20
Lug
2022

Consigli di lettura per l’estate 2022

Quali libri mettere in valigia per le proprie vacanze? Anche quest’estate l’Istituto Bruno Leoni propone i suoi tradizionali consigli di lettura, spaziando dai classici ad alcuni saggi di recente pubblicazione. Ecco le segnalazioni di membri del team IBL e collaboratori dell’Istituto, undici libri per riflettere sulle idee della libertà.


Alberto Grandi, Denominazione di origine inventata (Mondadori, 2020)

Un saggio serio, documentato e molto divertente sul ruolo del marketing nel settore agroalimentare e sulla grande invenzione della “tradizione” come elemento di attrazione per i consumatori. L’autore insegna storia delle imprese all’Università di Parma e, con la serietà metodologica dello storico economico, svela tutti gli equivoci e i falsi miti che girano intorno a tanti prodotti locali, ormai considerati tipici. Dalla carbonara come ricetta dei soldati americani, al pomodoro di pachino di invenzione israeliana fino alle legittime aspirazioni del parmesan come prodotto davvero tipico, il libro è un tesoro di aneddoti e storie da raccontare sotto l’ombrellone o davanti a un gin and tonic sulle cui caratteristiche di purezza apparirà più che lecito dubitare. Il libro ha molti livelli di lettura ed è utile sia per chi cerca un saggio leggero per i pomeriggi di calura estiva sia per chi si occupa professionalmente di marketing e di agroalimentare, per cominciare a ragionare su temi importanti come il rapporto tra innovazione e regolazione in un contesto delicato come quello del cibo. A volte l’autore insiste un po’ troppo sulla narrazione di un “sistema” che ha saputo inventare la tradizione culinaria italica e il relativo successo degli ultimi anni, senza illustrare troppo nel dettaglio chi sarebbero gli attori a cui si deve questa trasformazione e come le spinte e gli incentivi individuali abbiano trovato una perfetta rispondenza in una domanda di mercato che si è velocemente adeguata a un livello di benessere diverso, che pure Alberto Grandi descrive bene con l’occhio attento dello storico dell’economia. Ma questo è forse un tema per un prossimo libro, intanto godiamoci questo saggio tra un prodotto tipico e l’altro di questa complicata estate italiana.

Carlo Amenta, direttore dell’Osservatorio sull’economia digitale IBL


Luca Bolognini, L’arte della privacy (Rubbettino, 2022)

Con questo libro, Luca Bolognini guida il lettore attraverso un percorso nel quale il mondo dell’arte e quello della protezione dei dati personali si fondono in una straordinaria armonia. Concetti giuridici non sempre agevoli per tutti vengono spiegati attraverso metafore che discendono dalle opere citate dall’autore. Leggendo il testo, come l’autore stesso auspica nella premessa, gli esperti di diritti digitali e di compliance aziendale riescono a «osservare gli adempimenti – ossia il rispetto di obblighi e divieti – sotto una luce nuova»; gli esperti d’arte possono «scoprire il lato “giuridico” di un dipinto e dei dati che raffigura»; mentre gli inesperti, sia d’arte sia di diritto, sono in grado «di curiosare e avvicinarsi all’una e all’altra disciplina, come visitatori girovaganti in un anomalo museo di immagini e di norme». L’arte, insomma, diviene il filtro attraverso il quale reinterpretare l’ambito delle regole e di quanto è connesso alla loro osservanza. Bolognini supera così i tecnicismi caratterizzanti tale ambito, per osare un nuovo approccio, che consente di coniugare i canoni tipici della pittura con la “ratio” propria a norme e principi di diritto; la creatività da cui originano le opere d’arte con la compliance rispetto alla normativa in materia di privacy. L’uso della metafora permette un’agevole spiegazione dei principi del Regolamento generale per la protezione dei dati personali (n. 2016/679, GDPR). Un dipinto che raffigura una scena domestica consente di esporre il legame esistente fra riservatezza domestica e smart working. Gli attacchi informatici divengono i mostri rappresentati in uno dei dipinti richiamati dall’autore. In conclusione, Bolognini riesce con successo nell’intento di trasformare la disciplina privacy in arte, e viceversa. Mediante questo libro, la normativa in tema di protezione dei dati personali, spesso bistrattata negli ultimi anni, acquisisce una “gradevolezza” che invoglia a comprenderne il senso e le regole. E non è impresa da poco.

