23
Dic
2020

Consigli di lettura per il 2021 / seconda parte

La fine di quest’anno così complesso è ormai alle porte e le incertezze per l’anno venturo sono numerose. Le festività di Natale sono (inevitabilmente) un momento per fermarsi, riflettere e leggere. Ma quali libri leggere per ripensare alle ragioni di una libertà così maltrattata nel corso del 2020? Ecco la seconda parte dei consigli di lettura offerti dal team IBL


Abhijit Banerjee e Esther Duflo, Una buona economia per tempi difficili (Laterza, 2020 [2019])

Come arricchire i paesi poveri e le tante persone che vivono sotto la soglia di povertà? Aiuti o non aiuti? Nel dibattito su come risolvere la povertà, da un lato c’è chi pensa che esista una trappola della povertà, che i poveri siano poveri perché poveri e che l’unico modo per cambiare la situazione sia un grosso investimento di risorse in infrastrutture, sanità e istruzione.

Magari da parte di qualche istituzione internazionale. Esemplare il progetto “millennium villages” orchestrato da Jeffrey Sachs, un esperimento (fallimentare) da 600 milioni di dollari su alcuni villaggi dell’Africa subsahariana. Dall’altro lato c’è chi pensa che gli aiuti peggiorino la situazione, impedendo alle persone di trovare soluzioni ai propri problemi, oltre a istituire burocrazie per la gestione di quegli aiuti che, inevitabilmente, in misura più o meno grande, finiranno per creare corruzione e per alimentare sfiducia nelle istituzioni. Alla maggior parte dei lettori di questo blog sarà più congeniale questa seconda posizione: lasciare liberi i poveri di badare a loro stessi, così che gli incentivi di mercato provvedano a sistemare le cose nel lungo periodo. Senonché, effettivamente, il lungo periodo tarda ad arrivare per molti (anche se per fortuna i poveri continuano a diminuire nel mondo, cosa che gli autori dimenticano di osservare).

Banerjee e Duflo, marito e moglie, entrambi Nobel per l’economia, si propongono di chiudere il dibattito. Non ambiscono a mostrare quale delle due parti abbia ragione e quale torto, di mostrare se gli aiuti siano buoni o cattivi, ma mirano a spostare l’attenzione su una domanda diversa: quali interventi funzionano? What works? E fanno una serie di esempi relativi al cibo, all’igiene, alla salute, all’istruzione e così via. Un approccio pragmatico che può risultare utile in diverse situazioni. I più critici potranno riflettere su potenzialità e limiti del mezzo di ricerca prediletto degli autori, gli esperimenti randomizzati. Chi ne vedrà l’estrema accuratezza nell’identificare un effetto causale, chi darà più peso ai limiti in termini di generalizzabilità. Non leggerei il libro aspettandomi di chiudere il dibattito sugli aiuti, ma lo farei per scoprire i molti aspetti interessanti sulla vita dei poveri e sulle loro scelte che vengono riportati dagli autori.

Paolo Belardinelli, Research Fellow IBL


Vladimir Nabokov, Intransigenze (Adelphi, 1994 [1973])

Vladimir Nabokov (1899-1977) è conosciuto soprattutto per avere scritto il romanzo “Lolita”; un libro scandaloso e geniale come il suo autore. Nabokov nacque all’interno di una famiglia dell’aristocrazia russa, il nonno era stato ministro sotto lo zar Alessandro II, mentre il padre era un importante uomo politico liberale. Il figlio stesso faceva riferimento a quella tradizione di pensiero: «Mio padre era un liberale all’antica, e non mi dispiace essere etichettato anch’io così».

