13
Lug
2021

Quanto saremo ancora Zoon politikon dopo la pandemia?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Lisa Kinspergher

Una delle prime nozioni fondamentali che impara lo studente al primo anno di scienze politiche è l’assunto aristotelico dello zoon politikon (“l’uomo è un animale politico/sociale”, dove la differenza tra politico e sociale coincide durante l’età della polis).

Il concetto è davvero intuitivo: poiché gli uomini si distinguono dagli altri esseri viventi per un linguaggio comune, il logos, essi sono spinti ad interagire spontaneamente, a cooperare e vivere insieme.

Con la nascita dello Stato nell’età moderna, questo nuovo soggetto ha cominciato ad appropriarsi del concetto “politico” dell’espressione, facendo della politica stessa una dimensione separata dalla vita sociale dei cittadini. Un’istituzione che si muovesse autonomamente e che non rappresentasse né il governante né i governati si stava affermando. Il suo obiettivo era quello di riscrivere tutte le relazioni politiche in termini giuridici, in modo che il nuovo cittadino avesse sempre meno margine d’azione indipendente, non regolato.

Col tempo e attraverso una serie di eventi chiave nella Storia, dall’abolizione del feudo alle due Guerre mondiali, il Leviatano porta avanti il progetto sostanziale della sua esistenza e sopravvivenza: raggiungere la plenitudo potestatis, attraverso quello che per Heinrich von Treitschke era “Macht, Macht und wieder Macht” , (“potere, potere e ancora più potere”) fino a rivendicare ed esercitare una missione paternalistica capace di pervadere tutta l’esistenza del cittadino e accompagnarlo “cradle to grave”.

Con la pandemia ciò che viene sottratto in origine al cittadino non è più la dimensione politica, di cui era già stato spogliato mille anni fa, ma è la dimensione sociale. Lo Stato sta chiamando a sé anche l’ultimo concetto che era rimasto di zoon politikon. La politica ci vuole divisi, lo avevano scoperto i Romani già nel periodo imperiale: divide et impera.

L’uomo post pandemia è una specie rara, mai registrata prima: da una parte ha voglia di festeggiare e svagarsi per recuperare l’anno passato chiuso in casa per il lockdown, dall’altra avverte come pericolo, quasi mortale, l’altro e qualsiasi rapporto con esso. Un senso di insicurezza puntellato in modo esasperato per ormai ben più di un anno, ha avuto l’effetto di identificare l’altro come un untore, un portatore di malattie, insomma una peste manzoniana che si ripete: “L’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente… c’era qualcosa di più brutto, di più funesto, in quell’accanimento vicendevole, in quella sfrenatezza e mostruosità di sospetti… non del vicino soltanto si prendeva ombra, dell’amico, dell’ospite; ma que’ nomi, que’ vincoli dell’umana carità, marito e moglie, padre e figlio, fratello e fratello eran di terrore…” (A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXXII, par. 328-337).

Le regole temporanee dello stato di emergenza rischiano di diventare permanenti: in qualsiasi contesto pubblico ci viene imposto di stare a distanza, di evitare il contatto e di portare la mascherina. Queste “precauzioni”, impensabili fino ad un anno e mezzo fa, sono state interiorizzate dai cittadini in virtù di un unico comune denominatore: la sicurezza di tutti.

Ma con queste limitazioni ci sentiamo ancora animali sociali?

Tra i miei coetanei ventenni è emersa una evidente dicotomia con l’allentamento delle restrizioni: c’era chi fremeva per ripartire, incontrarsi e recuperare il tempo perso e chi invece non è mai più tornato in Università. Troppo facile, quasi scontato, condannare le giovani generazioni utilizzando argomenti come “comodità” o “pigrizia”. Piuttosto, il compito più difficile è ora in mano agli psicologi che, dopo essere stati relegati ai margini della narrativa istituzionale a partire da quel lontano marzo 2020, si faranno carico di assistere una, se non due generazioni di giovani italiani.

Il baratto tra sicurezza e socialità a cui abbiamo assistito per più di un anno, è il frutto di una visione distorta della natura che abbiamo acquisito nel tempo. Ormai essa è identificata semplicemente con paesaggi idilliaci, animali addomesticabili, piante rigogliose: un’età dell’oro esiodea.

Ma la natura è anche tutt’altro: tempeste, temporali, terremoti, ere glaciali, pandemie, virus… elementi che portano distruzione e che i costruttori sociali tendono ad ignorare: la loro visione non prende mai seriamente in considerazione questi scenari dinamici che potrebbero alterare il loro modello. La loro è una costruzione “superfissa” della realtà (per richiamare l’ultimo articolo del blog), restìa al cambiamento. Nel caso di un imprevisto che altera la situazione iniziale, la tendenza sarà quella di risparmiare più risorse possibili per mantenere lo status quo. Lo abbiamo visto proprio con la pandemia: chiudere tutti in casa era la soluzione più semplice al problema dei contagi e avrebbe permesso di evitare lo sforzo di ripensare una società alternativa che si curasse dei rapporti tra le persone. Si è deciso di tagliare sulla socialità, attributo accessorio e trascurabile, e di mantenere la quintessenza di quell’artificio sociale, lo Stato, in cui viviamo: la dipendenza dall’autorità.

Dobbiamo ricordarci che, volenti o nolenti, la politica determina gran parte della nostra vita, come diceva Foucault ormai è Biopolitica. E la politica è fatta di idee, è battaglia di idee. Le idee non vengono agli uomini che vivono isolati, ma si sviluppano in quei centri vivaci, fatti di scambi e di interazioni sociali di cui la Parigi di Diderot, D’Alembert e Voltaire fu il simbolo.

In definitiva, soltanto tramite la socialità che è in grado di produrre idee nuove potremo continuare a mettere in discussione e a combattere lo status quo. L’alternativa è l’assuefazione ad un’autorità politica figlia, o madre, de La Fattoria degli Animali di George Orwell.

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