3
Mar
2022

Crisi ucraina e sicurezza alimentare

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Flavio Barozzi (Società agraria di Lombardia)

L’aggressione di Putin all’Ucraina sta determinando fibrillazioni su vari settori economici, a cominciare da quello strategico dell’approvvigionamento dell’energia. Anche sul non meno strategico comparto agro-alimentare si prospettano ombre sinistre. Per diffusa tradizione l’Ucraina è detta “il granaio d’Europa”. Secondo alcuni, i colori della sua bandiera (composta da una banda gialla sovrastata da una azzurra) starebbero appunto a simboleggiare un campo di frumento sotto un cielo terso.

In effetti, nonostante i disastrosi risultati del regime comunista (responsabile, tra l’altro, delle devastanti “carestie sovietiche” che nel XX secolo hanno provocato milioni di morti), l’Ucraina è tuttora uno dei principali Paesi produttori ed esportatori di derrate alimentari. Soprattutto di mais (con una produzione di 30 milioni di tonn.), oltre che di frumento, orzo e girasole (di cui Kiev detiene oltre il 40% del commercio mondiale).

L’Italia importa dall’Ucraina significative quantità di mais (circa mezzo milione di tonnellate), fondamentali per la nostra mangimistica e quindi per la produzione delle nostre “eccellenze” di derivazione zootecnica, come i formaggi ed i prosciutti. Il mais ucraino già spuntava sui mercati quotazioni costantemente maggiori rispetto a quello di produzione nazionale, in virtù di un superiore profilo qualitativo, dovuto alla assenza di micotossine che purtroppo spesso contaminano il prodotto italiano (sui listini delle Borse granarie al mais di provenienza ucraina o non comunitaria in genere viene associata una nota dal tenore un poco “ponziopilatesco” che recita “può contenere OGM”) ed era generalmente molto gradito.

Per contro – nonostante un certo clamore mediatico – non risultano rilevanti importazioni di frumento duro di provenienza ucraina. Questo non significa che le preoccupazioni in questo settore siano del tutto infondate o peggio “speculative”: quando un paio d’anni fa l’Ucraina fu colpita da una forte siccità, la diminuita disponibilità di mais determinò un aumento della domanda di cereali alternativi per l’alimentazione del bestiame – tra cui il frumento – che provocò un netto aumento dei corsi di mercato anche per il grano. Tuttavia, banalizzando molto il concetto a beneficio dei “non addetti ai lavori”, si potrebbe dire che in questo momento gli spaghetti siano meno a rischio del parmigiano o del guanciale con cui cucinarli.

Le prossime settimane ci diranno quali ripercussioni avrà il conflitto non solo sugli scambi, ma anche sulla possibilità per gli agricoltori ucraini di coltivare e produrre mais e altri cereali e quindi di alimentare il mercato in futuro.

Al tempo stesso ci daranno la misura dei maggiori costi che i nostri produttori zootecnici dovranno sostenere per approvvigionarsi sul mercato dei mangimi, e di quelli che tutti gli agricoltori italiani dovranno affrontare per acquistare i fertilizzanti (in particolare gli indispensabili concimi azotati) la cui produzione richiede forti input energetici.

Le vicende in corso dovrebbero tuttavia indurre a una riflessione – che gli studiosi e gli osservatori di cose agricole hanno ben presente e su cui da tempo si cerca di focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e del decisore politico – circa il ruolo strategico rivestito dalla “food security”, la cui importanza non è minore di quella rivestita dalla sicurezza nell’approvvigionamento energetico, soprattutto nell’ottica delle scelte di politica agricola in discussione a Bruxelles.

Purtroppo, l’impianto della riforma della Politica Agricola Comunitaria attualmente in fase di definizione appare gravato da numerose contraddizioni. Contraddizioni – animate da un “malinteso ambientalismo”, tanto per usare una efficace espressione del prof. Dario Casati – che sembrano comunque orientate a determinare lo svilimento della produzione agricola europea, asservita ad una cavillosità burocratica sempre più assurda, e limitata nel suo potenziale sviluppo dall’ideologica avversione di molti decisori politici verso la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, unici strumenti in grado di determinare un reale progresso ed una autentica “sostenibilità” di una moderna agricoltura.

Tali assurdità sono state recentemente analizzate da uno studio della prestigiosa Università di Wageningen, che conferma il preoccupante scenario che si andrebbe delineando qualora il cosiddetto “Green Deal” trovasse la sua più “ideologica” applicazione, come peraltro già ipotizzato da un precedente lavoro del Joint Research Centre della stessa UE. Anzi, sulla base delle proiezioni di JRC e Università di Wageningen, le politiche di “decrescita” in campo agricolo insite nelle “strategie” dell’Unione Europea potrebbero rapidamente determinare una grave dipendenza dall’estero nel settore dell’approvvigionamento agro-alimentare, minando alla base la credibilità e la stessa sovranità degli Stati della “vecchia” Europa.

È pertanto doveroso porsi e porre ai responsabili politici italiani ed europei la questione della sicurezza alimentare nella sua drammatica attualità.

Nella sua originaria impostazione – derivante dal Trattato di Roma – la Politica Agricola Comune aveva come obiettivo una stabile ed abbondante disponibilità di alimenti a prezzi relativamente convenienti ed accessibili per tutti. Sarebbe importante che la nuova Politica Agricola Comune adottasse le misure necessarie per garantire la continuità nel futuro di quegli obiettivi.

Forse si è ancora in tempo per rivedere una “riforma” di impianto “dirigista” ed involutivo come quella che sta maturando in questi mesi, per tornare a visioni liberali e prospettive di progresso. Per il futuro sarebbe opportuno pensare ad una Politica Agricola che non si limiti ad erogare contributi sempre più simili ad elemosine per novelli “servi della gleba” cui si chiede di fingere di coltivare. Non più sussidi simili a redditi di cittadinanza e subordinati a regolamentazioni astruse decise a tavolino, ma un sano ritorno al mercato ed una salutare apertura alla ricerca scientifica ed alla innovazione tecnologica. Il tutto possibilmente accompagnato da una “rete di sicurezza” costituita da un agile sistema di assicurazioni del reddito degli agricoltori – finalmente tornati imprenditori agricoli – che in altre parti del mondo sembra dare interessanti risultati.

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