3
Nov
2020

La psichiatria ai tempi del Covid-19

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Giovanni Perini.

La Great Barrington Declaration, [1] cioè, per essere estremamente sintetici, la proposta da parte di alcuni epidemiologi di un approccio “svedese” alla pandemia (”proteggiamo gli anziani, ma viviamo normalmente, in attesa dell’immunità di popolazione”), ha molti difetti, elencati dal Foglio in una lista ben ragionata.[2] Tra quelle che vengono affermate nella GBD, alcune cose sono poco supportate dai dati, ma altre sono incontrovertibili. Per esempio, è incontrovertibile che molti giovani abbiano attualmente paura di morire di Covid . È chiaro che anche i giovani debbano essere preoccupati della situazione sanitaria generale, in quanto l’enorme quantità di anziani ammalati che occupa nei periodi peggiori i Pronti Soccorsi, i reparti ospedalieri e le rianimazioni finisce per impedire le cure mediche essenziali anche ai giovani. Tuttavia, il messaggio che è passato attraverso la narrazione pubblica, ma a volte anche istituzionale, è: “Siamo tutti ugualmente a rischio”, mentre c’è una differenza di mille volte nel rischio di morire per Covid-19 tra persone giovani e anziani. Carlo Signorelli e Anna Odone hanno pubblicato a Settembre alcuni dati epidemiologici aggiornati per l’Italia, che confermano questa proporzione.[3]

La questione non è da poco, dal punto di vista di uno psichiatra. È chiaro che più circola la paura, meno circola il virus. La paura, però, non ha mai aiutato nessuna società. In molti più casi di quello che si pensa, essa si può infatti trasformare in terrore, ossessione o persino delirio, quando ci siano le condizioni favorenti. Ma anche di per sé, in assenza di fattori di rischio psichiatrico, la paura diventa un sottofondo psichico, spesso non riconosciuto soggettivamente e quindi non registrabile, ma che purtuttavia influenza le scelte lavorative, economiche, familiari anche di persone perfettamente sane. I dati sull’aumento o sulla diminuzione della morbilità psichiatrica sono in altri termini sempre parziali e sottostimano sempre la realtà. In primo luogo, la maggior parte delle persone non chiedono aiuto psichiatrico o psicologico. Tra quelli che lo chiedono, molti preferiscono i servizi privati , che in genere non raccolgono dati epidemiologici. Il che significa che la popolazione è sofferente, ma rimane nascosta. Per riportare la situazione del mio lavoro, a Verona, zona tutto sommato relativamente risparmiata dall’ecatombe che ha colpito le città a noi limitrofe (Mantova, Brescia, Bergamo) durante i mesi di Marzo/Aprile, il mio fatturato è aumentato del 35% da Maggio 2020 ad oggi, rispetto allo stesso periodo del 2019 ed è in progressiva crescita. Segnalo inoltre, come informazione aggiuntiva, che da Aprile 2020 ad oggi, nel mio ambulatorio ho visto aumentare di 10 volte circa il numero di Colleghi che si sono rivolti alle mie cure (soprattutto Pediatri e Anestesisti) rispetto agli anni scorsi. Anche questo è un tema da considerare. Quanto può essere rassicurante ed efficace per un singolo paziente un medico in burn-out ? E per un’intera popolazione, un’intera classe medica “bruciata”? 

C’è chi ha calcolato il numero di suicidi in eccesso dovuti alla disoccupazione indotta dalla pandemia previsti nel 2021: in Canada saranno fino al 28% in più rispetto all’anno scorso, nello scenario economico peggiore.[4] Negli Stati Uniti, il CDC di Atlanta, già ad Agosto scorso avvertiva le Istituzioni statunitensi della necessità di aumentare gli sforzi di intervento e prevenzione per affrontare i problemi psicologici associati al Covid-19: ‘Gli investimenti a livello di comunità, comprese le strategie di promozione della salute, dovrebbero privilegiare i giovani adulti, le minoranze etniche, i lavoratori essenziali e i caregiver adulti non pagati’.[5] Sono molti gli psichiatri, insomma, che hanno avvertito che il disagio causato dal lockdown deve affiancarsi ad un aumento consistente dell’assistenza psicologica ai cittadini. In particolare agli anziani, popolazione ad alto rischio suicidario in tempi di Covid,[6] nel pieno della seconda ondata, peggiore della prima in termini psicologici, deve essere erogata assistenza psicologica da remoto, come suggeriva Ali Jawaid, neuroscienziato con base a Zurigo, già ad Aprile 2020, nientemeno che dalle pagine di Science: 

