2
Feb
2021

Non si muore solo di Covid

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Giuliano Cazzola.

Ho apprezzato e condiviso  l’articolo di Gilberto Corbellini e Alberto Mingardi su Il Foglio di sabato scorso ‘’Fino a quando può resistere una società imprigionata dal virus?’’.  E vi ho trovato autorevolmente espresse opinioni che, per quanto mi riguarda, sostengo fin dall’inizio della pandemia.  Mi pare che il punto chiave che lo scritto mette in evidenza sia il seguente: ‘’Trovare un punto intermedio fra le diverse istanze, stimando al meglio i rischi e proteggendo al meglio le categorie più fragili è difficilissimo, ma è curioso rifiutarsi di cercarlo’’.

Soprattutto quando, come sottolinea l’articolo,  le misure di contrasto sono partite sulla base di un’analisi rivelatasi errata: ‘’il lockdown va fatto presto per stroncare l’epidemia come un martello…..nella convinzione che sia possibile ottenere, e anche con una certa facilità, una situazione di trasmissione zero’’. E’ quanto ci hanno fatto credere a giugno/luglio dello scorso anno, davanti alla drastica riduzione dei decessi (addirittura il duo Salvini-Meloni – nessuno lo ricorda ora – condussero una polemica durissima contro la proroga  precauzionale dello stato di emergenza affermando che l’epidemia era finita, eccezion fatta per il contagio che proveniva dai migranti). Salvo poi imputare al comportamento delle persone, che si attenevano alle regole stabilite (e che erano addirittura incentivate ad andare in vacanza), la ripartenza della c.d. fase 2 (che era poi la stessa di prima) senza considerare, banalmente, gli effetti stagionali, in forza dei quali le malattie bronco-polmonari si sviluppano (da sempre) in autunno e inverno.

E’ vero che vanno usate cautele anche quando il pericolo è ‘’in sonno’’, ma nel caso del covid-19, si è imposta – anche da parte delle autorità – una sorte di doppia morale, portando a considerare disdicevole, irresponsabile, quasi criminale tutto ciò che era consentito dall’arlecchinata di colori che ha contraddistinto la Penisola. I c.d. assembramenti si sono trasformati in manifestazioni sediziose (fateci caso, in questi giorni in cui si attende il ritorno al giallo, i tg sono tornati a mostrare strade e piazze con tante persone (magari le stesse che sono indotte dal cashback a fare provvista di scontrini fiscali).

Con la demonizzazione degli assembramenti  – un virologo d’antan  ha persino attribuito alla tornata delle elezioni regionali la causa della fase 2 – si è arrivati ai disastrosi provvedimenti di dicembre, in cui sono state disposte la chiusura o la limitazione di attività economiche che operavano in sicurezza, perché questa era stata la condizione che aveva consentito la loro riapertura dopo il lockdown del primo semestre. Così si sono sprecati miliardi nei c.d. ristori a titolari di imprese (con annessi proroghe del blocco dei licenziamenti e cig da Covid-19) che chiedevano soltanto di poter lavorare, nella consapevolezza che  un’azienda, per sopravvivere, deve produrre da sola il fatturato necessario, senza dover attendere quello sostitutivo da parte dello Stato. 

Ma la considerazione che non ammette repliche è contenuta nell’articolo: ‘’il virus evolve’’. A questa se ne può aggiungere un’altra: la vaccinazione non è la terra promessa, ma un’operazione complessa – benché sia miracoloso il tempo impiegato per disporne – destinata a durare molti mesi. Il WSL  ha scritto che ‘’con i parametri attuali entro il 2021 sarà vaccinato il 10% della popolazione mondiale che diventerà il 20% nel 2022’’. Il coronavirus è tra noi ed è destinato a rimanere tra noi. Col tempo riusciremo a prevenirlo e a curarlo. ‘’La medicina ha abituato – scrivono  Corbellini e Mingardi – le persone a trovare le soluzioni dei problemi sanitari ma non ha reso consapevoli che ci vuole tempo e che non è onnipotente’’. Ormai abbiamo imparato a considerare  un decesso come un errore del sistema sanitario; tanto che – un altro aspetto critico che viene taciuto – è assai frequente che i parenti delle vittime presentino esposti e chiedano danni alle strutture sanitarie (quei medici che affrontano l’offensiva del virus esponendosi di persona rischiano incresciosi guai giudiziari al pari degli amministratori, in nome di un principio assurdo di responsabilità oggettiva che prescinde da comportamenti individuali). Se il covid-19 è destinato a far parte della nostra vita quotidiana è necessario trovare quel ‘’punto intermedio’’ di cui parla l’articolo, partendo da una ‘’relativizzazione’’ del contagio e dei suoi effetti.

