31
Mar
2021

Maratona concorrenza: pubblico, privato e competizione nella sanità

Il Sistema Sanitario Nazionale è stato sottoposto a uno sforzo eccezionale in questi mesi. E’ emersa con particolare chiarezza, in verità, una debolezza intrinseca del SSN: la mancanza di un’interazione proficua con la sanità privata, che è stata ancor più messa ai margini proprio nella gestione della pandemia.

L’AGCM ha segnalato come il sistema sanitario italiano sconti un ritardo di apertura alla concorrenza e ha puntato il dito contro l’art. 8-ter, comma 3, d.lgs. 502/1992: tale norma subordina l’autorizzazione dei privati per lo svolgimento di attività sanitaria non convenzionata (cioè in regime esclusivamente privatistico) alla previa valutazione e verifica del fabbisogno regionale di servizi sanitari. Attualmente, cioè, un privato con tutti i titoli non può prestare la propria attività, anche in forma organizzata: è soggetto a un giudizio che prescinde completamente dall’analisi della sua preparazione e della sua capacità, ma che si sostanzia in una sorta di rozza analisi di mercato. In parole semplici: se l’autorità ritiene che l’offerta di sanità pubblica sia congrua rispetto al mercato, l’operatore privato non viene autorizzato a svolgere il proprio lavoro.

L’AGCM ritiene necessaria l’abrogazione della disposizione appena citata: si concorda pienamente con il giudizio dell’Autorità. E’ una norma gravemente arretrata, che danneggia l’offerta di servizi sanitari sia sotto il profilo quantitativo sia, in ultima analisi, anche qualitativo. Incidentalmente, la disposizione in oggetto lede anche il diritto al lavoro da parte dei sanitari, senza alcuna giustificazione accettabile.

Anche il sistema di accreditamento, cioè il meccanismo in forza del quale un privato può effettuare prestazioni sanitarie pagate dal SSN, viene criticato dall’AGCM: in particolare l’Autorità ritiene che manchino verifiche periodiche e informazioni trasparenti sulle performance di strutture pubbliche e private. Il sistema attuale, conclude l’AGCM, non permette di orientare la domanda verso le strutture più efficienti e non riesce a creare un gioco concorrenziale tra strutture pubbliche, o tra strutture pubbliche e private.

Anche questa indicazione va accolta con estremo favore e appare del tutto condivisibile.

La prospettiva cui dovrebbe tendere il SSN dovrebbe essere, appunto, quella in cui i prestatori di servizi sanitari pubblici e privati siano posti sullo stesso piano davanti al potenziale paziente. 

Per ottenere un simile risultato sarebbe opportuno attribuire alle ASL un ruolo nettamente distinto da quello delle strutture attualmente gestite dalle stesse, cioè di ospedali, ambulatori e cliniche pubbliche. Per la precisione, le Aziende Sanitarie Locali (comunque le si voglia chiamare) dovrebbero avere il compito di “pagatori pubblici”, cioè di coloro che pagano le prestazioni coperte dall’assicurazione sanitaria pubblica universale, ma non dovrebbero anche essere prestatori di servizi sanitari da loro stesse pagati. Le ASL, cioè, dovrebbero valutare le performance, sia in termini di numeri sia, soprattutto, di in termini di appropriatezza delle prestazioni, di operatori pubblici e privati: le ASL dovrebbero quindi remunerare le prestazioni in base al loro numero, alla loro efficacia e alla loro appropriatezza, senza alcuna discriminazione tra chi (pubblico o privato) le abbia effettuate. 

In tal modo si potrebbe veramente innescare la dinamica concorrenziale giustamente auspicata dall’AGCM, a tutto beneficio sia della qualità e dell’efficienza della sanità sia delle esigenze di controllo della spesa sanitaria.

Il primo articolo della maratona #concorrenza2021 e la lista degli altri articoli sono disponibili qui.

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