Pubblicato diversi anni fa in traduzione italiana da Adelphi, “Intransigenze” riunisce per lo più interviste rilasciate da Nabokov in svariate occasioni. Ne emerge un ritratto davvero eccezionale di quest’uomo: colto, brillante e, per l’appunto, assai intransigente. In un secolo, com’è stato il Novecento, segnato da ideologie sanguinarie e da intellettuali che quasi compattamente hanno simpatizzato per le diverse varianti delle dittature comuniste, Nabokov è stato tra i pochi a credere sempre nei valori occidentali: «Un punto fermo nella mia visione interiore è l’abisso assoluto che si è spalancato tra il groviglio di filo spinato degli Stati di polizia e la spaziosa libertà di pensiero di cui godiamo in America e nell’Europa occidentale».

Il libro affronta molti temi, non ultima la sua passione per le farfalle, e nelle interviste l’importanza della dimensione politica viene spesso minimizzata da Nabokov: da un lato egli è stato un maestro nel creare inganni, enigmi e depistaggi, e le sue affermazioni vanno pertanto soppesate e interpretate con attenzione; dall’altro la sua storia personale è stata segnata negativamente dalla politica: dopo la presa del potere dei bolscevichi, insieme alla sua famiglia fu costretto ad abbandonare il proprio Paese natale (girovagando poi tra Inghilterra, Germania, Francia, Stati Uniti e, infine, Svizzera), il padre venne assassinato da un estremista di destra e il fratello Sergei trovò la morte in un campo di concentramento nazista. Risulta facile immaginare come, dietro le parole di Nabokov, ci sia la reticenza ad affrontare alcune questioni.

Ma romanzi come “Invito a una decapitazione” e “Un mondo sinistro”, oppure racconti come “La distruzione dei tiranni” affrontano direttamente il tema dell’oppressione e delle dittature. Non a caso, diversi saggi hanno analizzato questi aspetti della produzione di Nabokov, tra questi il libro “Vladimir Nabokov and the Poetics of Liberalism” di Dana Dragunoiu.

Dalla lettura di “Intransigenze”, il liberalismo di Nabokov può apparire particolarmente vago: «Libertà di parola, libertà di pensiero, libertà artistica. La struttura sociale o economica dello Stato ideale mi interessa poco. I miei desideri sono modesti. I ritratti del capo del governo non dovrebbero essere più grandi di un francobollo. Niente tortura e niente pena di morte. Niente musica, se non quella che arriva attraverso gli auricolari e si suona nei teatri». Come detto, il suo pensiero era stato fortemente influenzato dai liberali russi attivi prima della rivoluzione, tra i quali figurava il padre. Per loro la libertà aveva una sorta di connotato pre-politico ed era associata al diritto naturale: erano per la massima estensione della libertà individuale e per la riduzione della coercizione statale, in un Paese che – come ha messo in luce anche Richard Pipes in “Proprietà e libertà” (di prossima pubblicazione per IBL Libri) – aveva conosciuto solo l’assolutismo, anche in periodi in cui, altrove, andavano avanzando forme sempre più evolute di democrazia.

In definitiva, dalla lettura di “Intransigenze” risulta quasi impossibile non simpatizzare per l’uomo Nabokov: «Non ho mai fatto parte di un partito politico, ma ho sempre provato ripugnanza e disprezzo per le dittature e gli Stati polizieschi, oltre che per ogni forma di oppressione». Per il Nabokov scrittore si rimanda invece a tutta la sua produzione di romanzi e racconti.

Filippo Cavazzoni, Direttore editoriale IBL


Marco Romano, La città come opera d’arte (Einaudi, 2008)

Quello che abbiamo appena trascorso è stato un anno che ci ha allontanato drasticamente dalla città, dalla gente e dalla bellezza dei luoghi. In un periodo così martoriato da eventi negativi, accompagnati da una costante perdita di libertà individuale e un continuo attacco alla proprietà privata, il mio consiglio ricade su “La città come opera d’arte”, un testo scritto da uno dei pochissimi urbanisti liberali italiani, nonché simpatizzante dell’Istituto Bruno Leoni: il professor Marco Romano.

