9
Set
2021

Netflix e quote d’investimento

Da anni ormai l’Unione Europea ha previsto un sistema di quote per favorire la produzione e la diffusione di opere audiovisive europee. E l’Italia si è sempre contraddistinta per un eccesso di zelo nell’attuare queste norme. Lo stesso schema si sta ripetendo in questi giorni, a seguito dell’emanazione da parte del governo di uno schema di decreto legislativo in attuazione della direttiva (UE) 2018/1808.

Per quanto riguarda gli investimenti, la direttiva stabilisce semplicemente che «Al fine di garantire livelli adeguati di investimenti a favore delle opere europee, gli Stati membri dovrebbero avere la facoltà di imporre obblighi finanziari ai fornitori di servizi di media stabiliti nel loro territorio».

L’Italia si è già dotata da tempo di tali strumenti ma ora, in attuazione della direttiva, intende inasprirli. E la nuova mucca da mungere è rappresentata dalle piattaforme di video online. È evidente come la crescita di questi soggetti sia stata vertiginosa e la pandemia abbia ulteriormente accelerato questa tendenza. Lo Stato italiano non vuole farsi scappare l’occasione di imporre loro nuovi obblighi.

Al momento, piattaforme online e broadcaster privati devono destinare il 12,5 per cento dei propri introiti netti realizzati in Italia per la produzione di opere europee (e italiane). La percentuale prevista per la RAI è invece del 17 per cento. Con il nuovo decreto legislativo, solo per le piattaforme online, si vorrebbe portare la loro quota d’investimento al «17 per cento fino al 31 dicembre 2022, 20 per cento dal 1 gennaio 2023, 22,5 per cento dal 1 gennaio 2024, e 25 per cento dal 1 gennaio 2025». Praticamente, per le varie Netflix, Amazon Prime Video ecc. le quote di investimento, nel giro di qualche anno, raddoppieranno. Nel voler applicare misure lesive della libertà d’impresa, l’Italia ancora una volta si distingue in negativo, andando ben oltre le blande indicazioni dell’UE.

La direttiva non stabilisce l’entità delle quote e l’Italia ne approfitta per mettere l’asticella sempre più alto; inoltre il governo (come ha sempre fatto) è intenzionato a prevedere delle sotto-quote a favore delle produzioni italiani. La “diversità culturale” che si vuole preservare attraverso quote e sotto-quote sembra una giustificazione utile per cercare di tenere vivo un settore economico cronicamente in difficoltà. Tra l’altro, negli ultimi anni, piattaforme come Netflix hanno intensificato volontariamente l’attenzione per il nostro paese.

Da una parte non si capisce perché ci debba essere tale asimmetria di trattamento tra broadcaster tradizionali e piattaforme online. Dall’altra non ci si interroga minimamente sulle conseguenze a cui tali misure potranno portare. Ci saranno sufficienti progetti di qualità su cui far confluire queste risorse? Stante l’obbligo di investimenti, questo porterà a fenomeni inflattivi relativi ai costi e ai prezzi? Trattamenti percepiti come iniqui non porteranno player globali a spostare i propri interessi verso altri paesi? Con la Brexit, quanto influirà l’uscita del Regno Unito, un paese in cui l’industria culturale è particolarmente sviluppata, sull’audiovisivo targato UE?

L’imposizione di obblighi non è l’unica strada per favorire gli investimenti nel settore (è anzi quella sbagliata), meglio sarebbe incentivarli, che è il modo opposto di approcciare il tema. Se le piattaforme online sono straordinariamente importanti per il settore dell’audiovisivo, forse sarebbe il caso di creare un clima più favorevole perché possano operare nel migliore dei modi anche nel nostro paese.

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