15
Dic
2020

Consigli di lettura per il 2021 / prima parte

La fine di questo anno così complesso è ormai alle porte e le incertezze per l’anno venturo sono numerose. Le prossime festività saranno inevitabilmente un momento per fermarsi, riflettere e leggere. Ma quali libri leggere per ripensare alle ragioni di una libertà così maltrattata nel corso del 2020? Ecco i consigli di lettura offerti dal team IBL


Sheena Iyengar, The Art of Choosing. The Decisions We Make Everyday of our Lives, What They Say About Us and How We Can Improve Them (Twelve, 2010)

Scegliere è un’attività umana fondamentale e intimamente connessa alla libertà individuale. Sheena Yiengar, professoressa di Business al Dipartimento di Management della Columbia Business School, ci conduce in un viaggio appassionante nel concetto di scelta, nel rapporto tra le scelte e la libertà e nella relazione tra l’individuo, la propria natura, il ruolo dell’educazione e l’importanza di scegliere.

Attraverso il racconto di esperimenti e paper scientifici, sempre utili durante ogni cocktail party che si rispetti, la professoressa nata in Canada da genitori indiani, ci porta a sfidare molte delle idee convenzionali sull’importanza di scegliere, ricordandoci come l’opportunità di scelta possa o meno essere apprezzata, in ragione di motivi culturali e dimostrando come scegliere possa anche essere un’attività faticosa e a volte insopportabile. L’abbondanza di scelte può anche condurre a performance poco efficienti e, nel finale, l’autrice ci regala alcuni suggerimenti su come affrontare il continuo trade-off tra scelte con diversa utilità ma di importanza relativa sempre elevata.

Il libro rappresenta un’appassionante sfida intellettuale per chi, come noi occidentali, dà per scontato che scegliere sia una delle più importanti espressioni della libertà individuale e che l’abbondanza di scelte sia una condizione necessaria per dirsi davvero liberi. Alla fine del libro ne sarete probabilmente ancora più convinti, ma il percorso che avrete fatto per confermare le vostre opzioni in merito vi avrà certamente arricchito e vi consentirà di apprezzare ancora di più la società libera in cui molti di noi hanno avuto la fortuna di nascere e crescere.

Carlo Amenta, Senior Fellow IBL


Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto (Feltrinelli, 2020)

«Io sono il volto invisibile del potere. Io sono il capo di gabinetto. So, vedo, dispongo, risolvo, accelero e freno, imbroglio e sbroglio. Frequento la penombra. Della politica, delle istituzioni e di tutti i pianeti orbitanti. Industria, finanza, Chiesa. Non esterno su Twitter, non pontifico sui giornali, non battibecco nei talk show. Compaio poche volte e sempre dove non ci sono occhi indiscreti. Non mi conosce nessuno, a parte chi mi riconosce».

Nel libro Giuseppe Salvaggiulo ha raccolto le confessioni di un anonimo capo di gabinetto – «della Prima, della Seconda e della Terza Repubblica» – descrivendo con lucida puntualità il “dietro le quinte” della politica romana. Il libro è un nitido ritratto del mondo che ruota tra Palazzo Chigi, ministeri e magistrature amministrative, mosso dalle dinamiche politico-istituzionali del sistema di governo. Nelle pagine dense, tra fatti della storia più o meno recente e dettagli finora oscuri, si disvela ciò che accade nelle stanze del Potere – inaccessibili anche ai più attenti osservatori della cosa pubblica – attraverso gli interpreti di un copione che si ripete di legislatura in legislatura: i capi di gabinetto. Sono i burattinai del palcoscenico romano, coloro i quali tengono le fila degli accadimenti.

L’anonimo protagonista del libro di Salvaggiulo tratteggia in prima persona, con dovizia di particolari, i momenti più importanti della scena politica, pubblica e privata, attraverso l’azione di chi opera nell’ambito degli apparati governativi. Cambiano i nomi, ma i meccanismi mediante i quali si estrinsecano le dinamiche politiche restano gli stessi. E questo è anche il motivo per cui negli anni, di Governo in Governo, restano sostanzialmente gli stessi anche i capi di gabinetto. Come sacerdoti, essi interpretano i riti di cui sono depositari, con la sacralità connessa al ruolo, coltivando utili relazioni mediante abilità e competenza consolidate dall’esperienza.