“L’isolamento sociale negli anziani è collegato ad un aumento della depressione della suicidalità, oltre che a un’aumentata attività proinfiammatoria e una ridotta risposta immune antivirale. Questi effetti possono ulteriormente aumentare la suscettibilità di questa popolazione a l COVID-19. I sistemi sanitari e le comunità devono considerare il carico di problemi psicologici legato al social distancing negli anziani e trovare modi per mantenerli impegnati e motivati. I media più diffusi, come la televisione e la radio, possono giocare un ruolo importante, includendo contenuti che abbiano come target gli anziani e incoraggiando gli anziani ad esprimere le loro opinioni tramite le “telefonate da casa”. I dati mostrano che i più anziani vedono la televisione come un mezzo per gestire i sintomi depressivi e possono beneficiare di questo aggancio. Personale volontario può mantenere rapporti telefonici regolari con gli anziani chiusi in casa, fornendo amicizia e stimolando gli anziani a dire la loro, essendo stato dimostrato che gli adulti sopra ai 60 anni trovano la loro vita più piena di significato quando hanno la possibilità di dare consigli. Infine, le linee di supporto psicologico telefonico già esistenti [dove? in Svizzera, forse!] potrebbero aggiungere delle chiamate in uscita durante le quali i professionisti della salute mentale raggiungano gli anziani e effettuano screening per l’ansia e la depressione. Queste misure possono migliorare la compliance degli anziani al social distancing e aiutare a ridurre l’impatto del Covid sulla loro salute mentale”.[7]

A fronte di un’evidente crescita dei problemi psicocomportamentali secondari al primo lockdown , alla paura di essere contagiati e, adesso, alle minacce di un secondo lockdown , i Servizi Psichiatrici Pubblici italiani si sono rivelati, invece, in tutta la loro inconsistenza e fragilità. 

Come dimostra anche il tono che è stato dato alla Giornata per la Salute Mentale di Ottobre 2020,[8] i Dipartimenti di Salute Mentale italiani sono sempre più focalizzati sulla grave psicopatologia e sulle cure ospedaliere, ma soprattutto non sono veramente “aperti” alla popolazione. Lo stigma non si combatte con le pubblicità, peraltro fuorvianti – la brava Anna Foglietta, nello spot governativo afferma che “Il disturbo mentale è una malattia come tutte le altre” – non è vero, infatti si chiamano disturbi, non malattie . Lo stigma si combatte moltiplicando per 10 il numero di operatori della salute mentale a disposizione dei cittadini sul territorio (psicologi, psichiatri, infemieri psichiatrici e tecnici della riabilitazione) e favorendo la separazione tra pazienti “esterni” con problemi emotivi di tipo ansioso e sindromi reattive di tipo “normale” da una parte e gravi pazienti psicotici cronici dall’altra. Una delle ragioni della generale resistenza a rivolgersi alla Psichiatria pubblica è proprio l’oggi inevitabile contiguità tra pazienti psichiatrici gravissimi e la popolazione generale, bisognosa di ascolto e supporto. Si può dire, come fa qualcuno, che mescolare le utenze sia un modo per aiutare a combattere lo stigma nei confronti della malattia mentale. Nei fatti, in realtà, è un modo per ridurre l’accesso ai Servizi Psichiatrici da parte dei cittadini. 

Per quanto riguarda le nuove possibilità tecnologiche che consentono oggi l’implementazione di servizi di cosiddetta “telepsichiatria”, il nostro si conferma un Paese interessantissimo. L’Istituto Superiore di Sanità, infatti, già a Maggio 2020, ha pubblicato le “Indicazioni di un programma di intervento dei Dipartimenti di Salute Mentale per la gestione dell’impatto da epidemia COVID-19 sulla salute mentale”, a firma di Franco Veltro, Gemma Calamandrei, Angelo Picardi, Massimo Di Giannantonio e Antonella Gigantesco.[9]

Una linea guida eccellente , frutto dell’adattamento alla situazione italiana di alcuni protocolli tempestivamente concepiti a livello internazionale. Quattro STEP, dettagliatamente manualizzati, per effettuare lo screening sulla popolazione a rischio e quantificare i sintomi depressivi e ansiosi a distanza, oltre che per erogare uno specifico intervento di sollievo, grazie a una vera e propria équipe telefonica (che è stata chiamata, con nome non proprio accattivante, ETI-PsiCO) la quale, secondo le indicazioni del documento, doveva essere tempestivamente nominata all’interno dei vari Dipartimenti di Salute Mentale in ogni provincia italiana. Si cita testualmente dal documento: 

“Saranno individuati allo scopo almeno uno psichiatra, uno psicologo, un infermiere, un tecnico della riabilitazione psichiatrica e un assistente sociale”.

E in particolare, riguardo agli anziani:

“Si ritiene che una grande attenzione debba essere riservata, in particolare, alle conseguenze dell’isolamento sociale, in termini di salute fisica e psicosociale, sulle persone anziane, perché come evidenziato dalle precedenti esperienze sono a elevato rischio”. 

