5
Nov
2020

Numbers – Il deficit di cultura scientifico-economica e la gestione della pandemia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Matteo Repetti

Se ancora all’inizio di febbraio qualcuno fosse stato in grado di anticipare quello che sarebbe successo nel mondo e in Italia di lì a qualche settimana a causa dell’epidemia da coronavirus, l’avremmo tutti preso per matto.

Adesso, a distanza di soli nove mesi, ci sembra normale camminare per strada con la mascherina, tutte le nostre abitudini quotidiane sono state stravolte, molti di noi si sono ammalati o hanno perso dei loro cari, le scuole hanno riaperto appena qualche settimana fa e di fatto stanno per richiudere, molte attività economiche sono in ginocchio, le prospettive per il futuro sono drammaticamente incerte.

La situazione è oggettivamente estremamente difficile e la sfida a cui siamo stati chiamati è davvero impegnativa. E, va detto, non è affatto semplice valutare come nel nostro paese il sistema abbia reagito, intendendo per sistema quello sanitario, il governo centrale, le regioni e gli enti locali, i mezzi di informazione, le categorie economiche, la scuola.

Però, se si parte dalla lettura dei media stranieri, una delle principali differenze rispetto ad altri paesi, la Germania e il Regno Unito ad esempio, è innanzitutto quello della comprensione e della diffusione dei dati riguardanti il fenomeno.

Qualche sera fa in televisione Chicco Testa sottolineava come i nostri telegiornali forniscano numeri tendenzialmente solo in valore assoluto: così facendo, la Lombardia, che ha più di 10 milioni di abitanti, sarà sempre destinata ad avere un numero di positivi superiore a quella delle altre regioni (Lazio e Campania, la seconda e la terza più popolose, non raggiungono i 6 milioni). Continuiamo a confrontare i dati di Spagna, Francia e Italia senza tenere conto delle differenze di popolazione (la Spagna ha quasi 13 milioni di abitanti in meno), né di quelle riguardanti il numero di tamponi effettuati in proporzione alla popolazione (gli Stati Uniti, ad esempio, hanno un numero di tamponi per popolazione quasi doppio rispetto a quello italiano). Nessuna rilevanza viene poi attribuita alla circolazione delle persone (da questo punto di vista, ad esempio, la Romania e Londra non sono esattamente la stessa cosa: ed è normale che città e regioni tradizionalmente cosmopolite abbiano più problemi a contenere l’infezione rispetto a paesi periferici).

Anche il grado di mortalità del virus è relativamente poco considerato, così come non si evidenzia a sufficienza quali sono le classi anagrafiche effettivamente più colpite dall’epidemia e le patologie pregresse che rappresentano un maggiore fattore di rischio.

I grafici e le tabelle sono poi quasi del tutto assenti: evidentemente non interessano. In tutti questi mesi, gli organi di informazione si sono affidati alla onnipresente Fondazione Gimbe, che si è semplicemente limitata ad assemblare i dati e a metterli su un asse cartesiano, in (colpevole) assenza delle fonti ufficiali.

Analoghe considerazioni valgono per i dati economici. Nel Regno Unito le informazioni ed i numeri riguardanti il Pil britannico del 2020, mese per mese, trimestre per trimestre, sono a disposizione di tutti. Provate ad andare sul sito dell’Istat e cercare quelli italiani.

Cosa vuol dire questo? Che, come più di qualcuno ha sostenuto in questi mesi, noi saremo certamente stati migliori di altri nella gestione della pandemia, ma non avendo dimestichezza con i dati ed i numeri, il nostro è più che altro un auspicio.

Ciò che è certo, invece, è che la mancata padronanza dei dati, l’omesso tracciamento delle infezioni, l’insufficiente comprensione della differente incidenza del fenomeno tra le diverse zone del paese, ha portato ad una caotica gestione dell’epidemia di fronte alla cd. seconda ondata, che avrebbe dovuto invece trovare una risposta più adeguata e pronta da parte del sistema.

Da altre parti, prendiamo ancora ad esempio il Regno Unito del tanto vituperato Boris Johnson, già sui siti della BBC e dei maggiori quotidiani on line (Telegraph o Guardian) sono dall’inizio disponibili dettagliate informazioni riguardanti la singola area, l’incidenza del virus in termini percentuali sulla popolazione, la progressione in atto, gli indici di mortalità, ecc.: ed è stato così possibile prevedere per tempo la suddivisone dell’intero territorio nazionale in 3 zone distinte a seconda della gravità del fenomeno, con indicazioni di comportamento più stringenti e regole più restrittive a seconda dell’incidenza del virus, senza particolari contestazioni riguardanti i dati presi in considerazione.

Da noi, invece, il DPCM di ieri che ha previsto le diverse aree di rischio è contestato, al di là delle misure e restrizioni indicate, a partire dai dati che ne dovrebbero costituire il mero presupposto: le regioni eccepiscono la scarsa chiarezza e la stessa conoscibilità degli indici considerati, oltre al loro mancato aggiornamento, mentre il governo centrale risponde che sono le regioni a fornire i dati grezzi, e alla fine deve intervenire la valutazione tecnico-discrezionale del Comitato Tecnico Scientifico fondata sui suoi imperscrutabili 21 parametri.

Ma poi c’è la carenza di cultura economica che, se possibile, in tempi come questi costituisce un fatto ancora più grave. Nel nostro paese è ormai talmente misconosciuta la naturale considerazione per la quale la ricchezza, prima di essere semmai suddivisa e ripartita, deve essere prima comunque prodotta, ritendendosi invece che i soldi possano essere distribuiti coma da una qualche misteriosa macchina erogatrice, che non ci si è occupati abbastanza delle cd. businesses, delle aziende, degli operatori economici, dei veri soggetti a rischio in un periodo di guerra o pandemia, e da cui però dipende il benessere di tutti.

Anziché istituire una pletora di bonus a pioggia da distribuire a tutte le categorie si dovevano concentrare gli sforzi a favore dei soggetti economici effettivamente incisi dalla gravità della situazione, che dovevano essere prontamente indennizzati.

Così non è stato, e adesso ha da passà ‘a nuttata.

Per il futuro, potrebbe non essere del tutto inutile se nelle scuole – a patto ovviamente che prima o poi riescano a riaprire – si insegnasse ai ragazzi un po’ più di matematica ed economia (e pazienza se dovremo rinunciare a qualche valente latinista).

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