Un libro raffinato ed elegante, intriso di realtà e una spasmodica ricerca delle origini della bellezza urbana, nel quale si discute di democrazia, liberi cittadini ed estetica. Ad alcuni potrà sembrare che il libro tratti esclusivamente il tema dell’architettura, invece l’autore ci racconta molto di più. Ad esempio, riferendosi all’evoluzione della città tradizionale europea, Romano scrive: «Se un cittadino è infatti tale perché ha il possesso della propria casa, e se la società è mobile, sarà quasi scontato che ogni famiglia esprima pubblicamente il proprio status nella facciata della casa […]. Ciascuno viene ricompensato del denaro profuso nella propria facciata rendendo così più bella la città intera […] ciascuno nell’ambito delle proprie disponibilità, etiche, estetiche o patrimoniali». È così che, secondo l’autore, la bellezza complessiva, spontanea e organica della città tradizionale è emersa e si è consolidata nel tempo.

Leggere questo libro vi porterà a guardare con occhi nuovi l’ambiente costruito. Nel susseguirsi delle pagine vi ritroverete a braccetto con l’autore, a spasso per le più belle città d’Europa, e scoprirete ancora una volta – se mai ve ne fosse bisogno – l’importanza della libertà. Libertà che in questo caso ha anche il merito di non essere mai fine a se stessa ma di divenire strumento essenziale per la formazione della più grande e maestosa opera d’arte collettiva vivente: la città.

La città è una cosa troppo bella e importante perché sia abbandonata nelle mani di pochi politici, pianificatori e burocrati. È per questo che vanno riscoperti i principi liberali che hanno garantito il suo ancora esistente splendore.

Stefano Cozzolino, Fellow IBL


Philip Haslam e Russell Lambert, When Money Destroys Nations (Penguin, 2014)

Che succede quando un governo crea quantità vastissime di moneta per finanziare il suo deficit? La risposta dei due autori è semplice: ciò che accade è una tragedia.

Philip Haslam e Russell Lambert ci raccontano le cause e conseguenze dell’iperinflazione in Zimbabwe durante la prima decade del duemila. Durante quegli anni il governo del paese decise, come risposta alla situazione economica e finanziaria che attraversava la nazione, di stampare moneta per risolvere i suoi problemi. Pensavano fosse la soluzione a tutti i mali e invece ottennero l’inferno.

Dal libro, scopriremo le dinamiche economiche e politiche che portarono al Zimbabwe a vivere una delle iperinflazioni più devastanti della storia. La dipendenza della banca centrale dal potere politico, il ruolo giocato dalle banche, il controllo dei prezzi e la persecuzione contro il settore privato sono solo alcuni degli aspetti principali del lavoro di Haslam e Lambert.

Il libro non solo si limita agli aspetti economici della crisi ma prova a capire le ripercussioni sulle persone. I protagonisti sono gli abitanti dello Zimbabwe: lavoratori, imprenditori, anziani, giovani e tanti altri, che raccontano come l’iperinflazione abbia stravolto le loro vite. I risparmi di una vita sono spariti e con gli stipendi non potevano comprare nulla.

Nel 2009 lo Zimbabwe è uscito da tale tragedia. Dopo tanti anni la minaccia dell’iperinflazione è quasi sparita nel mondo. Le banche centrali e i governi sono stati testimoni delle terribili conseguenze a cui può portare un fenomeno del genere e hanno preferito non rischiare. Oggi però assistiamo alla ricomparsa di proposte e atteggiamenti preoccupanti, la Modern Monetary Theory, per esempio. L’idea di manipolare la moneta per risolvere tutti i problemi è ancora dibattuta e forse in tempi come questi è utile guardare al passato per scoprire i disastrosi esiti di una tale presunzione.

Carlos Di Bonifacio, Intern IBL


Murray N. Rothbard, L’etica della libertà (Liberilibri, 1996 [1982])

In “L’etica della libertà”, Rothbard esamina un tema decisamente complesso, affascinante e profondo: è possibile scoprire, tramite la ragione, una morale naturale? In altre parole: esiste un corpo di “diritti” naturali – o meglio, un’etica naturale – deducibile univocamente, con rigore logico-argomentativo, dall’analisi di concetti come “essere umano”, “proprietà”, “aggressione”?

