Solo attraverso questo registro pubblico è possibile gli utilizzatori trovino un consenso che garantisce la autenticità delle transazioni. In altre parole, qualunque persona può consultare l’archivio di tutte le transazioni effettuate nel tempo.

Viceversa, l’identità di chi usa un indirizzo per trasferire bitcoin non viene rivelata finché quella persona non voglia scambiarlo in valute nazionali oppure effettuare acquisti su internet. A differenza di un conto in banca o di altri sistemi di pagamento, qualunque persona può creare un nuovo indirizzo bitcoin in qualsiasi momento senza dover fornire alcuna informazione personale.  Mi ricorda un po’ la posta elettronica in passato, quando era facile creare un indirizzo mail che non fosse ricollegabile ad una identità reale.

Bitcoin diventa anonimo quando qualcuno vuole appositamente occultarsi e con diverse tecniche può nascondere la propria identità. Che però non sempre funzionano. Un caso parla chiaro e riguarda il famoso Silk Road. Due anni fa si scoprì che due agenti federali americani, che si erano occupati della chiusura del sito, avevano rubato dei bitcoin. Per quanto un agente avesse cercato di nascondere questi asset dividendoli in tante piccole transazioni, l’IRS fu in grado di seguirne le tracce  fino a identificarlo. In un’audizione di fronte al Senato americano che fece seguito a questo caso, il registro pubblico di bitcoin (blockchain) venne descritto come un elemento che rende più difficile ai criminali nascondere le loro attività illecite.

Bitcoin senza regole?

L’aggettivo inglese “unregulated” – in italiano sarebbe “senza regole, sregolato” – con cui bitcoin viene spesso descritto è tremendamente ambiguo. Secondo il dizionario Cambridge questa parola si riferisce a qualcosa “che non è controllato o diretto da regole fisse o leggi”.

Indubbiamente bitcoin non è stata creata né viene controllata da un legge, come neppure internet non è nato in seguito ad una legge. Eppure, chiunque abbia una minima idea di come funzioni, può solo sorridere all’idea che bitcoin non sia soggetto a regole fisse. Al contrario, le regole che controllano il sistema sono semplicemente le più granitiche che possiamo immaginare. L’emissione di bitcoin è definita al massimo dettaglio; è stato stimato il giorno preciso (4 maggio 2140) in cui verrà minato il 21milionesimo bitcoin – l’ultimo. Forse è proprio l’impossibilità a inflazionarne l’emissione a determinare la preziosità di questo strumento in un mondo di quantitative easing e di decisioni arbitrarie delle banche centrali.

La confusione nasce dall’idea per cui, se un governo non ha fatto nulla per regolamentare questa valuta in dettaglio, di conseguenza deve trattarsi di una valuta senza regole. La storia, però, ci insegna che il denaro è nato prima dello Stato e come il risultato di un consenso tra le due parti che lo scambiano. Di fondo, emerge ancora una volta la convinzione che le regole possano nascere solo “dall’alto” (dallo Stato) e non “dal basso” (dalle persone, da una comunità).

Bitcoin tecnologicamente è un protocollo, ovvero un insieme di regole che regolano una valuta digitale. Un rete di nodi peer-to-peer si occupa di eseguire queste stesse regole ed essendo decentralizzata è quasi impossibile da controllare dall’alto. Non sono regolamentazioni emesse dallo Stato, ma sono regole e – nella migliore espressione di questo termine- sono immutabili, chiare, trasparenti, pubbliche e uguali per tutti. Regole semplici per un sistema complesso.

Neppure alle regolamentazioni di origine statale si sottraggono le attività che vengono svolte con lo strumento bitcoin. Se, per esempio, una impresa accetta un pagamento in bitcoin e lo trasferisce ad un terzo, resta soggetta alle regolamentazioni che riguardano l’anti-riciclaggio e la conoscenza dei propri clienti. Così pure, chiunque utilizza bitcoin resta soggetto alla imposizione fiscale. Tutte le regolamentazioni che riguardano l’utilizzo di strumenti monetari non cessano di valere nel caso della valuta digitale. I policy-makers si trovano allora di fronte alla necessità non tanto di scrivere nuove regolamentazioni, ma di capire come applicare le regolamentazioni esistenti ad un nuovo strumento.

Perché allora i cyber-criminali usano bitcoin?

