19
Feb
2021

La forza e l’attualità della costituzione americana

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Claudio Martinelli. Questo articolo è precedentemente apparso su Il Sole 24 Ore.

Con l’insediamento di Biden e della sua nuova Amministrazione si è chiuso il periodo di transizione più tormentato e drammatico della storia degli Stati Uniti, culminato con l’incredibile “assalto al Congresso” da parte di una folla violenta sobillata dal Presidente uscente. La fine di questa fase consente di recuperare il necessario distacco per proporre qualche riflessione, un po’ più a freddo e a bocce ferme, sulla Costituzione americana e sul sistema politico degli Stati Uniti.

Fin dalle settimane antecedenti l’Election Day del 3 novembre, diversi autorevoli commentatori hanno accreditato la tesi secondo cui la Costituzione degli Stati Uniti sarebbe irrimediabilmente invecchiata e superata. Scritta in un contesto storico completamente diverso e troppo risalente nel tempo, il suo impianto normativo non sarebbe più adeguato a proteggere libertà e democrazia di fronte alle sfide del presente. Secondo queste ricostruzioni, tra gli altri difetti, il Presidente assommerebbe troppi poteri, spesso dai contorni poco definiti, e non avrebbe nemmeno un’adeguata legittimazione popolare a causa della farraginosità del sistema elettorale imperniato sul ruolo dei grandi elettori.

A mio parere si tratta di critiche infondate che non tengono conto di alcuni elementi di fondo che caratterizzano da sempre quello che un grande giurista come Giovanni Bognetti definiva “lo spirito del costituzionalismo americano” che affonda le radici proprio nell’habitat culturale della seconda metà del XVIII secolo in cui maturò quella rivoluzione costituzionale: l’illuminismo liberale, ovvero l’apogeo della modernità. Uno spirito volto alla conservazione delle libertà individuali da perseguire attraverso la ricerca di equilibri tra i poteri costituzionali incarnati da organi molto forti (il Congresso, il Presidente, la Corte Suprema), gelosi delle proprie prerogative e dunque ciascuno baluardo contro invasioni di campo da parte degli altri.

È verissimo che oggi ci troviamo in un altro mondo, più complesso, disincantato e forse cinico. Insomma, il mondo della post-modernità. Ma continuare ad essere guidati da un testo scritto in quell’epoca non significa affatto non avere gli strumenti per orientarsi nel tempo presente, proprio perché l’attualità trova le sue origini nei valori, nelle idee e nelle norme di allora. Naturalmente una Carta costruita a fine Settecento su soli 7 articoli, poi subito affiancati da altri 10 (il Bill of Rights 1789), necessita di una continua opera di interpretazione e reinterpretazione, assicurata soprattutto dalla Corte Suprema attraverso un confronto dialettico, spesso molto acceso, tra visioni diverse del diritto e del costituzionalismo che ogni singolo giudice porta con sé. Semmai il “difetto” di quella Carta è di essere non esportabile, proprio perché strettamente legata alla storia e alle consuetudini tradizionali di quel popolo, nel bene e nel male, oltre ad una serie di variabili politiche difficilmente riproducibili altrove.

In questo quadro lamentare un ruolo eccessivo del Presidente, indicandolo come il centro motore di tutto l’ordinamento costituzionale, significa rimanere vittime di un’illusione ottica. Il Presidente degli Stati Uniti è certamente dotato di amplissimi poteri ma questi devono appunto fare i conti con la forza degli altri organi, all’interno di quel sistema dei checks and balances (pesi e contrappesi) che costituisce l’essenza dell’impianto costituzionale. A dispetto del nome, il semipresidenzialismo francese determina un accentramento di poteri nelle mani del Presidente molto più forte di quello americano, soprattutto da quando alcune riforme costituzionali hanno reso meno probabile la situazione di coabitazione con un Primo ministro di colore politico diverso dal suo.

È certamente vero che nel corso del tempo i poteri del Presidente americano si sono via via ampliati ma perché gli Stati Uniti sono diventati sempre più estesi e potenti, prima nella propria area geografica e poi a livello planetario, e questa tendenza non poteva che sottolineare il ruolo del vertice del Potere esecutivo, soprattutto in tema di politica estera e militare. Semmai questa considerazione è la dimostrazione plastica della capacità del sistema costituzionale di adattarsi al mutamento dei tempi e contribuisce a smentire proprio l’assunto originario secondo cui la Costituzione è superata e inattuale.

Quanto alle modalità della sua legittimazione, non è affatto vero che non è eletto direttamente dai cittadini perché esistono i grandi elettori. Questi ultimi, infatti, non hanno alcun reale potere decisorio (come ribadito di recente anche da una sentenza della Corte Suprema) e sono solo un artificio formale per dare corpo al principio federalista anche in materia elettorale: la corsa alla Casa Bianca non è costituita da un’unica gara nazionale ma è la risultante di tutte le singole competizioni che si svolgono Stato per Stato, ciascuno dotato di un pacchetto di grandi elettori in ragione delle dimensioni della propria popolazione. Questo pacchetto viene assegnato di regola applicando il metodo maggioritario: il candidato che ottiene un voto in più in uno Stato acquisisce tutti i grandi elettori di quello Stato. In teoria può accadere, peraltro piuttosto raramente, che il candidato che raccoglie più voti a livello federale finisca per avere meno grandi elettori. Ma si tratta di un effetto contemplato in tutti i sistemi maggioritari a turno unico, compresa la Camera dei Comuni inglese che ne fu la culla, perché questo principio elettorale prevede che partiti e candidati abbiano anche la capacità di distribuire in modo strategico e funzionale il proprio consenso: vincere, anche per pochi voti, in uno Stato grande è più importante che vincere in carrozza in uno piccolo.

Ovviamente, tutto quanto stabilito nella Costituzione americana è discutibile. Così come sono discutibili tutte le soluzioni adottate da un qualsiasi ordinamento costituzionale. Le Carte costituzionali non sono il teorema di Pitagora: dipendono da mille fattori specifici, cercano gli strumenti per dare forma giuridica a valori e principi filosofici, credono di perseguire determinati risultati. Ebbene, la Costituzione americana in circa 240 anni di storia ha contribuito a fondare una nazione, ha resistito ad una tremenda guerra civile, ha superato due guerre mondiali e non ha mai subito involuzioni autoritarie. Un curriculum di tutto rispetto che forse meriterebbe maggiore considerazione al di qua dell’Atlantico.

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