6
Lug
2022

Il dilemma latino-americano: un passo avanti e un salto indietro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Carlos di Bonifacio

Forse non c’è una regione nel mondo che abbia generato nella storia recente così maestose aspettative e così profonde disillusioni. Centinaia di intellettuali, attivisti, artisti e politici hanno lasciato affogare le loro speranze di un nuovo e miglior mondo nel paradiso perduto dell’America Latina. Insomma, Il Sudamerica è la regione delle speranze perse.

Mentre altre regioni del mondo, con molte meno risorse e cominciando dopo, sono cresciute e oggi rappresentano zone all’avanguardia in quanto a sviluppo economico e tecnologico, i paesi dell’America Latina rimangono fermi dove erano anni fa e alcuni perfino sono tornati indietro. Hanno speso decenni in conflitti o problemi interni che li hanno fatti rimanere attaccati ai tempi bui del passato. Eppure, dopo il periodo del Foro de Sao Paolo e della crisi economica e sociale senza precedenti del Venezuela, ma anche prima, i paesi latino-americani sembravano aver timidamente intrapreso una strada politica liberal-democratica e capitalista, come conseguenza della catastrofe che avevano subito. Si avviavano insomma a entrare finalmente nel secolo XXI e a cercare di lasciarsi alle spalle tutti quei pregiudizi e quella mentalità caratteristica del mondo sottosviluppato. L’Argentina di Macri, la Colombia di Santos e Duque, il Cile di Piñera erano un esempio di questa tendenza. In poco tempo però questi paesi hanno capovolto tutto quanto avevano raggiunto in pochi anni e hanno deciso di votare ancora una volta per dei leader populisti e collettivisti, insomma dei buoni rivoluzionari, utilizzando le parole di Carlos Rangel, che minacciano di far tornare le nazioni ispano-americane ai tempi delle crisi economiche, politiche e sociali in cui sono quasi sempre vissute.

Basta vedere l’Argentina, che sembra destinata a vivere da 70 anni una sorta di tortura: punita ripetutamente con lo stesso castigo, afflitta sempre dalla stessa malattia, commettendo sempre gli stessi errori. Oggi il paese è sommerso ancora una volta in una di quelle magistrali crisi valutarie e inflazionistiche causate dalla sempre presente, triste e impresentabile classe politica peronista (per il presidente Fernandez la causa della congiuntura non è altro che il risultato del fatto che il paese sta crescendo troppo). Nelle ultime settimane, come conseguenza di questa nuova crisi, gira tra gli argentini una barzelletta che è attuale oggi come poteva esserlo 50 anni fa: “puoi andare via dall’Argentina per dieci giorni e quando sarai tornato tutto sarà cambiato, ma se vai via dieci anni e torni tutto sarà uguale”.

Ma ci sono alcuni episodi ancora più tristemente divertenti: il caso del Perù degli ultimi anni è forse uno dei casi più interessanti: presidenti fatti e rimossi come dei manichini, per arrivare a uno, Castillo, che sembra più un miserabile personaggio uscito da un racconto di Márquez che qualcuno capace di fare o pensare la politica.

Il Cile di Boric è un altro esempio. Il paese soffre ora di quella malattia così diffusa nel continente e che sembrava invece già sparita: pensare che basti avere una bella costituzione per aver un bel paese. Insomma, il paese più progredito della regione torna a credere che la giustizia sociale sta a una matita e qualche foglio di distanza.

La Colombia è il caso più preoccupante. Di tutti i paesi più grandi del continente, la Colombia era quello che era riuscito a progredire di più sia a livello economico che a livello politico-istituzionale. L’elezione di Gustavo Petro, vecchio guerrigliero di sinistra e ammiratore di Chávez e del suo Socialismo del Siglo XXI, minaccia tutti i successi raggiunti negli ultimi 15 anni. La vera domanda che si deve fare il paese è se l’assetto istituzionale democratico riuscirà a neutralizzare qualsiasi ambizione personalista e arbitraria del neoeletto presidente Petro. Ma, come sempre, in America Latina la catastrofe sta a un uomo autoritario di distanza.

Ci sono anche i casi senza speranza: il Nicaragua di Daniel Ortega è ormai diventato una piccola Unione Sovietica tropicale che attraversa i peggiori anni della dittatura stalinista (la polizia ha detenuto tutti i candidati e tutti i possibili candidati contro Ortega nelle scorse elezioni presidenziali). Il Venezuela, una volta il paese più ricco della regione, è tornato, secondo i dati, agli stessi livelli di povertà, fame e malattie dei primi anni del secolo XX.

Insomma, la storia del continente è la storia di un passo avanti e un salto indietro. Sembra che nel DNA latino-americano ci sia qualcosa che impedisca di raggiungere un ordine istituzionale funzionante e stabile, che possa aprire la strada allo sviluppo nel senso più ampio della parola (politico, sociale ed economico). Non senza motivo negli anni Settanta e Ottanta, mentre quasi tutto il mondo accademico cercava cause immediate, meccaniche e superficiali alla miseria latino-americana, Carlos Rangel rintracciava nelle istituzioni, nelle norme e nei valori della colonizzazione spagnola le vere cause della situazione del continente. Perché il destino labirintico del Sudamerica possa essere modificato bisogna che si verifichi una trasformazione strutturale delle sue radici, della sua mentalità, dei suoi valori, che allontani dal passato e avvicini al futuro; un futuro identificato col mondo liberal-democratico. Altrimenti la regione sarà condannata a subire quello che già subisce da decenni: ogniqualvolta si sta per raggiungere quell’Occidente modernizzato compare qualche spinta che fa tornare queste società alla comoda e miserabile vita della tribù.

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