Salvaggiulo descrive gli ingranaggi del Potere che alcuni orologiai muovono sincronicamente, secondo una logica sempre rispondente all’interesse che di volta in volta deve prevalere, in funzione di un disegno più ampio e unitario. Disegno che lega i protagonisti del momento. Non vengono descritte solo le vicende riguardanti il capo di gabinetto che narra gli eventi, ma si espone un sistema complesso, che si dispiega là dove nulla accade per caso, ove nessun nome è scelto di per sé, ma per la rete in cui è inserito.

Parlamentari, ministri, sottosegretari passano, anche quando conservano la poltrona per lungo tempo. Ma il vero Potere, quello che resta, lo detengono coloro i quali – come l’anonimo capo di gabinetto – stanno all’ombra del Potere. Essi rimangono occulti – pochi saprebbero ricordarne il nome – eppure sono proprio loro i soggetti che contano veramente. «Anche oggi al centro del Potere, anzi: anche oggi io sono il Potere». Basterebbe quest’affermazione a far dubitare che i protagonisti della scena pubblica, quelli che appaiono alla ribalta, siano realmente gli attori del quadro istituzionale. Ma per il capo di gabinetto l’importante è che gli eletti di passaggio siano convinti di essere i veri decisori e si illudano, almeno inizialmente, di poter incidere sulla realtà delle cose. Mentre c’è chi ne orienta i comportamenti, perché sa come le cose vanno veramente.

Dopo aver concluso la lettura del libro, tra sentimenti di stupore e irritazione, mai di rassegnazione, si riesce a comprendere meglio perché l’Italia resta ferma al Gattopardo. Tutto sembra cambiare, ma in fondo nulla cambia. Ci sono i custodi del Potere, in ogni senso, fisso e immutabile nel tempo.

Vitalba Azzollini, Fellow IBL


Matt Ridley, How Innovations Works (Fourth Estate, 2020)

L’ultimo e recente libro di Matt Ridley ha un tema al centro, ed è l’innovazione. How innovation works ha al centro in particolare i meccanismi alla base dei processi di innovazione.

Con una tesi chiara, forse non nuova ma di questi tempi è tutt’altro che scontata o comunemente accettata: l’innovazione è l’altra faccia della libertà, come arguisce il sottotitolo (and why it florishes in freedom), è figlia della libertà (e genitore della prosperità). Altro che Stato innovatore, viene da dire. Innovatore è sempre l’individuo, con la sua genialità ed i suoi limiti.

Come al solito, la penna di Matt Ridley è avvincente e ricca di riferimenti interessanti e affatto scontati. Speriamo in una rapida traduzione italiana, di modo che il dibattito pubblico intriso di statalismo possa arricchirsi di questa voce, resa disponibile anche per il pubblico più ampio.

Andrea Battista, Consigliere d’amministrazione IBL


Jonathan Haskel e Stian Westlake, Capitalism Without Capital. The Rise of the Intangible Economy (Princeton University Press, 2017)

Negli ultimi decenni il peso dei beni capitali nell’economia e nelle aziende è stato ampiamente superato dall’accumulazione dei beni immateriali. Software, investimenti in capitale umano, marchi e brevetti costituiscono “attivi” ormai divenuti imprescindibili per l’economia capitalistica del XXI secolo e consentono la creazione di imperi economici che, a confronto con i giganti del passato, sono incredibilmente “leggeri”.

In questo libro si offre una panoramica completa e accurata del fenomeno, delineandone gli effetti più importanti per le singole aziende e i sistemi economici, arrivando a spiegare alcuni fenomeni come la disuguaglianza e le problematiche relative alla misurazione della produttività.

