4
Gen
2021

Bilancio e UE, le priorità di Mattarella che ci serviranno (anche) per il recovery fund

Nel suo discorso di fine anno Sergio Mattarella ha confermato lo stile della sua presidenza: una felice congiunzione di sobrietà dei toni e di fermezza nell’esercizio delle sue funzioni, secondo principi a cui il Paese deve attenersi qualunque siano le maggioranza espresse dagli elettori e i relativi governi.

Il Capo dello Stato non ha esitato a ricordare che il 2021 è l’ultimo del suo mandato. Non sono stati anni facili quelli trascorsi al Quirinale. Se è vero, infatti, che alcuni suoi predecessori hanno dovuto affrontare periodi molto difficili (come durante gli ‘’anni di piombo’’ quando il terrorismo portava direttamente l’attacco al cuore dello Stato) è altrettanto vero che questi altri presidenti potevano contare su di un sistema politico solido e attestato – pur nelle divisioni – a difesa delle istituzioni democratiche. Mattarella – sia pure senza debordare dai limiti tracciati dalla Costituzione – ha dovuto gestire un quadro politico traballante, caratterizzato da forze disomogenee e incompatibili tra loro, attraversato da tensioni ostili alla politica tradizionale dell’Italia, all’appartenenza all’Unione europea e alle storiche alleanze del Paese. Ha saputo opporsi quando era necessario (si veda il No a Paolo Savona al Mef, quando fu addirittura minacciato di impeachment); ma soprattutto è stato capace di ricondurre l’azione dell’esecutivo sulla strada giusta, trovando dei riferimenti anche all’interno della coalizione giallo-verde e consentendo loro di crescere e di assumere l’effettiva direzione politica.

Non c’è alcun dubbio che l’opera di moral suasion del Quirinale abbia consentito al premier Giuseppe Conte (grazie al paziente ed intelligente lavoro di Giovanni Tria) di trovare, in occasione della legge di bilancio del 2019, un modus vivendi con la Commissione europea anche quando gli azionisti della maggioranza puntavano apertamente alla rottura.

Nel discorso di Capodanno Mattarella ha richiamato le forze politiche ad un impegno solidale nella gestione delle risorse del Next Generation Eu, ai fini delle riforme e della crescita del Paese nella prospettiva di una maggiore integrazione comunitaria. E’ appena il caso di ricordare che la svolta del 2018 non metteva in discussione soltanto i rapporti politici tra gli Stati aderenti all’Unione, ma ne contestava duramente le scelte di politica economica e di finanza pubblica, connesse all’appartenenza al club dell’euro, quella moneta unica presa di mira dalle componenti sovraniste ed indicata come origine e causa della crisi italiana (chi non ricorda le esibizioni televisive dei minibot quale moneta sostitutiva ad uso interno?).

Ciò premesso e con tutto il dovuto rispetto, non ho condiviso un passaggio del massaggio laddove il Presidente ha affermato che: ‘’Alla crisi finanziaria di un decennio or sono l’Europa rispose senza solidarietà e senza una visione chiara del proprio futuro. Gli interessi economici prevalsero. Vecchi canoni politici ed economici mostrarono tutta la loro inadeguatezza’’. E come contrappunto: ‘’Ora le scelte dell’Unione europea – ha aggiunto Mattarella – poggiano su basi nuove. L’Italia è stata protagonista in questo cambiamento’’.

Dieci anni or sono su quella finanziaria si innescò la crisi ben più grave degli Stati e del loro debito sovrano dopo il crack della Grecia (che venne salvata – non è stata solidarietà questa? – dall’intervento in moneta sonante dell’Unione europea, Italia compresa). Il nostro Paese aveva uno spread ben superiore a 500 punti base e piazzava i suoi titoli a tassi medi intorno al 6-7%. Ha un bel da dire Giorgia Meloni che l’Italia – aderendo al pacchetto europeo – farà la fine della Grecia. Magari fosse vero: dal momento che quell’economia, diversamente da noi, ha ripreso a crescere su basi un po’ più solide di quando truccava i conti. Esisteva, in quei frangenti, un’alternativa alla politica del rigore (che pure consentì al nostro Paese scostamenti di bilancio per 29 miliardi)? Di converso, è una politica normale, da adottare stabilmente, quella intrapresa dalla BCE, prima, dalla Commissione e dal Consiglio, poi, per fronteggiare gli effetti della pandemia? La proclamazione del ‘’liberi tutti’’, dell’enrichez- vous, a spese delle future generazioni, è una strategia sostenibile nel lungo termine?

È stato chiarito fin dall’inizio della crisi che la sospensione delle regole dei trattati è una scelta obbligata che sarà portata avanti per il tempo necessario, ma non rappresenta la NEP dell’Europa che finalmente ha capito quanto fosse sbagliata ed egoista la politica del rigore e si appresta a ripudiarla per sempre in nome del cambiamento. Di solito i Paesi compiono scelte dettate dalla disperazione quando sono coinvolti in un conflitto: il primum vivere diventa la priorità. Ma il dopoguerra lascia anche i vincitori con le ossa rotte e le società in balia delle peggiori reazioni. Non c’è da brindare sui balconi per un indebitamento ed un debito che potrebbero scappare di mano nel volger del battito di ali di una farfalla.

Certo. E’ positivo che i Paesi dell’Unione abbiano reagito insieme e che cerchino di utilizzare, in maniera produttiva ed efficiente le risorse, che hanno messo in campo. Ma era meglio quando andava peggio: allorché si doveva negoziare con Bruxelles il deficit consentito nella legge di bilancio per l’anno successivo.

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