Ovviamente, Rothbard risponde in senso affermativo, e sviluppa un sistema filosofico fondato su poche semplici premesse dalle quali scaturiscono serrate, stringenti e brillanti argomentazioni.

Partendo dall’Assioma dell’Azione Umana – derivato dall’idea di uomo come homo agens – ed affiancandovi pochi postulati largamente condivisibili – come la proprietà assoluta che ogni essere umano esercita naturaliter sul proprio corpo, sulla propria forza-lavoro, sul proprio libero arbitrio, e sulla res nullius di cui si appropria per primo – Rothbard costruisce un impianto concettuale in grado di rispondere alla domanda filosofico-politica (forse) più antica del mondo: in una società, in una polis, chi ha diritto a cosa? E perché?

Il corpo centrale del libro affronta – con straordinaria razionalità e gettando le fondamenta dell’anarco-capitalismo – alcune questioni etiche di estremo interesse e di sorprendente attualità. Senza pretese di esaustività, ed unicamente per pungolare la curiosità del potenziale lettore, menziono le seguenti: Esiste un diritto alla reputazione? Esiste un diritto alla libertà di parola? Esiste un diritto all’immigrazione? Come considerare la corruzione? Esiste un diritto alla salute? È moralmente legittimo abortire? Gli animali hanno dei diritti?

A tutte queste questioni Rothbard risponde sempre in modo molto netto, cogente ed univoco, senza infingimenti, giri di parole o mezze misure, dimostrando continuamente al lettore – da diversi punti di vista e con diversi esempi – la seguente semplice evidenza logica: non esistono diritti che non siano riconducibili al diritto di proprietà.

A prescindere dall’opinione che si possa avere su Rothbard e sull’anarco-capitalismo, “L’etica della libertà” è una lettura indubbiamente stimolante; consigliata, in particolare, a chi voglia andare oltre il triviale “senso comune” nella regolazione dei rapporti tra individui.

Fabrizio Ferrari, collaboratore di Leoni Blog


Ciarán Mc Mahon, a cura di, Psychological Insights for Understanding COVID-19 and Media and Technology (Routledge, 2020)

Non sono un gran lettore di saggi di psicologia. Da individualista catallattico, sorrido di molti schemi interpretativi che pretendono di spiegare idee, comportamenti e pregiudizi sulla base preminente di interazioni collettive. Quando avverto aria di strutturalismo sociale dirigista, eticamente corretto per teoremi di sedicente “progressismo”, giro i tacchi. Ma c’è un ma. Il tumulto comportamentale e l’orgia di normativismo altalenante e privo di riferimenti certi che scuotono l’Occidente per via del COVID mi hanno condotto in particolare ai cyber-psicologi. Quelli che interpretano le interazioni tra pandemia, uso dei social, flusso di notizie, teorie della cospirazione, populismo e filo autoritarismo.

Ecco l’ultimo e-book fresco di lettura, disponibile da pochi giorni. È una riflessione collettanea in otto parti, diverse delle quali estrapolazioni aggiornate di libri e ricerche dei diversi autori. Una quindicina di accademici e ricercatori di università dall’Australia all’Irlanda all’Olanda a Israele. E di noti consulenti di cyber security come il coordinatore Ciarán Mc Mahon.

Resto scettico, ma comunque stimolanti i contributi su come si creino e consolidino appartenenze identitarie sui social, ben distinte tra adolescenti e “maturi”, che usano piattaforme e linguaggi pressoché non comunicanti. Abbastanza scontate le considerazioni su fake news, bot e algoritmi. Molto meno le parti dedicate alla dinamica compulsiva o autofrenante dei gruppi identitari in rete; o ai fattori abilitanti che fanno decollare le teorie della cospirazione per chi ha interesse trasversale a coltivarle a propri scopi (le psy ops sino-russe ormai battono tutti, in materia). Molto interessante invece il tentativo di risposta al quesito: come possiamo volgere i social-conformismi alla miglior soluzione dei problemi reali dalla cui mancata soluzione sono originati?