Vitalba Azzollini, fellow IBL


Jesús Huerta de Soto con Bernardo Ferrero, Pandemia e dirigismo (IBL Libri, 2022)

Un libro da leggere e consigliare per diversi motivi. È una raccolta di saggi in genere abbastanza agili, scritti lungo svariati anni, quasi tutti dopo la crisi finanziaria, messi assieme e arricchiti da Bernardo Ferrero e con una prefazione di Nicola Porro. Il coautore ha ben contribuito ad adattare il lavoro al contesto italiano, pandemico e post pandemico. Jesus Huerta de Soto è una personalità esuberante e peculiare, nella vita anche assicuratore ed imprenditore. Ha una bella penna, di solito però molto più verbosa – il suo saggio tipico è di solito di svariate centinaia di pagine. Quest’opera ha invece anche il pregio della sintesi, per chi voglia avvicinarsi all’economista spagnolo di nazionalità ed austriaco di pensiero. Ci troviamo radicalmente fuori dal mainstream del pensiero dominante, per certi versi fuori anche dal pensiero liberale classico. L’autore è infatti da tempo approdato all’anarco-capitalismo di matrice rothbardiana. Non sono ovviamente d’accordo, ma colpisce vedere augurati anni di purgatorio, se non di inferno vero e proprio, addirittura a Milton Friedman a causa delle sue teorie monetariste, quasi associate al keynesismo. Diverse sono le idee stimolanti, anche per chi non è completamente d’accordo con De Soto. Ne ricordo solo alcune, in base alla mia preferenza. Il mito del piano Marshall, del tutto secondario nella ripresa europea del dopoguerra. L’euro come meccanismo in parte assimilabile al Gold standard e quindi desiderabile almeno rispetto alle valute nazionali. La transitorietà del fenomeno Covid, che sarà presto un triste ricordo, per quanto dagli impatti così significativi e per alcuni versi devastanti nel breve termine. Infine le venature religiose del pensiero di De Soto, che correlano l’esplosione dello statalismo indiscriminato alla perdita di rilievo del fattore religioso nella vita delle persone. Insomma, una boccata d’aria pura, al di là del condividere solo in parte le posizioni assunte e argomentate nel saggio.

Andrea Battista, consigliere di amministrazione IBL


Carl von Clausewitz, Della Guerra (Mondadori, 2017 [1832])

Consiglio un classico dell’arte della guerra. Si tratta di un insieme di riflessioni del generale Von Clausewitz che sarebbero dovute diventare una sorta di teoria generale della guerra. Purtroppo, la morte impedì all’autore di completare l’opera e la moglie si incaricò di mettere insieme i vari pezzi, che soprattutto dopo il capitolo 1 potrebbero apparire poco connessi. Ad ogni modo, questo libro è consigliato specialmente alla luce di quanto sta succedendo oggi in Ucraina. Secondo il generale, la guerra è “un atto di forza che ha per iscopo di costringere l’avversario a sottomettersi alle nostre volontà”. Si tratta di un atto puramente politico, la famosa “continuazione della politica con altri mezzi”. Soprattutto la “guerra di comunità”, ovvero quella tra stati-nazione, non può che avere radici e scopi puramente politici. Nel libro, è particolarmente interessante il continuo tentativo di contrapporre idee teoriche alla realtà della guerra o, diciamo pure, all’arte della guerra. Se in linea di principio, per esempio, al fine di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà si potrebbe pensare che la guerra prevede l’impiego assoluto della forza e di tutti i mezzi a disposizione, la realtà della guerra trasforma sia l’aggressore che l’aggredito in giocatori d’azzardo che meglio non possono fare se non cercare di calcolare i rischi legati a specifiche azioni. Rischio, incertezza e caso fanno sì che “di tutti i rami dell’attività umana, la guerra sia quello che più rassomiglia a una partita con le carte da giuoco”. Pensando alla guerra in Ucraina, da un lato questo contribuisce a smentire coloro i quali pensano che ci sia qualcuno che stia gestendo la guerra a tavolino, dall’altro lato è preoccupante il fatto che non si può proprio dire come andrà a finire.