In parte perché riescono ad occultarsi più facilmente dietro ad un indirizzo bitcoin rispetto ad un IBAN, questo senza dubbio. Ma soprattutto perché bitcoin è uno strumento creato per trasferire valore e svolge questa funzione estremamente bene. E’ veloce (il trasferimento è immediato e confermato nell’arco di un ora), è affidabile (finora regge una capitalizzazione di 50 miliardi di dollari) ed è, appunto, verificabile da tutti apertamente. Ciò, peraltro, farà sì che gli stessi criminali non riusciranno facilmente a trasformare i bitcoin in beni e servizi.

Per i giornalisti, per i policy-makers, per tutti noi, bitcoin rappresenta una sfida: capire una tecnologia che appare completamente diversa da tutte quelle che conoscevamo. Per quanto possa essere difficile da comprendere, dargli la colpa per quello che è iniziato lo scorso weekend, per contro, sarebbe indubbiamente troppo facile.

11
Mag
2017

Lavoro autonomo: tutelare tutti, tutelare meno

Ieri, il Senato ha approvato il cosiddetto “Jobs Act del lavoro autonomo”, una legge che contiene diverse misure di tutela dei lavoratori autonomi e delle partite IVA. La norma introduce forme di tutela in diversi ambiti. Innanzitutto, vincola i committenti al pagamento entro 60 giorni, che diventano 30 dall’emissione della fattura se la scadenza non viene prevista. Viene poi esteso il diritto al congedo parentale, all’indennità di maternità, a prestazioni sociali aggiuntive, e alla non estinzione del rapporto di lavoro in caso di gravidanza, malattia e infortunio. Infine, viene prevista la dotazione di sportelli per il lavoro autonomo presso i centri per l’impiego e la deducibilità delle spese per formazione e aggiornamento professionale.

Il proposito di fondo, diciamolo subito, è sacrosanto, perché mette finalmente la parola fine all’intollerabile discriminazione che il lavoro autonomo ha sempre subito rispetto a quello dipendente. Il diavolo, però, si nasconde nei dettagli. Due, per la precisione: uno di metodo, uno di merito.

Quello di metodo. Se l’obiettivo – sacrosanto, come detto – è assegnare gli stessi diritti a chiunque ‘lavori’, qualunque sia la forma contrattuale con cui lo faccia, la strada scelta è iniqua e inefficace. Iniqua, perché esclude tutti coloro che, volenti o nolenti, non sono subordinati e neanche autonomi, e che oggi, senza più i voucher o altre forme contrattuali flessibili, si ritrovano ad essere i veri perdenti del mercato del lavoro. Non è una svista: la ratio di lungo termine dell’azione del governo in carica e di quello precedente è il contrasto al precariato. E di qui l’inefficacia, perché il tentativo di eliminarlo ope legis lascia il tempo che trova: il modo migliore di favorire il lavoro nero è proprio l’azzeramento di alternative a contratti tradizionali tanto tutelanti quanto costosi per imprese e lavoratori.

Una strada alternativa ci sarebbe: prendere ispirazione dal lavoro di Marco Biagi e finalmente ricondurre tutta la legislazione sul lavoro a uno Statuto dei lavori che superi la distinzione tra autonomi e subordinati e che, soprattutto, ricomprenda anche la sempre più vasta ‘terra di mezzo’ tra i due poli, per offrire a chiunque lavori le stesse tutele e le stesse garanzie, lasciando il resto alla libera contrattazione tra le parti.

C’è un secondo elemento, di merito, che smorza la portata positiva della legge, ed è la delega al governo, contenuta nel provvedimento, per aumentare l’aliquota contributiva dello 0.5%. I lavoratori autonomi, purtroppo, continuano ad essere utilizzate dai governi che si succedono per finanziare diritti acquisiti e pensioni retributive con un quarto di quanto guadagnano, pur nella consapevolezza che le loro, di pensioni, non saranno nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che oggi devono pagare. E ciò nonostante tutti i dati dimostrino come autonomi e partite IVA siano proprio le categorie di lavoratori che più hanno sofferto la crisi e si trovano oggi sotto la soglia di povertà (25% rispetto al 14% dei lavoratori dipendenti, secondo la CGIA di Mestre). Tanto che, ad essere maliziosi, si direbbe che è il prezzo da pagare per avere più tutele.