Molto può fare una comunicazione onesta. Non si tratta di sottovalutare la gravità dell’emergenza sanitaria né immaginare soluzioni facilone che non esistono. Ma non ha senso un bollettino quotidiano sugli effetti del coronavirus assunto al di fuori del contesto della letalità nel suo insieme. Sono tanti, troppi, 85mila decessi: ma tuttavia non si muore solo di covid-19; si muore anche per altre gravissime patologie  che spesso vengono trascurate per l’oggettiva priorità attribuita ai pazienti che hanno contratto il contagio malefico.  Occorre in primo luogo collocare gli effetti del covid-19, compreso i decessi, in un contesto di relatività fuori dalla logica del ‘’male assoluto’’ e dalla sua identificazione con la morte. Quanti sono gli italiani consapevoli di quanti loro concittadini abbandonano questa ‘’valle di lacrime’’ nel corso di un anno? Basterebbe accedere ai siti dell’Istat e dell’Istituto Superiore della Sanità. Ecco la relativa tabella. 

Decessi gennaio-novembre per ripartizione – Anni 2015-2020
       
Ripartizione201520162017201820192020*
Nord279.943264.549277.059275.813276.170335.543
Centro123.304115.725123.236117.311119.519126.750
Mezzogiorno197.361184.985198.803189.875193.782202.330
ITALIA600.608565.259599.098582.999589.471664.623
*Il mese di novembre è stimato.



Fonte- Istat

Sappiamo che i dati possono avere delle variazioni, ma i ‘’grandi numeri’’ sono quelli; i morti per covid-19 sono un ottavo del totale e non sono nemmeno la prima causa di decesso. Nel periodo di osservazione dell’epidemia Covid da febbraio a novembre 2020, si stimano complessivamente circa 84mila morti in più rispetto alla media del 2015-2019. I decessi di persone positive al Covid-19 registrati dalla Sorveglianza integrata riferiti allo stesso periodo sono 57.647, il 69% dell’eccesso totale. Quindi, “solo” due terzi del totale indicato dall’Istat sarebbero morti attribuibili al Coronavirus. 

Dove sono finiti allora gli 85mila decessi da coronavirus? Tra il mese di febbraio e il 30 novembre 2020 – secondo uno studio dell’Istat –  sono stati diagnosticati dai laboratori di riferimento regionale 1.651.229 casi positivi di Covid-19, riportati al Sistema Nazionale di Sorveglianza Integrata dell’ISS entro il 20 dicembre 2020. Si sono registrati 57.647 decessi avvenuti in persone positive al Covid-19: praticamente invariata la percentuale di soggetti in età inferiore ai 50 anni, che si attesta attorno all’ 1% per entrambi i generi. La classe degli over 80 risulta quella con la più alta percentuale di decessi per Covid-19 (60%). Dalla fine del mese di febbraio si è osservata una netta inversione di tendenza rispetto alla favorevole evoluzione della mortalità che aveva caratterizzato la stagione invernale 2019-2020. Nei mesi di marzo e aprile, infatti, contemporaneamente alla diffusione dell’epidemia di Covid-19, abbiamo assistito ad un importante incremento dei decessi per il complesso delle cause rispetto al livello atteso sulla base della media del periodo 2015-2019.

Sulla base di questi dati, Federico Fubini sul Corriere della sera, ha posto alcune domande a cui nessuno ha risposto in modo adeguato. Nel 2020 ci sono stati 30mila decessi in più rispetto alla media degli anni precedenti. Non essendo vittime di Covid, dove sono finiti? Come sono stati conteggiati? Sono anche loro morti per Coronavirus ma senza aver ricevuto un tampone o una diagnosi? Il sospetto è che queste persone possano essere decedute perché affetti da altre patologie, come tumori o gravi problemi cardio-circolatori, ma non curate con la stessa attenzione e cura di prima.

