8
Nov
2021

Digitalizzare la PA: la sfida dei processi e delle competenze

La digitalizzazione della Pubblica Amministrazione è il santo graal di tutte le riforme finalizzate a migliorare l’efficienza e la qualità dei servizi pubblici. Lo stesso Piano nazionale di ripresa e resilienza impegna nella PA circa un quarto delle risorse assegnate alla digitalizzazione nel suo complesso (9,75 miliardi di euro su un totale di 40,32).

Se guardiamo la situazione di partenza, vediamo luci e ombre: sotto alcuni profili la nostra PA ha fatto passi da gigante, sotto altri richiede sforzi ulteriori. Che sia la volta buona? Per rispondere, dobbiamo anzitutto capire dove intervenire e come. La Commissione europea da anni pubblica un indice sull’economia e la società digitale, Desi, che misura tanto la diffusione delle nuove tecnologie quanto il loro effettivo utilizzo. Ebbene, il nostro paese è un apparente paradosso: da un lato (e forse contro le aspettative) la PA appare sorprendentemente digitalizzata; dall’altro (e questo conferma l’esperienza quotidiana) i servizi di e-government non sembrano avere quei tassi di utilizzo che ci si potrebbe aspettare. Infatti, la valutazione per quanto riguarda la completezza dei servizi digitali è del 92% rispetto al punteggio massimo, i servizi digitali per le imprese arrivano addirittura al 94%, in entrambi i casi nettamente al di sopra della media Ue. Come si spiega, allora, questo disallineamento tra quello che (apparentemente) è e quello che tutti percepiamo? E come mai, se le cose stanno come sembrano stare, non c’è governo che non metta in campo un proprio programma di informatizzazione della PA?

La risposta sta nel fatto che i dati citati misurano solo una parte del problema. Altri dati aiutano a comprenderlo meglio. Sempre dall’indice Desi, scopriamo che gli utenti dell’e-government sono appena il 32%, contro una media Ue del 67%. In sostanza, almeno all’apparenza, sembra che i servizi ci siano, ma gli italiani non li vogliano utilizzare. Ciò può dipendere solo in parte dal deficit di capitale umano in campo digitale, anch’esso fotografato dal Desi. C’è un aspetto più profondo e riguarda l’architettura stessa dei servizi. Come spiega Alfonso Fuggetta nel suo libro Il paese innovatore, “Per molto tempo abbiamo continuato a pensare che i problemi del Paese risiedessero nei front-end, cioè nei sistemi e nelle applicazioni (le app!) direttamente utilizzabili dagli utenti. Ci siamo fermati alla superficie, senza andare al cuore dei problemi… I problemi più critici del nostro Paese risiedono nella inadeguatezza dei back-end, cioè in tutto ciò che concerne la struttura e l’organizzazione dei processi e dei sistemi informatici di supporto”.

In sostanza, il nostro (positivo e utile) sforzo di trasformazione della PA ha riguardato soprattutto l’interfaccia tra l’amministrazione e il cittadino o l’impresa, ma ha scalfito solo in piccola parte i processi sottostanti. Così, per fare un esempio, abbiamo prodotto i certificati digitali – certamente un passo avanti rispetto ai documenti cartacei – ma non siamo in grado di superare l’esigenza stessa del certificato, che in fondo è uno strumento per trasferire a un’amministrazione delle informazioni di cui è in possesso un’altra amministrazione. Sta qui la vera scommessa della trasformazione digitale della PA: ed è molto più impegnativa di quanto possa apparire. Non solo perché, ovviamente, la tecnologia continua a progredire e, dunque, rende obsoleto qualunque piano costruito su una visione cristallizzata dello stato dell’arte.

Ci sono almeno due aspetti che vanno messi nel mirino, se si vuole avere la speranza di incidere più in profondità. Il primo riguarda la proliferazione dei Ced e, conseguentemente, dei sistemi. Un’indagine dell’Agid sulle PA centrali, le regioni, le province e i comuni con più di 10 mila abitanti ha rivelato ben 986 Ced, in gran parte di piccole o piccolissime dimensioni. È evidente che questa proliferazione dei sistemi, dei centri di spesa e dei siti fisici impedisce qualunque razionalizzazione, come la stessa Agenzia per l’Italia digitale ha messo in luce. Non si può, dunque, pensare a una ristrutturazione digitale della PA se non si pensa contestualmente all’armonizzazione dei sistemi e dei processi. Tra l’altro, è proprio questa disarticolazione che ostacola lo scambio di informazioni al livello del backend.

L’altro aspetto riguarda le competenze digitali dei funzionari (e dirigenti) pubblici. Anche a causa del prolungato blocco del turnover, non solo la PA italiana ha un’età media elevata, ma ha anche al suo interno un mix di competenze che riflette la domanda al momento dell’assunzione, ben diversa da quella attuale. È dunque cruciale che i programmi in essere per l’assunzione di nuovi dipendenti pubblici – necessari man mano che quelli attuali vanno in pensione – tenga conto dell’esigenza di ridisegnare la mappa delle skill interne e, dunque, prenda le mosse da un progetto di riforma dei processi produttivi pubblici. Ed è parimenti necessario provvedere a iniziative di formazione per i funzionari e, ancora più importante, i dirigenti attualmente in carica.

Insomma: la digitalizzazione della PA finora ha interessato prevalentemente lo strato esterno dei servizi pubblici, ma deve ancora informare riguardo il funzionamento stesso. Il Pnrr e l’attuale fase di inevitabile ricambio all’interno del pubblico impiego rappresentano un’occasione forse irripetibile.


Italia in digitale è un programma di Google pensato per accelerare la trasformazione digitale del nostro Paese. E’ nato dall’esperienza e dal successo di altre iniziative di Google in Italia, come Crescere in Digitale e Eccellenze in Digitale. L’obiettivo è quello di sostenere le persone e le imprese mettendo a loro disposizione la tecnologia attraverso formazione e strumenti senza costi. Tra gli strumenti disponibili sulla piattaforma Italia in Digitale, c’è Google Digital Training che raccoglie contenuti formativi pensati per acquisire o aumentare le proprie competenze digital.

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