19
Gen
2022

La DAD e il futuro della scuola. Suor Anna risponde

Concordo con l’analisi fatta dal signor Degli Esposti (A cosa serve la scuola in presenza?), d’altronde da mesi andiamo ripetendo che il Covid ha accelerato alcuni processi già in atto da tempo, facendo emergere tutti i limiti di un sistema scolastico che tende ad alimentare le disparità fra il Nord e il Sud. Credo doveroso ripetere alcuni passaggi ormai storici proprio per pensare che sia possibile avere in Italia una scuola di qualità perché equa che ritorni ad essere un ascensore sociale.

La scuola in Italia non ha chiuso a causa del Covid bensì perché questo ha stressato i limiti del sistema scolastico italiano che degenerati in sovraffollamento aule, mezzi di trasporto e carenza di organico. Non si poteva più glissare come in tempi di precovid bisognava farne i conti e affrontarli scendendo alle radici dove si era insinuato il cancro: sovra utilizzo delle scuole statali e sotto utilizzo delle scuole paritarie.

Una diagnosi chiara come le cure altamente scomode seppur facili: autonomia alla scuola statale, libertà alla scuola paritaria, censimento dei docenti. Insomma intervenire sulle linee di finanziamento la cura del cancro di decenni prima sordo oggi esploso: crescente povertà educativa(cresce gravemente l’11,4% del precovid), dispersione scolastica (13.5% in Italia contro una media UE del 10%), divario crescente fra il Nord(alta la % di cattedre con precari che tocca il 20,1%)e il Sud (con il 27% di dispersione scolastica).

Chiaro ed inevitabile l’impatto negativo della didattica a distanza (DAD) sugli studenti più esposti a fenomeni di povertà educativa. Istat stima, infatti, che tra i 14-17enni, impegnati con la DAD, solo il 30,2% presenta alte competenze digitali. Il nostro sistema scolastico nasconde ancora molte sacche di esclusione. Dalla relazione di monitoraggio del settore dell’istruzione e della formazione 2020 della Commissione europea si evince che la percentuale di giovani, nella fascia di età compresa tra i 18 e i 24 anni, che abbandonano precocemente l’istruzione e la formazione è stata del 13,5 % nel 2019, ben al di sopra della media UE del 10,2 % e si situa a notevole distanza dal parametro di riferimento UE 2020 del 10 %.

In alcuni territori del Mezzogiorno si rilevano i picchi più alti di dispersione scolastica; in Calabria, ad esempio, la percentuale dei dispersi è del 21,5% e le diseguaglianze digitali sono molto accentuate. Povertà improvvisa, paura per il futuro, demotivazione: una miscela esplosiva di fattori che rischia di gravare come una pesante eredità sulle spalle degli studenti, aumentando i già importanti divari di apprendimento che caratterizzano il nostro Paese.

Va richiamato che l’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ha per primo riconosciuto la gratuità e l’obbligatorietà dell’istruzione elementare, atteso che l’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

La pandemia, in particolare in Italia, ha chiarito che la scuola statale e la scuola paritaria sono reciprocamente collegate e servono entrambe a generare un sistema scolastico di qualità. Un Paese nel quale i genitori non possono esercitare liberamente la propria responsabilità educativa e dove agli studenti, anche disabili, non è garantito il diritto di apprendere, un Paese che nega ai docenti il diritto all’insegnamento a causa di una reale discriminazione economica, è un Paese a rischio: traditi i diritti, compromessa la qualità del sistema scolastico, sprecati i danari pubblici.