Il libro è particolarmente consigliato anche per gli ampi riferimenti bibliografici che offrono una panoramica completa a chi volesse approfondire ed è inoltre scritto in uno stile molto scorrevole e ricco di esempi.

Nicolò Bragazza, Fellow IBL


Lorenzo Forni, Nessun pasto è gratis. Perché politici ed economisti non vanno d’accordo (Il Mulino, 2019)

Non compete sugli scaffali degli instant book, né pretende di fare i conti coi “giganti” dell’economia per poter innovare questo o quel concetto che scalda (solo) gli accademici. Nessun pasto è gratis è un libro risolutivo per fare i conti con una sola e semplice verità: l’unica per cui l’economia riguarda le nostre vite prima e più che gli addetti ai lavori.

Il vincolo di bilancio, ricorda Forni, è qualcosa che le persone sperimentano nella loro vita, ogni giorno. Eppure, perché è così complicato spiegare l’evidenza, valida per individui e famiglie come per gli Stati? Perché la regola ripresa dal titolo, che può apparire tanto banale, viene puntualmente sfidata da pressoché ogni conversazione che sfiori le questioni economiche?

Forni dà delle risposte con una capacità di sintesi notevole e uno sforzo divulgativo del tutto riuscito. Mette in fila vari aneddoti, talvolta gustosi, che sono anche una valida introduzione per neofiti (solo per i coraggiosi si traducono, alla fine, in formule algebriche e in un prezioso indice delle crisi economiche dal 1900 ad oggi).

In poco più di un centinaio di pagine, diventa chiaro perché economia non fa rima con magia. E dunque perché, spesso, “politici ed economisti non vanno d’accordo”.

Il libro raggiunge lo scopo senza dover compiacere alcuna “parrocchia”, o dover cavalcare un trending topic. Un motivo per cui tornerà utile in tempi eccezionali: quelli delle sperimentazioni su moneta, imprese, consumatori. Ma “se si spende più di quanto si produce, alla fine qualcuno deve saldare il conto”.

Enzo Cartaregia, Staff IBL


Carlo Emilio Gadda, Divagazioni e garbuglio (Adelphi, 2019)

Il libro contiene una raccolta di articoli di giornale e saggi critici di Gadda originariamente apparsi tra il 1927 e il 1968. Nonostante il carattere “residuale” della raccolta, emergono la straordinaria coerenza stilistica e il costante rigore interpretativo – per Croce la “severità” – di Gadda.

I sessanta saggi contenuti nel volume si prestano a diversi percorsi di lettura. Un buon punto di partenza può essere legare i due saggi manzoniani. Quello di apertura (originariamente pubblicato in Solaria nel 1927) fin dal titolo rivela l’intenzione: “Apologia manzoniana”; ed è tanto sorprendente in un autore che scrive la lingua più lontana dal manzoniano che si sia vista nella letteratura italiana. Come scrisse Contini, “Averso la ghibellizzazione nella sua forma più rozza […] La gaddizzazione di Manzoni consiste capitalmente nel rivelarne la profonda, irrimediabile tragicità degli eventi, travolti, nonostante il lume dell’intelletto giudicante (“analista”), nel fluire d’una fatale necessità”. E già si avverte il profumo del Pasticciaccio.

Il frequentatore delle cose di IBL apprezzerà la capacità di Gadda di distinguere tra il diritto e la legge: “Un governatore, anzi 10 governatori, fanno stampare dei divieti che dovrebbero essere legge e non sono”. O il riconoscimento degli effetti perversi dei prezzi imposti: “Sua Eccellenza comanda che il pane sia dato a buon prezzo: forse non ignora cosa significhi questo comando, ma pensa: per oggi vivremo”.

Per poi proseguire con “Manzoni diviso in tre dal bisturi di Moravia” (da Il Giorno, 1960). In cui la polemica di Gadda si fa esplicita, contro “Moravia (che) si avventa […] contro il Manzoni presunto aedo della non-rivoluzione, cioè della paura conservatrice identificata nella corruzione borghese della società italiana e cattolica, in un seguito di eguaglianze a=b=c=d che ci appaiono, è il meno che si possa dire, alquanto gratuite”.
Vi è di che godere.