Sullo sfondo, resta l’approccio molto diverso che su questi temi un individualista è portato ad avere rispetto a un costruttivista collettivo. Ma poiché pulsa ogni giorno sui social l’attuale fragilità dell’Occidente, spaurito di valori e dimentico della libertà, considerare la sferza della pandemia come un grande laboratorio cognitivista con cui è obbligatorio fare i conti è una prospettiva più affascinante dell’arida conta dei morti dei quotidiani bollettini di governo.

Oscar Giannino, giornalista economico e collaboratore IBL


Georges Ifrah, Histoire universelle des chiffres (Robert Laffont, 1994)

Circa duemila pagine: sono queste le dimensioni della “Histoire universelle des chiffres” (Storia universale delle cifre) scritta da Georges Ifrah nel 1981, ma poi ripubblicata in una versione molto ampliata – e in larga misura nuova – nel 1994.

Si tratta di un’opera per certi aspetti unica e formidabile, che affronta la vicenda dei numeri e del loro ruolo nel corso dell’intera storia umana, abbracciando culture diversissime. Professore di matematica, per scrivere questo libro Ifrah si è dovuto fare etnologo e storico, ma anche epistemologo ed esperto d’informatica, così da permettere ai lettori di avvicinare alcuni dei segreti fondamentali del nostro rapporto con i numeri.

La ricerca – illustrata da più di 16 mila documenti, calligrafie e tavole – aiuta a comprendere come le cifre siano al cuore dell’esperienza intellettuale dell’uomo fin dai tempi più lontani, segnando la mistica e la letteratura oltre che la tecnologia e la vita economica.

Questo libro mostra come le cifre siano uno strumento che aiuta a comprendere l’uomo in alcuni dei suoi misteri, perché vi è un fil rouge che collega la nostra mano (la prima calcolatrice mai utilizzata), le corde annodate dagli Inca, il pitagorismo, la kabala ebraica, le indagini sullo zero e sull’infinito, il progetto di una mathesis universalis di Leibniz, la nascita dell’insiemistica, lo sviluppo del calcolo binario e dell’informatica.

Avendo attraversato discipline molto diverse e affrontato il ruolo dei numeri in culture molto distanti e differenti, il libro si è fatalmente esposto a più di una critica da parte degli specialisti di questo o quell’ambito. Ciò non toglie che si tratti di una lettura affascinante: un viaggio nella complessità dell’uomo (anche se vi sono ampi ambiti, penso al rapporto cruciale tra i numeri e la musica, che neppure vengono toccati da questa indagine pur tanto vasta).

Carlo Lottieri, Direttore del dipartimento “Teoria politica” IBL


José Ortega y Gasset, Discorso sulla caccia (Editoriale Olimpia, 2007)

Una cosa è certa: il 2020 ci ha costretti a fare i conti con l’essenziale, e di conseguenza con la felicità. Vale per i pochi fortunati che hanno scoperto di poterla trovare in quell’essenziale e vale per i molti che, quantomeno, hanno forse un’idea più chiara di cosa nella vita “di prima” li rendesse felici. Questo libro è nato come prefazione a un libro di caccia, ma in realtà parla proprio di felicità.

Il titolo non è un caso: per la maggior parte della storia umana, la caccia è stata – nella vita dei soliti pochi fortunati e nell’immaginario collettivo di tutti gli altri – il simbolo della felicità. E questo nonostante un fatto a dir poco stupefacente: mentre il lavoro ha attraversato i mutamenti più radicali, il programma della vita felice ha subito poche varianti nel corso dell’evoluzione umana. Nel tempo libero, l’uomo ha fatto (o sognato di fare) sempre le stesse cose: praticare attività sportiva, partecipare alle feste e conversare. Ma anzitutto, soprattutto e con costanza anche maggiore… cacciare.