Paolo Belardinelli, research fellow IBL


Alasdair MacIntyre, Dopo la virtù (Armando, 2007 [1981])

Pubblicato più di quarant’anni fa, Dopo la virtù di Alasdair MacIntyre è fondamentalmente un libro di filosofia morale, che però come pochi altri è capace di illuminare il “cotesto” socio-culturale e per certi versi le ragioni della crisi del nostro mondo occidentale. Coloro che lo hanno ne conoscono senz’altro la trama e il nucleo fondamentale, espresso fin dalle sue prime battute, come se si trattasse di un racconto di fantascienza. Si racconta di uomini che, a seguito di una non meglio precisata “catastrofe”, hanno perduto il senso della cultura nella quale vivono. Della società scomparsa, come macerie, sono rimaste alcune parole, termini etici valutativi quali “buono”, “cattivo”, “giusto”, “ingiusto” o espressioni deontiche con cui i superstiti indicano ai loro simili cosa “debbano” fare in determinate circostanze. Ma ciò che è scomparsa è la concezione dell’uomo dalla quale questi termini traevano il loro significato; è scomparso appunto il “contesto” sociale e relazionale all’interno del quale la vita umana appare ancora come la vita di un “io” che non è soltanto un fascio di ruoli, o una qualche “abilità professionale”, ma una vita unitaria, una vita intera, una biografia valutabile come un “tutto”. Grazie alle virtù che gli consentono di eccellere nelle diverse “pratiche” e di guadagnare così il riconoscimento degli altri, l’io costruisce la sua propria identità, fatta soprattutto della capacità di raccontarsi, di raccontare una biografia che è soltanto sua e nella quale la natura si intreccia sempre con la storia e con il contesto sociale all’interno del quale è vissuto. Ogni nostra azione appartiene a “totalità più vaste”. Originariamente letto per lo più in chiave comunitarista, il libro deve ancora dispiegare il suo potenziale filosofico nei termini di un’etica che sappia sollevarsi al di sopra delle sue declinazioni “emotiviste” (sia individualistiche che comunitariste), guardando soprattutto all’unicità degli individui e della loro libertà.

Sergio Belardinelli, membro del Comitato editoriale IBL Libri


Carlo Emilio Gadda, «Per favore, mi lasci nell’ombra». Interviste 1950-1972 (Adelphi, 1993)

Che fosse uno scrittore atipico e fuori dal comune, ci sono pochi dubbi. Di formazione ingegnere, così come inizialmente di professione, pubblica il suo primo libro nel 1931 ma il successo lo ottiene nel 1957, a 64 anni, con Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana. Scrittore difficile e barocco, personalità altrettanto complessa, Carlo Emilio Gadda aveva altri elementi d’eccezionalità: «Credo nell’economia classica, nei carabinieri, voto liberale, e penso che un modello della perfezione umana sia l’industria milanese Edison». Così in un’intervista rilasciata nel 1957, dove mette in fila valori e credenze che il cliché di intellettuale in voga allora ma anche oggi troverebbe forse ripugnanti. E Marx? È il veleno, detto nel 1968, cioè nel Sessantotto: «Ho letto una prima parte del Capitale. E mi ha interessato. Ma io ho un controveleno per Marx, se Marx si può chiamare veleno, nei libri dello studioso Vilfredo Pareto». Per chi volesse conoscere l’uomo Gadda e il Gadda pensiero, queste interviste sono la lettura giusta.

Filippo Cavazzoni, direttore editoriale IBL


Herman Melville, Moby Dick o la Balena, traduzione di Cesare Pavese (Adelphi, 1994 [1851])

Pubblicato nel 1851 e ispirato dall’imbarco per un decennio dell’autore, racconta con accenti epici, attraverso le parole di Ismaele, le dinamiche di una articolata e complessa attività economica, quale era la caccia alle balene, praticata da comunità umane sempre in precario equilibrio, per esempio su una nave di maschi, sedati dal fatalismo e dalla superstizione, che viene trascinata nel disastro dal delirio fanatico di Achab. I capitoli dedicati alla cetologia sono una divertente confusione tra dati naturalistici, credenze popolari e opinioni personali. E le parabole sono grandiose, come quella dell’omeostasi (prima ancora che fosse definita dai fisiologi): “Oh, uomo! Ammira e specchiati nella balena! […] Sii freddo all’Equatore e mantieni il sangue fluido al Polo. […] Come la grande cupola di San Pietro e come la grande balena, conserva, oh uomo, in tutte le stagioni la tua propria temperatura”. Capolavoro a sé il film che nel 1956 ne trassero Ray Bradbury e John Huston, con un ispirato Gregory Peck nella parte di Achab e il monologo del predicatore interpretato dall’istrione Orson Wells.

