30
Dic
2020

Contro la retorica dell’autoriflessione

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Mario Gambilare

Mi viene da pensare, a questo punto, che l’essere umano, per la maggior parte, abbia una sorta di innato istinto di colpevolizzarsi. I casi che si possono citare ad esempio sono i più variegati: dalla responsabilità che taluni intellettuali di casa nostra attribuiscono all’occidente per gli attentati islamisti, all’uomo “sviluppista” quale mostro foriero del cambiamento climatico terrestre. Ora è il turno del celeberrimo “Natale ai tempi del Covid”.

I fiumi di dichiarazioni che si sono susseguiti in questa direzione sono infiniti e citarne gli autori sarebbe tempo sprecato. Tuttavia, il movimento d’opinione che si è venuto a creare, in periodo d’Avvento, a supporto della ritrovata frugalità delle festività natalizie è, nell’opinione di chi scrive, preoccupante. Oltre a quello stucchevole potpourri di melasse anticonsumiste, alle quali, ahimè, siamo abituati, vi è di più. Prima di tutto, ignoranza bella e buona, in primis da parte di chi governa. Dare patenti di essenzialità a prodotti e servizi è assai rischioso, se non impossibile. Sentire i ministri Speranza e Spadafora definire non prioritario il ritorno del pubblico negli stadi dimostra quanto poco questi signori abbiano presente i fondamentali del funzionamento di una qualsiasi economia: le implicazioni della riapertura delle tribune, differentemente da quanto i due possano pensare, non consisterebbero in una marchetta ai patron dei club, per altro già tartassati da un cuneo fiscale estorsore, ma in una boccata d’aria complessiva che ridarebbe di che vivere a migliaia di famiglie, magari, ad oggi, statalmente sussidiate.

Nello stesso filone si collocano considerazioni recriminatorie nei confronti del costume dello scambio dei regali, ancor più severe se i doni in questione sono di pregio, con buona pace della filiera del lusso italiana che, al 2019, pesava il 16% sul mercato globale. Queste affermazioni non sono puro prosaicismo, bensì anche una risposta a chi ha suggerito di approfittare della situazione per “rinunciare all’egoismo e pensare, per un momento, agli altri”, quasi a segnare una ridicola netta contrapposizione tra consumo e magnanimità, già spazzata via da una magistrale Thatcher che, nel 1980, gelava l’intervistatore del London Weekend Television affermando che nessuno si sarebbe ricordato del buon samaritano se, oltre a buone intenzioni, non avesse avuto soldi ed, oggi, dall’Istituto italiano della Donazione che calcola che il calo del giro d’affari trasversale ai settori economici abbia avuto un impatto cruciale sul fundraising dell’81% delle realtà del Terzo Settore, con un 40% delle medesime che ha denunciato cali superiori al 50%.

Per non parlare di quanto una scontata diminuzione del gettito 2020 si riversi sul welfare con cui così tanto si puliscono la bocca i firmatari dei suddetti appelli, i quali paiono dimenticarsi totalmente del fatto che, a propria volta, sono retribuiti con i denari dei contribuenti.

Insomma, una serpe di contraddittorietà che si attorciglia ad infinitum. Qualche volta la spocchia statale si spinge a commenti indebiti sul moraleggiante andante, tentando di far cogliere a commercianti e ristoratori, che non battono cassa da un esercizio, il lato bello delle cose, la vicinanza degli affetti che prevale sulla qualsiasi. Benissimo, dico. Peccato che, per decreto, lo stato ha stabilito quanti devono essere gli affetti di un individuo e, nel malaugurato ma frequente caso in cui questi si trovino in un gerocomio, quando una ricongiunzione tra ricoverati e relativi cari, ormai vietata da mesi, potrà riavere luogo.

Alla luce di tutto ciò, la spinta, fuori luogo, alla riflessione, caso mai, non deve essere rivolta al fatto che si possa sopravvivere a bacche e acqua, ma a quanto oscura sia questa contingenza, a quanti passi indietro si siano compiuti in termini di libertà, in sunto: a quanto si è perso, cioè tutto, e non a quanto si è guadagnato, cioè nulla.

Ancora una volta, Maggie è provvidenziale. Interrogata sul proprio credo, rispondeva che i propri standard morali secondo cui la coscienza sceglie non derivano di certo dallo stato, ma da “qualche altra parte”. E allora, in virtù di questo, chi vi scrive spera con tutto sé stesso che la cristianità, il liberalismo, i diretti interessati e qualsiasi cosa si riconosca in quella “qualche altra parte” non si accodi all’andazzo.

Certo, si è sconfortati se si guarda al Governo italiano che ha pensato bene, per scongiurare di risarcire, di fare la grazia ai negozi di poter chiudere le serrande addirittura alle ventuno, fingendo di non sapere che gli esercenti scappano dopopranzo o direttamente non aprono dal momento che le città sono svuotate dall’impossibilità di mobilità interterritoriale e crollo dei poteri d’acquisto, ma il solo fatto di immaginare che un’economia possa ripartire per decreti e prolungamenti vari di orari certifica che stia tornando l’ombra della pianificazione e non si comprenda che il problema risieda nell’aver artificialmente bloccato lo spontaneo funzionamento della Mano Invisibile di smithiana memoria.

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