Ortega y Gasset non ci invita a cacciare di più, quanto a non dimenticare, nel disegnare il futuro, ciò che, quantomeno secondo l’esperienza storica dell’uomo “comune”, ci ha reso più felici. Dopo un anno trascorso confinati nelle nostre case, l’invito mi pare quanto mai calzante; e il libro, ve lo garantisco, non farà che alimentare questa consapevolezza.

Giacomo Lev Mannheimer, Research Fellow IBL


Rivista di Politica, direttore responsabile Alessandro Campi (Rubbettino)

Molti sono i libri che andrebbero letti in questo momento, sia appena usciti che editi qualche anno fa. Per citare giusto le principali case editrici di tematiche liberali, credo che sarebbe buona cosa munirsi de “La crisi sociale del nostro tempo” di W. Röpke così come della monografia dedicata a L. Sturzo “I limiti del popolo” di F. Felice, entrambi pubblicati da Rubbettino. Sono oltremodo utili per riflettere su alcune criticità delle nostre società contemporanee, nonché per riscoprire autori messi un po’ alla berlina in Italia.

Per Liberilibri, oltre a “L’ingranaggio del potere” di L. Castellani, che mette a nudo le problematiche della tecnocrazia in rapporto alla democrazia, direi che “La mente liberal” di K. Minogue potrebbe fare al caso di chi volesse capire cosa è diventato un certo liberalismo contemporaneo, tutto welfare e statalismo. A ciò collegato, anche “La mente servile” del medesimo autore, ma pubblicato da IBL Libri (facciamo un po’ di pubblicità anche all’Istituto Bruno Leoni), riserva non pochi spunti di riflessione in merito al servilismo che sempre più serpeggia nelle nostre società. Da non dimenticare, inoltre, l’appena pubblicato “Razionalismo in politica e altri saggi” di M. Oakeshott, che sempre IBL Libri ha meritoriamente proposto in lingua italiana, dopo un ritardo durato decenni. Fin qui, tutto sommato, nulla di così eclatante. Nel senso cioè che, magari, un lettore attento e interessato al liberalismo potrebbe conoscere i titolo menzionati.

Ma il consiglio forse più singolare, riguarda non l’acquisto di un particolare libro, bensì l’abbonamento ad una rivista: la “Rivista di Politica”. Si tratta di un trimestrale scientifico, fondato da Alessandro Campi ormai un decennio fa. E la ragione che mi lega a ciò è di tipo affettivo. Qualche anno fa, quando ero uno studente triennale, decisi di abbonarmi a tale rivista. Sul primo numero ricordo che, tra gli altri saggi, ve ne era uno scritto da Antonio Masala dedicato a una figura intellettuale mai sentita, ma che mi stuzzicò molto e che, in qualche modo, contribuì a modificare il mio modo di vedere le cose: Bruno Leoni. Senza l’abbonamento alla RdP chissà per quanto ancora non avrei sentito questo nome (ma anche altri liberali ad esso collegati). Il taglio accademico, ma non pedante, il fatto che non guardi ai rigidi schemi disciplinari con ottusità, la pluralità di voci che essa assicura, cosa non sempre riscontrabile in altre riviste, rendono la “Rivista di Politica” una pubblicazione meritevole di attenzione. Abbonatevi insomma.

Carlo Marsonet, dottorando e membro del Book Club IBL


Loris Zanatta, II populismo gesuita: Perón, Fidel, Bergoglio (Laterza, 2020)

Fidel Castro, per Loris Zanatta, è «l’ultimo re cattolico». Lo storico bolognese usa questa formula suggestiva nell’altro suo libro di quest’anno, una poderosa biografia di Fidel uscita per Salerno (si legge come un romanzo). L’adesione al marxismo è uno strato di vernice, sotto la quale si intuisce quella che è la comune origine “gesuita” dei populismi latinoamericani. La nostalgia per una comunità primigenia, organica, nella quale «ogni cosa è al suo posto» e gli individui operano armoniosamente come organi di uno stesso corpo sociale.