Conseguenza: il sistema scolastico da ingiusto diventa elitario, poiché esclude i poveri e i disabili, in una parola, i fragili.
Sin dal 2007, l’attuale Premier Draghi, allora presidente della Banca d’Italia, ebbe ad indicare:

  1. la bassa collocazione del nostro sistema scolastico nelle graduatorie internazionali, con la nota evidenza del problema del divario fra il Nord e il Sud
  2. l’anomalo reclutamento dei docenti, la loro distribuzione geografica fra le varie scuole, i percorsi di carriera governati da meccanismi che mescolano stadi diversi, di precarietà e inamovibilità

Il covid ha confermato che la ripartenza della scuola domanda una cabina di regia centrale e una costante collaborazione Stato Regione. Fondamentale il ruolo delle Regioni i tavoli di concentrazione locale. La ripartenza della scuola il 10 gennaio 2022 ha confermato che l’autonomia regionale e scolastica è anzitutto una sfida da raccogliere per tenere unito il Paese.

Difatti l’eredità nefasta della DAD ha fatto sì che tutti potessero comprendere l’importanza del diritto all’istruzione, un diritto che può essere garantito solo da una scuola aperta, solo da una scuola che vede studenti e docenti fisicamente presenti, nella stessa aula, non dietro uno schermo. Certamente, tutto nella massima sicurezza. E proprio a questo il Governo, con tutte le Istituzioni, ha lavorato e ancora lavora. Al di là di ogni divisione politica, occorre che sia riconosciuto da tutti l’immane sforzo che si sta compiendo per il nostro presente e, soprattutto, per il nostro domani. Ripartire in presenza significa, infatti, investire nel nostro futuro, fare sì che si crei una generazione che un domani sarà in grado di gestire i fondi del PNRR. La chiusura della scuola avrebbe rappresentato una grave ipoteca sul nostro futuro. Quod Deus avertat!

Con una campagna vaccinale che procede a vele spiegate al punto che il modello italiano è stato additato come il migliore nel panorama internazionale, con una politica economica che ha ottenuto il plauso europeo, sarebbe stato, usando un eufemismo, un controsenso bloccare la scuola, il primo motore dell’economia, con ricadute sul piano sociale davvero allarmanti.

Il rientro a scuola è stato consentito da una serie di misure volte a garantire la sicurezza per gli studenti, le famiglie, i docenti, tutto il personale. Al di là di ogni misura legislativa, occorre che tutti i cittadini entrino definitivamente in una dimensione nuova che è quella della corresponsabilità che mi fa dire che, certo, fare il tampone quando ho qualche sintomo è importante, ma ancor più importante è vivere adottando comportamenti sicuri e responsabili. Si ritorna sempre sullo stesso punto: il tampone è l’ultimo atto, prima occorre assumersi le proprie responsabilità, per il bene proprio e degli altri.

Oggi possiamo puntare ad una esemplificazione delle procedure, ad esempio la dad solo per i positivi.

Infine i fondi del Pnrr, di conseguenza, devono favorire la rifondazione del pluralismo educativo in Italia, agendo lungo la linea seguente:

  1. stabilizzare i docenti per avere un organico definito a settembre: sono 150 mila le cattedre coperte da precari. Occorre a questo scopo un censimento sia dei docenti che delle cattedre, per non illudere chi si aspetta la cattedra nel luogo di residenza;
  2. realizzare patti educativi territoriali per una scuola che viene incontro a studenti e famiglie: un’esperienza positiva che apra ad un sistema scolastico integrato. Tutti sono coinvolti: scuole statali, paritarie, enti pubblici e privati, mezzi di trasporto;
  3. completare il percorso dell’autonomia per la scuola statale e della libertà per la paritaria, per andare a comporre quel costo standard di sostenibilità per allievo che arriva a 3.500 euro per l’infanzia, a 4.000 per la primaria, a 5.000 per la scuola secondaria di I grado e a 5.500 per la scuola secondaria di II grado.
    Trasparenza, valutazione, meritocrazia, soldi alle famiglie e non alle scuole: sono concetti acquisiti e conditio sine qua non per salvare il Paese.

You may also like

Giovani, scuola e lavoro: cosa stiamo sbagliando?
A cosa serve la scuola in presenza?
Maratona Pnrr. Istruzione e ricerca: mancano autonomia e competizione
Una scuola libera è di libero mercato

Leave a Reply