10
Dic
2021

Michael Oakeshott: alcuni motivi per riconsiderare il suo pensiero

di Giovanni Giorgini (professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna)

Esattamente 120 anni fa, l’11 dicembre 1901, nasceva Michael Oakeshott, uno dei più originali filosofi britannici del Novecento. Ancora poco noto in Italia, la recente pubblicazione della traduzione italiana della sua più celebre opera, Razionalismo in politica e altri saggi (IBL Libri, 2020), segnala un rinnovato interesse per questo autore eccentrico e, sperabilmente, susciterà un certo dibattito sulle sue idee, già controcorrente all’epoca, e oggi ancor più.

Come sosteneva Nietzsche, certi pensatori nascono postumi. E questo pare proprio essere il caso di Oakeshott. Formatosi a Cambridge negli anni Venti del secolo scorso, in quella cittadella filosofica in cui spiccava il logicismo di Russell e che avrebbe di lì a poco conosciuto la rivoluzione linguistica di Wittgenstein, mentre Oxford apriva la strada alle teorie del Positivismo logico di matrice tedesca, Oakeshott abbraccia consapevolmente una filosofia ormai al tramonto, l’Idealismo nella sua versione inglese, influenzata da Bradley e Collingwood. Autore di saggi dallo stile raffinatissimo tesi a smontare concettualmente i presupposti del collettivismo contemporaneo (tra le altre cose), Oakeshott ebbe il suo momento di gloria nel 1951, quando gli fu offerta la cattedra di Political Science alla London School of Economics, tra le proteste degli intellettuali progressisti che mal vedevano un conservatore insediarsi sulla cattedra più importante del tempio del Fabianesimo. Dopo il pensionamento nel 1968 Oakeshott scrisse la sua opera più complessa, La condotta umana (Il Mulino, 1985) e morì nel dicembre 1990.

Sebbene Oakeshott si fosse formato sul pensiero di Hegel, gli è estranea qualunque visione organicistica o etica dello Stato e questo ha certamente determinato la sua poca fortuna in un secolo dominato da visioni “totalitarie” dello Stato, che lo hanno interpretato come il realizzatore della società comunista, della giustizia sociale o il creatore dell’“uomo nuovo” fascista. Profondamente individualista, ma con motivazioni diverse dai tipici pensatori liberali dell’epoca, Oakeshott vede con apprensione nel collettivismo e nella pianificazione centrale socialista del dopoguerra l’ennesima riproposizione del “razionalismo in politica”, ossia il miraggio di utilizzare la ragione umana, priva di pregiudizi, per edificare la società perfetta. Con argomenti efficaci ed esempi storici inusuali, Oakeshott mostra come la razionalità umana sia inevitabilmente legata a un contesto storico e la società perfetta sia di conseguenza la società perfetta secondo le circostanze presenti. Di qui discende il suo elogio del Conservatorismo, da interpretare come un atteggiamento di fronte al mutamento che caratterizza la vita umana: noi ci affezioniamo alle nostre tradizioni, istituzioni, leggi e pertanto dovremmo migliorarle quando appare necessario, non sostituirle ex novo. Noi preferiamo ciò che ci è noto e familiare ma, proprio perché conservatori, rispettiamo preferenze e valori altrui. Ne consegue che la rule of law, il rispetto di regole di condotta che non ci prescrivono un fine ma solo cosa non dobbiamo fare, è il governo migliore per una comunità politica.

Questo elogio ponderato del valore della tradizione pare appropriato in un’epoca che è dominata dall’impulso a obliterare il passato che non corrisponde ai desideri e ai valori di moda. Grande sostenitore dell’importanza dello studio della storia, Oakeshott avrebbe guardato con orrore alla cupio dissolvi che si cela dietro la Cancel culture attuale, vi avrebbe visto il tentativo di uniformare la diversità, di far tacere le voci dissonanti, di portare un ordine fittizio nella confusione della storia. Ma è proprio la consapevolezza storica a rivelarci che la nostra epoca e i suoi idoli saranno un giorno superati e le future generazioni guarderanno con perplessità al nostro tentativo di eternizzare il presente. La “fine della Storia”, in realtà, coincide con la fine del mondo.

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