Gilberto Corbellini, membro del Comitato editoriale IBL Libri


Peter Boghossian e James Lindsay, How to have impossible conversations (New York, 2019)

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Le conversazioni al giorno d’oggi sono segnate da una spaccatura culturale, politica, e soprattutto ideologica. Non solo spesso ci troviamo davanti a persone con opinioni opposte alle nostre, ma la visione del mondo dei nostri interlocutori può essere addirittura opposta. Questo ci spaventa, ci fa arrabbiare e spesso e volentieri preferiamo evitare il confronto e lo scambio di idee pur di non ascoltare opinioni che farebbero mettere in discussione le nostre. How to have impossible conversations è un manuale davvero pratico per disinnescare questi potenziali conflitti e a non farci perdere il piacere del confronto, dello scambio, della discussione. Si può avere una conversazione anche partendo da punti di vista opposti, e non è necessario convincere l’altro in tutto e per tutto, soprattutto quando si parla di politica, morale, ideologia o religione. Boghossian e Lindsay espongono 36 tecniche, divise per livelli di difficoltà nell’applicazione, che insegnano come ascoltare, comprendere il punto di vista dell’interlocutore, e finalmente instillare il dubbio. Le migliori tecniche, a mio parere, sono quelle che utilizzano il piano epistemologico: non è utile contraddire il proprio interlocutore nelle conclusioni delle sue argomentazioni (egli avrebbe infatti una risposta pronta, sicura e ben argomentata, che ha provato e riprovato moltissime volte), piuttosto dovremmo chiedergli come è arrivato a quella conclusione, come mai sa ciò che dice, su cosa sta basando le sue credenze, su quali valori, quali letture, quali punti di vista (ovvero tutta una serie di domande a cui potrebbe non aver mai pensato e che lo porterebbero a riflettere sull’autenticità e la veridicità di ciò che sta affermando); oppure avanzare “disconfirming questions” come chiedere quali condizioni o eventi lo porterebbero a cambiare idea (questo essenzialmente ci darebbe le argomentazioni per controbattere le sue affermazioni e instillare il dubbio). Tuttavia, il messaggio del libro non è quello di umiliare il proprio interlocutore e vincere con i propri argomenti, quanto farlo riflettere, instillare il dubbio e far trovare a lui stesso la verità, proprio come fa il metodo socratico. Ci accorgeremo che le conversazioni più difficili che incontreremo sono alla fine discussioni su qualità, credenze, attitudini e comportamenti che crediamo renderci persone migliori o peggiori e come mai riteniamo importante avere la visione giusta su quegli argomenti.

Lisa Kinspergher, voce del podcast IBL 25 pensatori liberali


Emmanuel Levinas, De l’unicité (Payot, 2018)

Nel 1985 il muro di Berlino era ancora al suo posto e nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo, in Europa, soltanto pochi anni dopo. Il 27 aprile di quell’anno il filosofo Emmanuel Levinas venne invitato a un convegno organizzato dal Comité des Intellectuels pour l’Europe des libertés (CIEL), che dal 1978 – grazie anche all’apporto di figure importanti del tempo come Raymond Aron, Eugène Ionesco e altri ancora – promuoveva una riflessione sul totalitarismo socialista e sulla divisione in due dell’Europa. Da quell’intervento è nato un brevissimo testo, De l’unicité, che non a caso focalizza la propria attenzione sull’individuo. L’occasione “politica” – perché si trattava di un’iniziativa promossa dagli ambienti intellettuali parigini anti-comunisti – conduce il pensatore ebraico a considerare la tensione tra il nostro essere definibile a partire da un genere (quello umano) e al tempo stesso l’impossibilità di essere confinati in quella dimensione (poiché siamo tutti diversi, irriducibili, incomparabili). In quell’intervento Levinas ribadisce alcune sue tesi cruciali, a partire dalla trascendenza dell’altro. L’alterità è ben più cruciale dell’Io e nella tradizione europea si configura anche quale “orrore di uccidere”. Questo obbliga naturalmente a mettere in discussione pure una lunga vicenda di giustificazionismi storici e di “realismi” senza scrupoli: si pensi, soltanto per citare quella che forse è l’espressione estrema di questa esaltazione del male come matrice del bene, le Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel. Cinquant’anni dopo Quelques réflexions sur la philosophie de l’hitlerisme (del 1935), con cui il giovane filosofo aveva iniziato a fare i conti anche con Martin Heidegger (che l’aveva tanto affascinato fin dalle lezioni di Freiburg), Levinas torna a confrontarsi con l’istituzionalizzazione della violenza e con le radici di tutto questo, in larga misura da rinvenire nella volontà di razionalizzare ogni cosa e giustificare il dominio. Nel ripensare la dimensione banalizzante del genere – secondo il quale siamo tutti esseri umani e in qualche modo anche “fungibili” – e nell’esaltare il volto quale annuncio dell’alterità, Levinas parte allora dall’individuo per contestare la violenza totalitaria. Accostarsi a Levinas significa confrontarsi con una delle voci più nobili dell’ebraismo contemporaneo. In questo caso, tra le righe, sono pure le sue radici lituane a venire alla luce: perché non si possono leggere queste pagine senza ricordare come la Lituania, in quel 1939 che vide l’esercito tedesco invadere la Polonia occidentale e orientale, sia stata occupata dalle armate sovietiche e poi abbia dovuto subire terrore, purghe, nazionalizzazioni, deportazioni nei gulag. Nel 1985, quando la terra in cui è nato e ha passato la gioventù era ancora all’interno dell’Unione sovietica e vittima del regime comunista, Levinas richiama allora l’attenzione sull’individuo, sulla sua unicità, sui suoi diritti, sulla dimensione morale di questa esperienza: “solo l’unico è assolutamente altro. Ma l’unicità dell’unico è l’unicità dell’amato”. Le relazioni interpersonali più intime e significative vengono qui evocate per sottolineare, contro una politica che si pretende razionalità assoluta, qualcosa di irriducibile perché originario. Ed è del tutto evidente come tale lezione sia importante per quanti hanno a cuore la libertà e la dignità dei singoli.

