10
Nov
2020

Modern Monetary Theory: poche idee ma molto confuse

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Fabrizio Ferrari (@Fabriziofer1994)

Chiunque si interessi — per mestiere o diletto — di economia e questioni monetarie, ha ormai sicuramente sentito parlare della Modern Monetary Theory (MMT), quella teoria economica secondo cui — in buona sostanza — uno Stato può scegliere il livello ottimale di impiego dei fattori — e, quindi, di PIL — del proprio sistema economico. In altre parole, la MMT è una teoria secondo cui uno Stato ha il potere, semplicemente tramite la regolazione dell’offerta di moneta, di garantire a tutti un lavoro, eliminando la disoccupazione. Per un’analisi approfondita dei principi teorici della MMT, rimando a Gregory Mankiw, Guida scettica alla Modern Monetary Theory.

Detto questo, ciò che mi colpisce della MMT è una sua evidente inconsistenza, che — una volta esposta — dovrebbe essere sufficiente a squalificarla definitivamente. Infatti, uno dei principi cardine della MMT può essere riassunto come segue: “L’indebitamento del settore pubblico è uno strumento (l’unico?) per incrementare il risparmio e la ricchezza del settore privato: ogni dollaro risparmiato è un dollaro di debito per qualcun altro”. Per dimostrare tale affermazione, estremamente controintuitiva, i sostenitori della MMT ricorrono alla seguente — vera ed incontestabile — identità contabile:

(T – G) + (S – I) = (EX – IM)

Dove T sono le tasse, G è il consumo e l’investimento del settore pubblico, IM sono le importazioni, EX sono le esportazioni, I sono gli investimenti del settore privato, e S è il risparmio del settore privato. Quindi, per definizione:

T – G è il saldo di finanza pubblica;

EX – IM è il saldo delle partite correnti (in pratica, la bilancia commerciale);

S – I è quello che potremmo definire “saldo del settore privato” (cioè, il risparmio del settore privato che non viene da questo investito internamente, ma viene prestato al settore pubblico o investito all’estero).

Per semplificare, assumiamo di essere in un’economia chiusa o in prefetto equilibrio con l’estero — quindi, assumiamo che la bilancia commerciale sia pari a 0 e che non esista la possibilità di investire verso (o ricevere investimenti da) l’estero. Pertanto, la nostra identità contabile diventa:

(T – G) + (S – I) = 0

A partire da qui, i sostenitori della MMT perdono completamente la bussola, interpretando erroneamente l’identità contabile. Infatti, questa banale identità contabile significa, molto semplicemente, che se il settore pubblico è in deficit (T – G < 0, cioè, G > T) — e, quindi, non riesce a finanziare solamente con le tasse la propria spesa, ma deve ricorrere anche all’indebitamento — tale indebitamento non può che essere finanziato dal risparmio — non investito internamente — del settore privato (S – I > 0, cioè, S > I). Per capire questo passaggio, dobbiamo riflettere su cosa sia davvero G, la spesa pubblica.

Il consumo e l’investimento pubblici (G), infatti, a differenza del consumo (C) e dell’investimento (I) privati, non sono finanziati tramite la vendita di beni e servizi a prezzi di mercato, ma tramite le tasse (T) — di cui l’espansione monetaria è di fatto una forma — e/o l’indebitamento (cfr. Blanchard, Amighini, Giavazzi, Macroeconomia: Una prospettiva europea, 2014, p. 63).

Quindi, la spesa pubblica (G) è qualcosa che avviene solo dopo che il settore privato ha prodotto ricchezza (il PIL): infatti, lo Stato può effettuare G solo grazie ad un pari ammontare di T, oppure indebitandosi. In ogni caso, G rimane ricchezza che è già stata prodotta dal settore privato e che lo Stato estrae da quest’ultimo — sotto forma di tasse (T) e/o di indebitamento pubblico — per poi riallocare in altre forme. Ad esempio: lo Stato, con le tasse, estrae del reddito che i privati hanno prodotto e che spenderebbero per il loro consumo e/o investimento, e decide — con quello stesso reddito — di finanziare del consumo (prestazioni sanitarie, servizi scolastici, servizi di difesa e polizia, tribunali, ecc.) o dell’investimento (scuole, ospedali, strade, infrastrutture, ecc.) pubblico.