Twitter: @glmannheimer

9
Mag
2017

Spesa pubblica e democrazia: Il caso ticinese

In materia di bilanci pubblici, l’esperienza insegna che è molto più facile aggiungere voci di spesa piuttosto che toglierne. Ce ne rendiamo ben conto in Italia, dove tutti i tentativi di “spending review” degli ultimi anni sono miseramente falliti uno dopo l’altro. Se ne rendono ben conto anche in Ticino, Cantone Svizzero, dove il 6 marzo scorso è stata depositata un’iniziativa popolare di revisione parziale della Costituzione Cantonale con cui si introdurrebbe il referendum finanziario obbligatorio.

Per frenare l’aumento della spesa pubblica locale, il comitato promotore che vede primo firmatario Sergio Morisoli, vorrebbe che d’ora in avanti ogni legge o decreto legislativo a carattere obbligatorio generale che generino una nuova spesa o aumenti di spese esistenti oltre un certo limite (per ora non specificato) siano sottoposte al voto popolare obbligatorio. A prescindere che si tratti di spese correnti o di investimento, ogni spesa aggiuntiva verrebbe dunque sottoposta al vaglio del popolo del Cantone. In varie forme, la misura è già presente in 18 dei 26 Cantoni che compongono la confederazione elvetica. Sarebbe giunto il momento di introdurla anche in Ticino, dove secondo i promotori dal 2001 al 2019 i conti pubblici avranno chiuso 15 volte in deficit e solo 4 volte con un avanzo d’esercizio.

Il frequente ricorso ai referendum non è affatto nuovo in Svizzera. Nondimeno, nella maggior parte delle democrazie moderne, tra cui l’Italia, la questione della rappresentanza politica e dei suoi limiti è diventata di grande attualità. Non sono pochi gli intellettuali, i politici, i comuni cittadini, che vorrebbero rimediare alla scarsa fiducia nelle istituzioni che caratterizza il nostro tempo lasciando decidere direttamente il “popolo sovrano” su un numero sempre maggiore di questioni – la cosiddetta democrazia diretta.

Vanno però sottolineate alcune differenze. Nel nostro Paese, fin da subito i padri costituenti vollero mettersi al riparo dall’influenza diretta degli elettori sulle questioni di bilancio, inserendo esplicitamente all’articolo 75 della Costituzione il vincolo che non ammette il referendum popolare per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Un referendum come quello proposto in Ticino non sarebbe dunque legittimo in Italia.

Si aggiunga che, in Ticino, il ricorso al referendum sarebbe lo strumento con cui limitare lo sperpero di risorse dei contribuenti da parte dei politici locali. In Italia, se si pensa alla questione Euro, i difensori del “popolo sovrano” oggi invocano la democrazia diretta come strumento efficace per superare l’austerità impostaci dall’Europa. Lega, e Movimento 5 Stelle vorrebbero chiamare il popolo alle urne, e ricevere mandato di uscire dall’Unione Europea, così da poter gestire le finanze pubbliche ancor più allegramente di quanto ci sia consentito oggi (il famoso 3% di deficit). Assumendo che i sostenitori della democrazia diretta abbiano valide ragioni per credere che gli elettori siano dalla loro parte, almeno sulle singole questioni, ciò significa che in Ticino il popolo propenderebbe per una gestione più oculata delle risorse pubbliche, mentre il popolo italiano favorirebbe un ritorno alla crescita del debito pubblico.

Purtroppo, quest’ultima mi sembra una deduzione piuttosto ragionevole. Il federalismo in Svizzera, unito alle piccole dimensioni della Confederazione e dei singoli Cantoni, ha fatto sì che il popolo elvetico si abituasse nel tempo a considerare le conseguenze più o meno immediate che ogni decisione politica comporta. La concentrazione dei costi (in termini di tasse) a livello locale aumenta la consapevolezza negli elettori di doverli pagare. Il sistema centralistico italiano invece favorisce l’opposto, specialmente se si considera che il carico fiscale necessario a sostenere la spesa dell’intero Paese è maggiormente concentrato su poche regioni con residui fiscali ampiamente positivi, come Lombardia e Veneto.

La democrazia diretta tende a piacerci quando ci sembra di esser d’accordo con la maggioranza. Purtroppo la qualità delle decisioni politiche non dipende dal fatto che queste siano prese dal popolo o da suoi rappresentanti. Tenere a bada la spesa pubblica sembra una missione quasi impossibile. Il caso ticinese ci insegna che se il popolo viene abituato a fare i conti con le proprie tasche può rappresentare un argine contro la spesa pubblica incontrollata. In Italia, per ora, ci siamo ridotti a confidare nell’austerità che ci impone l’Europa. Non è proprio una speranza da popolo sovrano, ma guai se non avessimo neanche quella.

@paolobelardinel

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