13
Apr
2021

Maratona concorrenza: quello che l’Antitrust non dice

Di Luigi Ceffalo e Carlo Stagnaro.

Nei giorni scorsi, LeoniBlog ha ospitato numerosi commenti sui contenuti della segnalazione dell’Antitrust ai fini della legge annuale per la concorrenza. In generale, gran parte delle proposte dell’Autorità sono apparse convincenti e coraggiose, sebbene in alcuni casi abbiamo espresso delle perplessità. Ma che dire di quello che il rapporto non contiene? Ci sono almeno tre ambiti che il Garante lascia scoperti, e che invece meriterebbero un approfondimento: la revisione della governance portuale, le professioni e il ruolo generale dello Stato nell’economia. 

In materia portuale la segnalazione, come abbiamo visto, si sofferma su molti aspetti importanti. Tuttavia, non tocca un tema decisivo come la governance portuale. Come noto, i principali porti italiani sono attualmente sottoposti alla supervisione delle Autorità di Sistema Portuale che assommano su di sé funzioni di tipo pianificatorio, regolatorio e, per certi aspetti, seppure in via residuale, anche gestionale. Formalmente, tali organismi si presentano come enti pubblici non economici pur avendo uno scopo di carattere sostanzialmente economico come la massimizzazione dei traffici: a differenza delle altre autorità portuali operanti altrove nel nord Europa (si pensi a Rotterdam, Anversa, Amburgo etc etc), il modello di gestione tuttora in vigore non è il “corporation port” ma il “land lord port” contraddistinto da una rigida separazione tra le funzioni pubbliche di programmazione e controllo di competenza dell’Amministrazione portuale e le funzioni di gestioni operativa delle banchine e della altre aree portuali riservate invece ai privati. L’adozione di detto modello ha costituito un importante passo in avanti rispetto alla gestione integralmente pubblica preesistente, eppure oggi denota evidenti carenze che non consentono di conseguire le efficienze gestionali raggiunte dove è stata implementata la societarizzazione delle autorità portuali, rendendo i porti realmente autonomi anche dal punto di vista finanziario e in grado di sviluppare sinergie con i privati per realizzare importanti interventi di nuova infrastrutturazione. La proposta da affiancare alle condivisibili proposte dell’Agcm è pertanto quella di sperimentare questa diversa forma di gestione, almeno nei porti principali di alimentazione dei corridoi delle reti trans-europee di trasporto rispetto ai quali maggiore è la necessità di emulare le best practice straniere per non vedere erose le quote di mercato italiane a favore degli scali concorrenti. Occorre, in definitiva, sottrarre gli scali alle mediazioni della politica locale e nazionale che esprimono i membri del board delle autorità per restituirle alle ordinarie dinamiche di mercato che, forse, possono scontentare qualche storico stakholder ma, certamente, sono le uniche in grado di evitare la coltivazione di rendite di posizione a tutto discapito della promozione delle attività portuali e correlate.

Per quanto riguarda le professioni, la segnalazione non cita neppure il settore come potenzialmente interessato da provvedimenti di apertura. Questa scelta contrasta col contenuto delle precedenti segnalazioni, che invece indicavano numerosi interventi, solo in piccola parte recepiti nel tempo. Forse si tratta di un eccesso di zelo: l’Antitrust non ha voluto “infierire” su attività che già hanno subito le conseguenze della pandemia in termini di riduzione del volume d’affari. Tuttavia, non tutte le professioni sono state ugualmente colpite; inoltre, nel caso questa è una valutazione politica che compete all’esecutivo. Eppure, sarebbero molte le misure necessarie, a partire da un deciso giro di vite sui codici di autodisciplina degli ordini che troppo spesso aggirano quanto previsto dalle norme, per esempio, in materia di pubblicità. Andrebbero, poi, considerati numerosi provvedimenti puntuali: per gli avvocati andrebbe soppresso il divieto del patto di quota-lite inopinatamente reintrodotto alcuni anni fa, mentre si potrebbe ampliare la possibilità di costituire società di capitali, rimuovendo il limite del 30 per cento. Per quanto riguarda la professione notarile, si potrebbe ampliare all’intero territorio nazionale l’ambito di operatività del notaio, consentire la costituzione di studi associati e, magari, società tra professionisti, e rivedere criticamente le funzioni attualmente svolte in esclusiva senza comunque intaccare le opportune tutele a garanzia della certezza dei negozi giuridici. Mentre per le farmacie andrebbe nuovamente posto il tema della liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia C che sono a totale carico del paziente. Sono solo alcuni dei tanti esempi possibili e che tuttavia rendono inspiegabile l’assenza di qualunque considerazione in merito.

Infine, e ancora più sorprendentemente, l’Antitrust non fa alcun cenno al crescente interventismo dello Stato nell’economia. O, meglio, si dilunga (giustamente) sui servizi pubblici locali, ma non svolge alcuna considerazione sui casi in cui è direttamente lo Stato (attraverso la Cassa depositi e prestiti) a prendere le briglie di imprese “strategiche”, dalle Autostrade all’ex Ilva fino alla solita Alitalia. Queste incursioni hanno pesanti effetti anti-concorrenziali, in quanto, da un lato, impediscono l’uscita dal mercato o comunque limitano la contendibilità di imprese di grandi dimensioni; e, dall’altro, non di rado si accompagnano a norme ad hoc finalizzate proprio a blindare la quota di mercato delle imprese interessate. Stupisce davvero che il Garante, che pure nell’introduzione al suo rapporto affronta questo problema in termini generali e ne indica con lucidità le conseguenze, non abbia poi il coraggio di scendere sul terreno della concretezza e dire pane al pane.

Il primo articolo della maratona #concorrenza2021 e la lista degli altri articoli sono disponibili qui.

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