21
Feb
2022

Perché il PNRR non sarà la panacea dei nostri mali

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Mario Dal Co.

L’economia di mercato politicizzata è il felice titolo di un volume scritto  diversi anni fa da Michael Barzelay, nel quale venivano esaminate le distorsioni dell’economia brasiliana, che all’epoca entrava nel mercato della produzione di etanolo per autotrasporto. L’autore portava gli esempi delle “macchinazioni che le agenzie pubbliche (sviluppate dallo stato burocratico) mettono in atto per il controllo delle risorse” (The politicized Market Economy).

Negli anni più recenti Daron Acemoglu e James Robinson  (Why Nations Fail) hanno individuato la principale causa del blocco dello sviluppo economico, nel prevalere di un sistema politico-istituzionale nel quale “una ristretta élite modella la società sui propri interessi a danno della vasta maggioranza delle persone”. 

Naturalmente non è questa la situazione in cui si trova il Paese, ma diversi segnali indicano che il ceto politico è preoccupato più del proprio consolidamento che della crescita del Paese. La preoccupazione ha diverse dimensioni. Quella di breve è espressa dai parlamentari che hanno implorato il bis del Presidente della Repubblica per evitare il rischio di anticipo delle elezioni con conseguente scioglimento dell’attuale Parlamento. Quella di lungo termine è espressa da una più stretta élite dei gruppi dirigenti dei partiti, che hanno bisogno di conquistare consenso per garantire stabilità alla propria leadership. La prima preoccupazione ha impedito soluzioni nuove puntando ad un effetto stabilizzante per sé stessa, la seconda sortirà effetti destabilizzanti, perché la ricerca del consenso da parte di ciascuno porterà ad una rincorsa demagogica che punterà ad accrescere la spesa in deficit.

Oggi, la spesa in deficit fa particolarmente male per ragioni stringenti: l’incapacità di spendere le dotazioni finanziarie stanziate dall’Unione Europea, le incombenti  crisi energetica e internazionale, le consistenti spinte inflazionistiche,  l’innalzamento dei tassi di interesse sono tutti fattori che minacciano la ripresa e con essa la sostenibilità del debito e la solvibilità dello Stato.

In questo quadro, solo una assunzione di responsabilità da parte della  politica e delle categorie, sarebbe in grado di evitare una deriva demagogica che si appresta ad inseguire ciecamente il consenso a breve.

E’ bene ricordare che la ripresa dell’economia nel 2021 è avvenuta soprattutto per effetto dell’incremento delle attività industriali, con le costruzioni sovvenzionate dai vari bonus e il manifatturiero sostenuto dall’export. Con la differenza che le costruzioni sovvenzionate sono oggi al limite della capacità e alimentano inflazione e ruberie senza contribuire alla crescita di lungo termine, mentre l’industria manifatturiera cresce senza sovvenzioni, sostiene la bilancia commerciale con cui paghiamo la bolletta energetica e investe sul futuro sia in termini di capacità produttiva, sia in termini di know how e competitività.

La ripresa  è partita prima ancora che il PNRR manifestasse concretamente i suoi effetti e ciò dimostra che gli investimenti privati si muovono rapidamente ed in modo efficace in base agli stimoli di mercato, mentre i progetti straordinari del Recovery Plan produrranno non pochi grattacapi, non poche inefficienze e sprechi, non poche malversazioni. Fare troppo affidamento su quel finanziamento straordinario ha avuto effetti perversi: si è rimessa in voga la favola della spesa pubblica senza limiti, si porta la pubblica amministrazione a uscire dal seminato, ossia dalle procedure ordinarie che essa riesce a gestire in modo non troppo caotico, si dà spazio a progetti ad hoc allestiti soltanto per spendere i soldi, si rinviano i temi di riforma dell’ordinario funzionamento delle amministrazioni pubbliche. Gli effetti si vedono: nella gara tra le forze politiche ad intestarsi il PNRR e i bonus, si sono trascurati gli investimenti nella manutenzione e nel miglioramento delle scuole, degli uffici pubblici, della sicurezza sul lavoro, si è rinviato il finanziamento alla ricerca universitaria e al tempo pieno nelle scuole, non si è fatto nulla per la sicurezza idrogeologica del territorio. Solo per ricordare alcuni esempi. Anche le rincorse sul PNRR e sui bonus sono espressione di quella preoccupazione per la propria stabilità e sopravvivenza, sono i sintomi di una sostanziale irresponsabilità nei confronti del Paese. Un virus da cui i nostri partiti non riescono a liberarsi.

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