In ogni caso, deve essere chiara la sequenza temporale e la successione dei nessi causali: prima il settore privato produce del reddito (PIL), cioè, dei beni e dei servizi; poi, solo dopo che il settore privato ha prodotto il PIL, lo Stato ne estrae una quota — le tasse (T) e/o l’indebitamento pubblico — e la rialloca fornendo gratuitamente ai propri cittadini beni e servizi pubblici — la spesa pubblica (G). Quindi, deve essere chiaro che nella nostra identità contabile — rimanendo, per semplicità, nel caso di economia chiusa o in equilibrio con l’estero — le grandezze si formano in quest’ordine logico e temporale:

(1) Il settore privato produce del PIL (chiamiamolo Y);

(2) Del PIL che il settore privato ha prodotto (Y), una parte viene estratta dallo Stato sotto forma di tasse (T); della parte che invece rimane nel settore privato, una quota viene consumata (C) e una quota viene risparmiata (S);

(3) Della quota risparmiata (S), una parte viene investita dal settore privato (I) per accrescere — allungare — la propria struttura del capitale (cfr. Ferrari, How Capitalists Improve Human Productivity, 07/09/2020, Mises Wire), mentre la parte rimanente viene estratta anch’essa (come le tasse) dallo Stato sotto forma di prestiti — l’indebitamento pubblico;

(4) Dopo aver estratto le tasse e/o l’indebitamento pubblico, lo Stato effettua G — la spesa pubblica tramite cui fornisce gratuitamente ai cittadini beni e servizi, la cui fonte di finanziamento sono, per l’appunto, le tasse (T) e/o l’indebitamento pubblico.

Il tutto deve rigorosamente svolgersi, almeno concettualmente, in quest’ordine. Difatti, in caso contrario, come potrebbe lo Stato effettuare G senza avere una fonte di finanziamento? Diversamente dal settore privato, infatti, lo Stato non si finanzia vendendo beni e servizi, ma estraendo dal settore privato una quota dei beni e servizi che quest’ultimo produce.

Pertanto, G non può essere qualcosa di esogeno, che varia senza che prima si muova almeno una variabile tra T, S e I. Infatti, la spesa pubblica (G) può avvenire solo se prima c’è stata della produzione privata (Y) a cui lo Stato ha attinto in due modi: o direttamente, sotto forma di tasse (T); o indirettamente, sotto forma di indebitamento pubblico. Se lo Stato si finanzia tramite le tasse, la quota di ricchezza prodotta disponibile per il consumo (C) e/o il risparmio (S) privato si riduce; se, invece, lo Stato si finanzia tramite l’indebitamento, a parità di risparmio privato (S) si riduce l’investimento (I, cioè, l’accumulo di capitale) del settore privato — l’esatto opposto di quanto postulato dalla MMT.

Quindi, il modello MMT si rivela inconsistente proprio nella sua assunzione che, aumentando G in deficit (cioè, senza aumentare T), debba conseguentemente aumentare anche S; al contrario, G può aumentare in deficit solo se prima è aumentato il risparmio privato (S)! Un aumento di G non preceduto da un aumento di S ha l’effetto — al contrario di quanto postula la MMT! — di ridurre la disponibilità di nuovo capitale (l’investimento, I) del settore privato, non di aumentarne il risparmio (S). In altre parole, la MMT inverte la sequenza logica e temporale del fenomeno in oggetto.

D’altro canto, basta affidarsi al mero buon senso per capire l’assurdità dell’affermazione della MMT secondo cui “il risparmio privato aumenta (solo?) se aumenta la spesa o l’indebitamento pubblico”. Infatti, il settore privato può benissimo aumentare il proprio risparmio (S) semplicemente convogliandolo in maggiori investimenti privati (I) — cioè, incrementando la propria dotazione di capitale — senza che il settore pubblico si indebiti.

Questo errore origina dalla confusione tra “risparmio privato” (S) e “saldo del settore privato” (S – I): è chiaro, infatti, che se aumenta il saldo del settore privato — cioè, se il settore privato risparmia senza investire — e siamo in economia chiusa, allora quel risparmio privato viene per forza di cose drenato dal settore pubblico. Ma questo non è nulla di particolarmente originale — è noto come effetto spiazzamento — e, soprattutto, avviene nel verso — sia temporale sia causale — esattamente opposto a quello assunto dalla MMT!

Se ancora non siete convinti, provate a pensare ad un banale controesempio: se io risparmio e fondo un’impresa, sto risparmiando pur in assenza di indebitamento pubblico! Sto incrementando il mio capitale senza che a questo capitale corrisponda alcun debito. Oppure, pensate a cosa succede se risparmio e acquisto un macchinario, un’abitazione, un corso di formazione, ecc.: sono tutte forme di incremento della mia dotazione di capitale a cui non corrisponde alcun debito di nessun’altra entità — pubblica o privata che sia (cfr. Murphy, Keynesian Fallacies Are Not Just Wrong, but Dangerous, 01/05/2020, Mises Wire). La frase, spesso citata dai sostenitori della MMT, secondo cui “ogni dollaro risparmiato è un dollaro di debito per qualcun altro” si rivela quindi falsa e illogica.

In conclusione, diffidate della MMT e del suo apparente potere taumaturgico: la MMT è solo una riedizione della favola del Campo dei Miracoli con cui il Gatto e la Volpe truffano l’ingenuo Pinocchio. In altre parole, la MMT è solo il nuovo albero degli zecchini d’oro.

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