27
Mag
2021

Mi ritorni in mente, bella come sei, legge annuale sulla concorrenza

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Piero Cecchinato.

Concorrenza, parola di cui ormai ci eravamo scordati.

L’adozione di una legge annuale per il mercato e la concorrenza venne prevista dall’art. 47 della legge 23 luglio 2009, n. 99 con la dichiarata finalità di rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati, di promuovere lo sviluppo della concorrenza, anche con riferimento alle funzioni pubbliche e ai costi regolatori condizionanti l’esercizio delle attività economiche private, e di garantire la tutela dei consumatori. 

La procedura istituita prevede che il Governo, entro 60 giorni dalla trasmissione della relazione annuale dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (a sua volta presentata entro il 31 marzo), sia tenuto a presentare alle Camere un disegno di legge annuale che dovrà contenere, in distinte sezioni, norme di immediata applicazione per l’attuazione dei pareri e delle segnalazioni dell’Autorità, ovvero, per le medesime finalità, una o più deleghe al Governo da adottare non oltre centoventi giorni.

Dal 2009 solo una volta è stata adottata una simile legge: nel 2017 (legge 4 agosto 2017, n. 124). 

Come un raggio di sole in un cielo plumbeo si riflette allora la recente affermazione del Presidente Draghi di voler presentare in Parlamento una nuova legge per il mercato e la concorrenza.

Tutto dipenderà, naturalmente, dagli obiettivi che verranno perseguiti e dai settori in cui si deciderà di intervenire. 

Da risolvere, i soliti due grandi problemi del nostro Paese: la scarsa produttività e l’inefficiente allocazione delle risorse.    

A dire il vero, non c’è consenso sul fatto che la concorrenza generi sviluppo e crescita economica. Due sono le principali teorie che si contrappongono sul punto. 

Secondo la prima, mercati a basso grado di concorrenza generano l’aspettativa di una rendita per l’innovatore e, pertanto, costituiscono un terreno più favorevole per la crescita.

Di questa idea, ad esempio, era Schumpeter, per il quale costituiva “un fatto che l’efficienza reale del motore di produzione capitalista nell’era delle unità produttive di più grande scala sia risultata molto maggiore rispetto alla precedente epoca fatta di piccole e medie unità”. 

“E se ricordiamo la spiegazione teorica di questo fatto” – proseguiva Schumpeter – “ci rendiamo anche conto che la crescente dimensione delle unità produttive e tutta la strategia commerciale che ne deriva non costituiscono incidenti inevitabili, bensì, in misura considerevole, le condizioni stesse dei risultati riflessi in quel primato; in altre parole, che le possibilità tecnologiche e organizzative aperte a tutte le imprese in un regime di concorrenza approssimativamente perfetta, non avrebbero mai potuto produrre simili risultati” (Joseph A. Schumpeter, Capitalism, socialism and democracy, Routledge, George Allen & Unwin Ltd, 1976, p. 189, prima edizione originale 1943). 

Un assunto posto anche alla base delle teorizzazioni che giustificano il monopolio concesso da un diritto di brevetto come leva di innovazione e sviluppo, perché strumento di profitto pressoché garantito. 

Una lettura opposta è quella che fa capo all’economista inglese John Richard Hicks, premio Nobel per l’economia nel 1972 insieme a Ken Arrow “per i loro contributi pionieristici alla teoria dell’equilibrio economico generale e alla teoria del benessere”.

Nella sua “quiet life hypotesis”, Hicks assume che il monopolio tenda a ridurre la pressione verso l’efficienza. La concorrenza, al contrario, spingerebbe chi preferiva una vita noiosa e tranquilla a intraprendere nuove strade innovative (J. Hicks, The Theory of Monopoly, 1935). 

Una idea, quella di un mercato sonnolento e poco reattivo, che per certi versi sembra attagliarsi perfettamente alla realtà italiana, ostaggio ancora di troppe rendite di posizione.   

In Italia, quindi, la visione di Hicks appare decisamente più appropriata di quella di Schumpeter. 

Ad ogni modo, se in merito al rapporto fra concorrenza e crescita non vi è (nemmeno oggi) uniformità di vedute, fra gli economisti vi è tuttavia un certo consenso sui migliori effetti allocativi prodotti dalla concorrenza, ossia sulla concorrenza come fattore determinante verso quella condizione di equilibrio ideale (teorizzata per primo da Pareto) in cui il mercato consente la massima soddisfazione dei bisogni dei cittadini con il minor costo produttivo.

Nei settori aperti alla libera concorrenza in Italia la condizione di mercato è nettamente migliorata: i servizi si sono dimostrati di maggiore qualità, più efficienti e meno costosi e sono risultati più facilmente accessibili a sempre maggiori fette della popolazione.

Si pensi ai settori della telefonia e dell’energia, a quello delle assicurazioni, ma anche ai servizi bancari, alla digitalizzazione delle procedure di switching, alle aperture nei servizi professionali, nella commercializzazione di farmaci e, anche se in misura ancora ridotta, nel trasporto ferroviario e nei servizi postali. 

Per un Paese come l’Italia la legge annuale sulla concorrenza dovrebbe diventare un appuntamento fisso imprescindibile. 

Proprio come previsto dal Parlamento nel 2009.

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