Natale D’Amico, Membro del Comitato d’indirizzo IBL


Henning Ritter, Sventura lontana. Saggio sulla compassione (Adelphi, 2007)

Il vero motivo per cui nelle riunioni di famiglia tipiche del periodo festivo è bene non parlare di politica è che se si litiga si finisce con l’accusare gli altri di essere poco compassionevoli. Le discussioni diventano accese perché tale accusa colpisce tutti nel profondo.

Visto che quest’anno le riunioni di famiglia sono diradate, leggere in santa pace un libro sulla compassione non dovrebbe comportare alcun affanno, anche se il tema non si presta ad una lettura rilassante e distratta, un po’ perché la compassione sembra essere una risorsa scarsa e un po’ perché c’è sempre il rischio di sentirsi in ogni caso chiamati.

I saggi di storia delle idee ben scritti, come questo di Ritter, consentono al lettore di immergersi nel tema prescelto come se non fosse coinvolto in prima persona. Sembra che il tema ci riguardi solo come oggetto del contendere all’interno di un dibattito puramente teorico: l’intreccio delle contrapposizioni si articola in maniera scorrevole, mai pedante, e ci dimentichiamo che si sta parlando di noi. Ritter ci trasporta in un’epoca lontana e ci fa assistere al dibattito che coinvolse la società europea e i protagonisti della repubblica delle lettere del Settecento, quando il tema della compartecipazione alle disgrazie altrui venne inquadrato in maniera sistematica.

Ritter non ha mai il tono del moralista accusatore, e se nel suo incedere rischia di avvicinarsi troppo a noi, lo fa con un garbato tocco ironico, anche se ci sta mostrando quelle che potrebbero essere delle nostre manchevolezze, come ad esempio quando evidenzia le contraddizioni di chi si autocommisera per un nonnulla mentre è disattento (o perfino distaccato) nei confronti di eventi terribili che colpiscono moltitudini di persone.

Questo volume ha il pregio di offrirci un aiuto nel difficile esercizio di coltivare la negletta virtù stoica del chiedere poco agli altri e molto a sé, e chissà, di renderci più guardinghi nell’accusare gli altri in occasione della prossima sana litigata sotto l’albero.

Paolo Di Betta, Fellow onorario IBL


Jonathan Sumption, Trials of the State. Law and the Decline of Politics (Profile Books, 2020)

Dopo aver insegnato storia medievale a Oxford per qualche anno, Lord Sumption ha preferito appendere al chiodo la toga accademica, per indossare quella da giurista, diventando, prima, uno dei barrister di maggior successo degli ultimi anni e, infine, giudice della Corte suprema del Regno Unito.

Lo scorso anno, una volta andato in pensione, ha tenuto le prestigiose Reith Lectures, ora raccolte nel presente volume: un’occasione che egli ha impiegato per riflettere sul rapporto tra diritto e politica.

Il testo prende avvio da una constatazione che è ormai quasi ovvia: il Parlamento ha perso gran parte del suo tradizionale ruolo di selezione dei diritti così “fondamentali” da meritare di essere posti al di là della portata delle maggioranze elettorali, e di ciò, oggi, si occupano principalmente i giudici, che scoprono quei diritti tra le pieghe di testi formulati in modo necessariamente vago e aperto, quali sono le costituzioni o le convenzioni sovranazionali. Spesso si tratta di decisioni apprezzabili, ma, ammonisce Sumption, più importante dell’esito decisionale è il modo in cui quest’ultimo viene raggiunto: in Parlamento, si costruiscono coalizioni e si stringono compromessi, il tutto sotto lo scrutinio dell’opinione pubblica; in tribunale, c’è un solo vincitore, che viene scelto nel segreto della camera di consiglio.