I dati spesso non danno certezze definitive. Lo ha affermato in una intervista al Sussidiario Gianni Rezza, il direttore generale della Prevenzione del Ministero della Salute. ‘’Ci sono però altri temi interessanti, ma meno esplorati. Sono la stima dei contagi totali da coronavirus, per tenere conto dei molti pazienti asintomatici o paucisintomatici che non ricevono una diagnosi e l’analisi della diffusione del virus – prevalenza – presso sottogruppi di popolazioni specifiche, per comprendere se vi siano dei fattori o delle condizioni che favoriscono maggiormente l’infezione. Entrambe queste tipologie  di analisi  – ha aggiunto Rezza -necessitano di informazioni sui contagi e sulle altre variabili, ricoveri e decessi in particolare, disaggregate per alcune caratteristiche dei pazienti potenzialmente rilevanti ai fini della trasmissione del virus’’. E’ poi interessante, anche per valutare la congruità dell’algoritmo che decide il colore delle diverse regioni, osservare le distribuzione geografica dei decessi nella varie fasi della pandemia.

Tabella: Distribuzione geografica dei pazienti deceduti SARS-CoV-2 positivi per periodo


marzo-maggiogiugno-settembreottobre-16 dicembreTotale
REGIONEN%N%N%N%









Lombardia16.35947,660733,07.10426,024.07037,9
Emilia Romagna4.31312,51739,42.2328,26.71810,6
Piemonte4.09111,91266,91.3264,85.5438,7
Veneto1.9505,724813,52.88410,55.0828,0
Lazio8402,41437,82.0997,73.0824,8
Toscana1.0453,0965,21.7646,52.9054,6
Campania4771,4583,22.1027,72.6374,1
Liguria1.5164,41387,59743,62.6284,1
Puglia5241,5754,11.4605,32.0593,2
Sicilia3000,9573,11.6546,02.0113,2
Marche9812,970,42230,81.2111,9
Abruzzo4461,3372,05972,21.0801,7
Friuli Venezia Giulia3461.0211.16322.39991.6
Trento4021,240,23891,47951,3
Bolzano2900,820,13801,46721,1
Umbria750,290,54461,65300,8
Sardegna1310,4241,33611,35160,8
Valle d’Aosta1430,460,32060,83550,6
Calabria960,340,22250,83250,5
Basilicata290,120,11430,51740,3
Molise220,120,11460,51700,3
     
Totale34.376100,01839100,027.347100,063.562100,0

Nota: per 11 decessi non è stato possibile valutare il periodo; il numero dei morti, relativi al periodo ottobre – 16 dicembre, è in fase di consolidamento a causa del ritardo di notifica.

Fonte – ISS

Come ho già premesso i dati possono presentare differenze a seconda delle fonti e dei periodi e metodi di rilevazione. Insisto però nel sottolineare di nuovo che la ‘’legge dei grandi numeri’’ non lascia ombra di dubbio nello smentire una visione ‘’assolutista’’ dei decessi da pandemia.  Per concludere è utile riportare la sintesi effettuata dalla Fondazione Itinerari previdenziali, nell’attesa che l’informazione nel suo insieme adempia con più cura al dovere essenziale che le compete in un regime democratico. ‘’Complessivamente, da fine febbraio a novembre i decessi COVID-19 rappresentano il 9,5% del totale dei decessi del periodo (13% durante la prima ondata epidemica e 16% nella seconda ondata, con un considerevole aumento nel mese novembre). Se si considerano i contributi per fasce di età dei decessi COVID-19 alla mortalità generale si può notare come, a livello nazionale, la mortalità COVID-19 abbia contribuito al 4% della mortalità generale nella classe di età 0-49 anni, all’8% nella classe di età 50-64 anni, all’11% nella classe di età 65-79 anni e all’8% negli individui di ottanta anni o più. Nel periodo di osservazione dell’epidemia di COVID-19 (febbraio-novembre 2020)si stimano complessivamente circa 84mila morti in più rispetto alla media del 2015-2019 e i decessi di persone positive a COVID-19 riferiti allo stesso periodo sono 57.647, pari al 69% dell’eccesso totale (si tenga tuttavia conto, raccomanda il Rapporto, di tutti i problemi metodologici collegati al consolidamento delle basi dati e della difficoltà nell’identificare i decessi causati da COVID-19 quando questi avvengono in pazienti con numerose patologie concomitanti)’’

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