Carlo Lottieri, direttore del dipartimento “Teoria politica” IBL


Christopher Clark, I sonnambuli: come l’Europa arrivò alla Grande Guerra (Laterza, 2016 [2013])

Un saggio corposo (quasi 600 pagine) e ricco di particolari, che assume una particolare rilevanza in un periodo in cui la guerra russo-ucraina presenta rischi concreti di allargamento del conflitto. Clark esamina a fondo i meccanismi istituzionali, culturali e ideologici che portarono inesorabilmente le grandi potenze europee a entrare in un conflitto che, apparentemente, nessuno voleva. Un misto di assunti impliciti, aspettative infondate, errori di comunicazione, inerzia istituzionale, interpretazioni erronee delle reazioni degli altri attori sul palcoscenico europeo, ma – soprattutto – una analisi dei rischi carente e superficiale produsse una reazione a catena di iniziative e contro-iniziative che condussero, proprio come sonnambuli, i leader dei paesi europei a fare un passo dopo l’altro verso il baratro. I paralleli con la situazione attuale sono molteplici e inquietanti.

David Perazzoni, responsabile “Tecnologia e sviluppo” IBL


Stefan Zweig, Cicerone (Castelvecchi, 2016 [1940])

Le opere brevi di Zweig si leggono in un ritaglio di tempo, ma si ritagliano uno spazio nella mente del lettore destinato a durare per sempre. Il genere dell’opera qui consigliata non è di immediata decifrazione. È un po’ racconto e un po’ biografia, ma non è una biografia romanzata; è intrisa di riflessioni sul rapporto tra lo Stato e l’individuo, e tra il diritto e il potere, ma non è un saggio. Lasciando ad altri il compito della catalogazione bibliografica, il libro si legge come l’appassionato, commosso e deferente omaggio a Cicerone, «ostinato difensore del diritto» che, forzato al ritiro dal foro e dal Senato, trova finalmente il tempo di adempiere al precetto delfico del γνῶθι σαυτόν (conosci te stesso), e così facendo, «si converte da mero umanista nel primo difensore dell’umanità» (e infatti, ci dice Zweig, «a un uomo di pensiero non può capitare niente di meglio che l’essere escluso dalla vita politica»). È un omaggio filtrato non da un senso di identificazione dell’autore con il soggetto della sua opera, ché ogni individuo è unico e irripetibile, ma da uno di comunanza quanto alle tristi, spaventose e sconsolanti condizioni storiche in cui le vite di entrambi si conclusero (il libro è del 1940, Zweig morirà suicida due anni dopo) e al destino che è di ogni artista e studioso: «intuire meglio degli altri la follia della propria epoca». La Roma di Cicerone e l’Europa di Zweig si assomigliano nell’essere «tronco ormai fradicio», l’una e l’altra «repubblica corrotta e prostrata che si è lasciata docilmente soggiogare dal pugno di ferro», che, però, né l’uno né l’altro possono abbandonare al «martirio» senza tentare l’ultima, disperatamente coraggiosa difesa: Cicerone levando in Senato le Filippiche contro Antonio, Zweig volgendosi a quella scrittura che – contra Borges – può dirsi alle volte attività più rassegnata della lettura, non foss’altro perché il lettore, al contrario dello scrittore, ha il lusso del senno del poi. Ed è così che si muore nei tempi sventurati che hanno bisogno di eroi: fallendo nel «difendere la libertà delle masse», ma avendo tratto in salvo «la propria libertà interiore».

Giuseppe Portonera, Forlin Fellow IBL

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