Il popolo accetta le regole perché ne riconosce la legittimità: e lo fa, soprattutto, perché ha avuto parte (diretta o indiretta) nella loro formazione. Ma se all’urna si sostituisce la sentenza – se, in altre parole, a una democrazia di milioni di elettori se ne sostituisce una con una sola manciata di essi – è possibile che egli abbia di che obiettare. E in modi che potrebbero non sempre essere dei più piacevoli.

Giuseppe Portonera, Fellow IBL


Angelo Miglietta e Alberto Mingardi, a cura di, Dal sesterzio al Bitcoin. Vecchie e nuove dimensioni del denaro (Rubbettino, 2020)

Negli ultimi mesi Bitcoin ha attirato l’attenzione dei media mainstream a seguito di una crescita che ha fatto registrare nuovi massimi storici, attraendo anche investitori istituzionali come fondi di investimento e persino banche.

Ma Bitcoin non era alternativo al “sistema”? Non era stato concepito come moneta decentralizzata e globale per scambiare valore più che conservarlo come oro digitale e speculare sul suo apprezzamento al pari di altre commodity?

Me lo sono chiesto anch’io e penso che mai come in questa fase, sia per chi per la prima volta vuole capirne di più su Bitcoin, sia chi ne conosce la visione originale e si ritrova disorientato, sia utile ampliare il “time frame” troppo ridotto delle analisi degli ultimi mesi.

Un time frame decisamente più esteso, di secoli, si trova nel lavoro di ricerca alla base del libro Dal sesterzio al bitcoin, che ripercorre la storia della moneta e soprattutto del pensiero sull’argomento monetario, da San Tommaso D’Aquino a Milton Friedman, per giungere allo scenario attuale e futuro secondo economisti e storici contemporanei.

La raccolta di saggi offre diverse prospettive di analisi, storica e filosofica, che ci ricordano fin dalle prime righe come «il denaro precede, storicamente e logicamente, le zecche pubbliche» e permettono di capire perché Bitcoin rispetto alla «nuova normalità delle banche centrali» offre un’alternativa concreta, seppur immateriale, e uno strumento non solo speculativo, ma anche difensivo.

Giacomo Reali, Fellow IBL


Edmund Phelps, Raicho Bojlov, Hian Teck Hoon e Gylfi Zoega, Dynamism. The Values that Drive Innovations, Job Satisfaction, and Economic Growth (Harvard University Press, 2020)

Da cosa nasce l’innovazione? Gli economisti tradizionalmente rispondono a questa domanda chiamando in causa la qualità della ricerca scientifica e l’imprenditorialità e, poi, le istituzioni. Da tempo, Edmund Phelps – premio Nobel per l’economia nel 2006 – sostiene che tale visione trascura un elemento fondamentale, di tipo culturale: a monte dell’innovazione e, dunque, della crescita ci sono infatti valori quali l’individualismo, il “vitalismo” (cioè la predisposizione a raccogliere le sfide) e la libera espressione di sé.

Tali valori, che si sono imposti nel XIX secolo, ne spiegano l’enorme dinamismo tecnologico, economico e sociale. Si sono però affievoliti nel corso del tempo, dando luogo al rallentamento dei tassi di crescita della produttività che si osserva un po’ in tutto l’Occidente, e che finora non ha ancora trovato una spiegazione soddisfacente.

In questo libro Phelps e i suoi collaboratori non solo esprimono l’impalcatura teorica di questo approccio innovativo, ma propongono anche diverse formalizzazioni e verifiche empiriche. Una delle “spie” che Phelps, Bojlov, Hoon e Zoega individuano è il declino della soddisfazione professionale soggettiva: perché le persone, nei sondaggi, manifestano una sempre minore passione per il proprio lavoro? La risposta non dipende dal riconoscimento materiale, ma dall’atteggiamento con cui gli individui si pongono di fronte alla vita e al mondo. “La perdita di dinamismo – scrive Phelps – è stata causata, quanto meno in gran parte, dalla perdita dei valori moderni che avevano originariamente scatenato quel dinamismo”.

Carlo Stagnaro, Direttore dell’Osservatorio sull’economia digitale IBL

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