10
Dic
2020

La giustizia come azienda?

Curato da Federico Brunetti, Alberto Rizzo e Mauro Tescaro, il recente volume Le sfide future per la giustizia. La giustizia come azienda? (edito da Aracne e in vendita al prezzo di 10.00 euro) affronta una questione cruciale per il buon funzionamento della giustizia: il tema della governance dei tribunali di come sia possibile più veloce e soddisfacente il lavoro delle corti.

Come rileva nel suo intervento il presidente del Tribunale di Vicenza, Alberto Rizzo, “il ritardo delle decisioni nelle controversie civili ha un impatto negativo sul rispetto degli obblighi contrattuali, ed i tribunali da luoghi dove si fanno valere le proprie ragioni divengono, contrariamente alla loro funzione, lo strumento di supporto di chi ha torto e vuole far desistere la controparte, sfruttando l’inefficienza del sistema”.

Questa pubblicazione, che riproduce gli interventi di un convegno del marzo 2019, pone allora al centro dell’attenzione l’esigenza di ripensare in termini di maggiore efficienza ed efficacia il funzionamento dei tribunali, con la consapevolezza che una giustizia tardiva è una giustizia negata.
Anche se talvolta nei vari interventi si evoca la nozione di “imprenditorialità”, la discussione al centro del testo è più su questioni di ordine aziendale e organizzativo, perché quello che gli interventi nel loro insieme evidenziano è che un ambiente lavorativo migliore, una maggiore incentivazione di ogni componente del processo che “produce giustizia” e più attenta e costante qualificazione del personale potrebbero rappresentare un notevole giovamento ai tribunali.

Provando a sviluppare questi temi anche oltre quanto è espressamente formulato in queste pagine, si tratterebbe di capire “se” e “in che senso” la logica realmente imprenditoriale (basata su intuizioni e assunzione di rischio, su innovazioni e primato del consumatore, entro un quadro segnato dal pluralismo concorrenziale) può essere connessa a queste preziose ricerche sull’esigenza di far crescere in qualità i servizi resi alla cittadinanza da quanti amministrano la giustizia. Il testo di Luciano Giacomelli, d’altra parte, evidenzia con chiarezza la distanza esistente tra l’ambito di un’impresa di mercato e quello di un apparato di Stato, tra un’iniziativa imprenditoriale e una struttura burocratica.

In questo senso, è anche opportuno rilevare che – in ragione dell’imporsi di logiche classiche e neoclassiche, che hanno mutuato schemi meccanicistici provenienti in primo luogo dalla fisica – la stessa economia teorica non ha dedicato adeguata attenzione (con l’eccezione di Schumpeter, Mises, Kirzner e pochi altri) alla centralità che l’imprenditore gioca all’interno di un’economia libera. Eppure si tratta di un tema cruciale.

Era una questione fondamentale già agli occhi di colui che viene convenzionalmente ritenuto il padre dell’economia moderna: Adam Smith.

Proprio nella Ricchezza delle nazioni, in effetti, l’alta qualità dei tribunali inglesi dei secoli precedenti è ricondotta alla concorrenza tra corti indipendenti che vivevano di logiche imprenditoriali, dato che erano costrette a sostenersi con le spese processuali versate dalle parti e quindi erano motivate a operare al meglio. Dopo avere ricordato che “la giustizia non fu mai amministrata gratuitamente in alcun Paese” (e d’altra parte la formula no lunch is free vale anche per i servizi resi dall’amministrazione della giustizia), Smith sviluppa infatti un’interessante riflessione teorica la quale sottolinea che “in origine le spese processuali sembrano essere state il principale sostegno delle differenti corti di giustizia in Inghilterra”. In teoria esisteva un giudice naturale a cui bisognava indirizzarsi, ma “in molti casi dipendeva dalle parti la scelta di quale corte doveva essere chiamata a decidere sul loro caso; e ogni tribunale cercava di farsi fama essere equo e imparziale, così da poter decidere più controversie che fosse possibile” (Adam Smith, The Wealth of Nations, ed. S.M.Soares, MetaLibri Digital Library, 2007 [1776], pp. 556-7).

Quando e fino a che punto un modello così realmente imprenditoriale, perché essenzialmente basato su arbitrati, può trovare spazio nel mondo odierno e soprattutto in Italia? E cosa potrebbe far crescere questo orientamento al mercato? Quali riforme? Quali scelte amministrative?

Sono queste alcune domande che rimangono aperte dopo la lettura di questo interessante studio. Domande che possono trovare molte e divergenti risposte: potenziali punti di partenza per altri convegni e altre pubblicazioni.

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