13
Ago
2021

Francesco vs Benedetto? La Chiesa nella trappola del relativismo

Nei giorni scorsi Il Foglio ha ospitato una lettera ‘‘speciale’’ che un gruppo di credenti ha indirizzato a Papa Francesco. La lettera – finita presto nell’oblio – è un’implacabile requisitoria nella quale vengono stigmatizzate scelte ed omissioni compiute sotto l’attuale Pontificato, per concludere con un giudizio che lascia interdetti (ciò non significa che non sia condivisibile): ‘’La Chiesa è oggi un vero “ospedale da campo” zeppo di feriti, che ha urgente bisogno non tanto di discorsi sulla misericordia, ma di misericordia vera, reale, concreta. Di vera pace”.

L’ultimo Suo provvedimento – si legge – contro la cosiddetta messa in latino, ha ulteriormente gettato scompiglio e divisione, senza motivazione alcuna. Perché negare ciò che il Suo predecessore aveva concesso? Perché umiliare un piccolo gregge di fedeli, accusandoli tutti in modo sommario, senza appello, e come appare sempre più evidente, senza fondamento? Così, dopo otto anni, la “chiesa brucia” come non mai: è divisa e lacerata, in Italia, in Cina, negli Usa, in Germania… come ai tempi di Lutero’’. Poi arriva l’invocazione finale che non ha il tono di preghiera ma è l’accorato appello a cambiare indirizzo, essendo il Pontefice, ad avviso dei firmatari, non uno spettatore neutrale ma il principale responsabile (‘’il capo di una corrente clericale’’) delle attuali difficoltà della Chiesa cattolica.

‘’Anche noi laici – per quanto più liberi e non sottoposti all’arbitrio crescente nel mondo clericale – soffriamo questo clima divenuto pesante, quasi irrespirabile, questa scomparsa ormai totale di ogni sana pluralità. La Chiesa da Madre sembra sempre di più una matrigna, impone anatemi, scomuniche, commissariamenti, a ritmo continuo – scrivono –. La preghiamo, dunque, umilmente: ponga fine a questa guerra civile nella Chiesa, come un Padre che guarda al bene di tutti i suoi figli, e non come il capo di una corrente clericale che sembra voler utilizzare la sua autorità monarchica, sino in fondo, spesso oltre i confini del diritto canonico, per realizzare un’ideologica agenda personale’’.

I sottoscrittori della lettera sono i primi a riconoscere di non avere voce in capitolo: “non abbiamo scritto alcun libro” – si presentano forse in garbata polemica con il saggio La Chiesa brucia, di Andrea Ricciardi – “non abbiamo condotto alcuna analisi particolareggiata’’, rivendicano tuttavia il diritto-dovere di parlare. Perché ‘’vediamo ogni giorno il fuoco lento che divora e distrugge la Chiesa cattolica in Italia e nel mondo.’’ La lettura di questa ‘’lettera speciale’’ ha richiamato la mia attenzione su di un’importante omelia che l’allora Cardinale Ratzinger pronunciò all’apertura del Concistoro chiamato ad eleggere il successore di Papa Giovanni Paolo II (Missa pro eligendo Romano Pontefice, nella Basilica di San Pietro il 18 aprile 2005).

Le considerazioni di allora sulla Chiesa Cattolica si sono rivelate profetiche e anticipatrici di quanto sarebbe avvenuto nell’arco di alcuni anni e che, Ratzinger, divenuto Benedetto XVI, non riuscì a contrastare. ‘’Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via”.

Ogni giorno” – denunciava Ratzinger – “nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo” (ecco quella che pare la questione centrale del declino, ndr) “una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie’’.

E’ proprio così. Liberata dal potere temporale l’autorità della Chiesa si esprime indicando un’etica a cui attenersi nei comportamenti della vita quotidiana. Sul Monte Sinai il Signore volle consegnare a Mosè le Tavole della Legge, nelle quali erano scolpite le regole della vita quotidiana. Il Cristo della tradizione cristiana non è un’Idea astratta: è la Via, la Verità, la Vita. La Chiesa sta perdendo l’Europa sul piano dell’etica e quindi della principale funzione che è chiamata ad esercitare. Come disse nell’omelia Josef Ratzinger: il relativismo appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi moderni.

L’Europa – la culla della civiltà giudaico-cristiana – ha scoperto nel nuovo vitello d’oro del dirittismo un’altra etica immorale perché rivolta a demolire, in nome dei nuovi diritti, ogni principio del diritto naturale (su cui è fondata la dottrina della Chiesa). Fino a consolidare le nuove dottrine nel diritto positivo, che non si limita più a trasferire negli ordinamenti giuridici i diritti naturali delle persone, ma li crea lasciando ‘’come ultima misura il proprio io e le sue voglie’’.

E’ il caso delle teorie sull’indentità di genere, dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, di ciò che è diventata la stessa interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Con le moderne tecnologie che individuano anticipatamente tutte le caratteristiche del feto, l’aborto non è più – come venne concepito al momento della sua introduzione nell’ordinamento – il rimedio ad un danno più grave che si consumava nella clandestinità. E’ divenuto un ius vitae necisque della donna, sul quale è proibito persino di aprire un sereno dibattito, a fronte della grave questione della denatalità, che viene affrontata senza che nessuno si azzardi ad accennare appena, nemmeno sul piano statistico, al fattore della IVG.

Poi che dire della visione geopolitica predominante nella Chiesa? Più volte si è notato che Papa Francesco non parla volentieri dell’Europa come entità non solo politica, ma anche spirituale. Ed è nella Chiesa del Vecchio Continente dove è aperta la ‘’guerra civile’’ che si ripercuote in tutte le latitudini in cui gli Stati europei hanno portato – spesso imposto nei secoli – il Cristianesimo. Sul piano dottrinale il Vaticano non è grado di attestarsi su nuovi valori né di difendere quelli della tradizione. Resta a metà. E dissimula le sue incertezze invocando il rafforzamento dell’azione pastorale: come disse Francesco, i sacerdoti sono custodi del gregge e devono avere lo stesso odore delle pecore loro affidate.

Il Cardinale Carlo Caffarra fu il primo a denunciare questa teoria, quando ancora Papa Francesco trascorreva la luna di miele con i fedeli e l’opinione pubblica mondiale: ‘’Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina – disse Caffarra – non è più pastorale, è solo più ignorante”. Oggi i cristiani sono perseguitati in molte aree del mondo, quelle stesse che Papa Francesco predilige nel suo apostolato di Pontefice che – come lui stesso si presentò nel suo primo discorso – è stato preso dalla fine del mondo. Ma in Europa – dove la Chiesa potrebbe avvalersi dello Stato di diritto e della possibilità di influire sulla politica – i cristiani sono abbandonati a se stessi, i loro principi vengono banditi dal diritto positivo in nome di un’idea di libertà debordante nell’arbitrio.

Bisognerebbe rileggere il discorso di Papa Benedetto XVI a Ratisbona – il 12 settembre 2006 – per cogliere lo stretto legame tra la cultura occidentale e il Cristanesimo. ‘’Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l’interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro – disse il Santo Padre – non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell’Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l’Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa’’.

E concludendo Benedetto XVI (anche la scelta del nome del Santo protettore dell’Europa era significativa) affermava che il suo “tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’Illuminismo (il pensiero che ha codificato il diritto naturale nei principi fondamentali dello Stato liberale, ndr), rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido – affermò – viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati”.

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