Nelle missioni gesuite, «i padri erano la testa dell’organismo […] le missioni erano comunità corporative: ogni gruppo aveva la sua specifica funzione; ogni funzione implicava precisi doveri; tutti insieme formavano un corpo dove ognuno aveva il suo posto, anche gli “ultimi”, sottratti così al pericolo di abbandono: in ciò consisteva la “giustizia sociale”».

La nostalgia per quest’ordine, così diverso dalla società borghese segnata da quella continua produzione di novità tipica della crescita economica moderna, e quindi dal cambiamento, e quindi da una certa precarietà rispetto al proprio ruolo all’interno di quella società stessa, segna la cultura politica in America Latina ma, in fondo, anche dalle nostre parti. In un caso e nell’altro si nutre di antiamericanismo, di odio per gli Stati Uniti e tutto ciò che essi rappresentano sulla grande tela delle vicende politiche mondiali.

Zanatta è un attento studioso del peronismo, il cui fondamentale nucleo ideologico è «una concezione organicista della società, agli antipodi di quella della tradizione illuminista e liberale». Peronismo e castrismo hanno le stesse radici. E le ha pure il discorso politico del più influente leader intellettuale della sinistra contemporanea, Jorge Maria Bergoglio, di cui questo libro presenta anche alcuni essenziali dati biografici. Ad esempio questo: «Quando dirigeva l’Università del Salvador, ricordano a Buenos Aires, era lapidario: accetto docenti d’ogni corrente, peronisti o comunisti non importa, purché non siano “liberali”».

Alberto Mingardi, Direttore generale IBL


Bernard Malamud, Il commesso (Minimum fax, 2017 [1957])

«Un giorno gli venne un’altra idea. Incollò un avviso in vetrina: “Panini caldi e minestre da portar via”. Pensava di poter sfruttare a vantaggio del negozio la sua pratica nella preparazione dei piatti semplici […] Dicevano che era la prima volta che nel quartiere si potevano avere dei cibi caldi da asporto».

Il mercato è fatto di idee, anche semplici, e del tentativo di realizzarle per vedere se funzionano e piacciono. Come quella di preparare piatti da asporto in un alimentari che fatica ad avere clienti. È uno dei tanti tentativi di Frank Alpine, protagonista de “Il commesso”, libro del 1957 di Bernard Malamud, in commercio in Italia grazie a Minimum fax.

Il romanzo si svolge in un tratto di una stradina di Brooklyn, dove concorrono nella buona e nella cattiva sorte l’alimentari di Morris, la drogheria di Pearl e il negozio di liquori di Karp. Morris è un negoziante ebreo che sgobba senza sosta ma anche senza successo, sfortunato forse, di sicuro privo di quel fiuto per l’impresa che bonariamente invidia a Karp. Frank Alpine, giovane senza passato di origini italiane, lo costringerà alla sua presenza, ingombrante ma necessaria per provare a risollevare le sorti del negozio. Morris Bober (Morris il semplice, nel linguaggio yiddish) non è un perdente anche quando perde, perché onestà e fiducia non gli vengono mai meno: di fronte alla neve di aprile, segno di un Dio lontano e forse punitivo, si mette a spalare perché «non è bene per i clienti» camminare nella neve così alta, anche se di clienti lui non ne ha.

Il romanzo, nella sua schiettezza, mette molte cose sul piatto. Di queste, piace segnalare la dignità dell’imprenditore, il tarlo dell’onestà del lavoro che rode anche chi è capace di rubare, la fatica e la bellezza della concorrenza, l’essenzialità delle strategie di mercato, fosse anche semplicemente quella di chiudere il negozio un’ora dopo gli altri, aspettando gli ultimi ritardatari che non hanno ancora pensato alla cena. E infine, il ruolo della sorte e la rivalità continua tra ciò a cui sembriamo destinati e ciò a cui proviamo ad aspirare, che è l’essenza stessa della nostra libertà.

Serena Sileoni, Vicedirettore generale IBL

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