La realtà, ad oggi, è che nessuno dei siti dei Dipartimenti di Salute Mentale delle città che ho monitorato personalmente ha pubblicato notizie sul fatto di aver messo in piedi tali équipe. Solo il sito dell’Ordine dei Medici di Campobasso menziona il documento, probabilmente, viene da pensare, per l’interessamento del direttore del Dipartimento di Salute Mentale del Molise, co-autore delle linee guida (Franco Veltro). Nessuno dei miei Colleghi che lavorano nei Servizi Psichiatrici pubblici italiani, da me interrogati in questi giorni, era a conoscenza di queste linee guida, né mi riferisce che nel suo Dipartimento siano state mai formate queste équipe. Si dirà, ma ci vuole tempo! Non c’è bisogno di un medico laureato e specializzato in Psichiatria per capire che se queste équipe hanno senso di esistere, ce l’hanno adesso . Anzi, aveva senso che iniziassero a operare 6 mesi fa. Se si aspetta ancora, tra pochi mesi non serviranno più a niente, perché non è scontato, ma è probabilme che molti di coloro che verranno vaccinati, tireranno almeno un parziale sospiro di sollievo. La suddetta Giornata della Salute Mentale di Ottobre scorso poteva essere un’eccellente occasione per presentare queste linee guida alla Nazione. Peccato. 

In più, nonostante gli eccellenti propositi e il notevole incremento dei bisogni per la popolazione, per assurdo, alcuni Servizi Psichiatrici della mia zona hanno smesso completamente di erogare prestazioni ambulatoriali durante il lockdown e non le hanno riprese neanche dopo la riapertura. Del resto, la progressiva perdita di investimenti sulla psichiatria territoriale verso una psichiatria ospedaliera (e neomanicomiale) è già in atto da qualche tempo. Mancava solo il colpo di grazia. 

La soluzione proposta dalla GBD, anche al netto delle sue imprecisioni sul piano virologico (i dubbi sull’immunità di gregge sono, in effetti, sensatissimi, visto l’ormai noto rischio di multipla reinfezione da Sars-Cov-2), in una società sana e giustamente orientata verso il futuro, sarebbe comunque una soluzione etica e tutt’altro che negazionista, anche se applicata parzialmente. Sono moltissimi i giovani che si chiedono, infatti, a proposito dei lockdown : “Ma se è vero che gli anziani hanno un rischio così sproporzionato rispetto ai giovani, perché non se ne stanno loro a casa, invece che mettere sotto chiave noi?”. Per tutte le obiezioni a questo modello “svedese” consiglio di fare riferimento alle FAQ della GBD1. Pur essendo io in disaccordo con la gestione paternalistica e colpevolizzante dei vari lockdown e semi-lockdown italiani, il mio contributo non vuole unirsi al coro di quelli che si lamentano dell’operato del Governo Italiano sulla decisione di chiudere o meno le attività produttive. 

Mi limito di seguito a dare il mio parere di psichiatra di formazione psicoanalitica sui motivi socio-psicologici per cui l’approccio di focused protection, in Italia, non potrebbe comunque funzionare e non potrebbe essere applicato nemmeno parzialmente, a meno di non trasformare radicalmente la società italiana. 

Separare giovani e anziani, una sfida impossibile

Prima di iniziare a ragionare su questo, guardiamo alla distribuzione per età della popolazione italiana rispetto a quella mondiale.[10]

Detto in poche e semplici parole, gli anziani in Italia sono tanti, rispetto ai giovani. Ma tanti tanti . Questo è un portato del benessere, del progresso della Medicina, della scoperta/invenzione di farmaci, della prevenzione, ecc. Tuttavia, questo fatto è qualcosa che l’umanità non ha mai conosciuto prima, nella storia. Le pandemie sì, sono sempre esistite. Invece, due Medici che avessero parlato tra loro riferendosi a un paziente di 82 anni come ad un paziente “giovane”, per millenni e fino al 1960 avrebbero suscitato ilarità. Oggi non fanno alzare un sopracciglio a nessuno. Nei nosocomi italiani, un 82enne è veramente tra i pazienti più giovani. Aggiungo che se il Sars-CoV2 fosse nato e si fosse diffuso nel 1960, anno in cui l’aspettativa di vita alla nascita era in Italia di 69,12 anni, contro gli 83,49 attuali, [11] nel nostro Paese, probabilmente, gli ospedali non ne avrebbero minimamente risentito. Il 37% dei casi sintomatici di infezione, infatti, e ben l’85% delle morti per Covid-19, in Italia sono avvenuti nella popolazione maggiore di 70 anni3.

Sono in molti ad aver sottolineato che la sindrome da Covid-19 diventa un problema di salute pubblica proprio a causa dei contatti tra giovani e i molti anziani attivi. Questa pandemia ha rigirato il coltello in quella che io considero una delle piaghe del nostro amato Paese, vale a dire l’eccesso di importanza degli anziani nel tessuto sociale e produttivo del paese. 

Dove si incontrano, giovani e anziani, nel nostro Paese? Semplificando, in tre ambienti, in famiglia, al lavoro e a scuola. 

  1. In famiglia. In altri termini, il rapporto nonni-nipoti. Se, da un giorno all’altro, i nonni italiani decidessero di non tenere più i loro nipoti, crollerebbe tutto il tessuto sociale ed economico di questo paese. Per quanto qualcuno si ostini a descrivere i nonni come “una grande risorsa” per il Paese, l’insostituibilità dei nonni è a parer mio segno di una società disfunzionale, tutt’altro che progredita. L’eccesso di contatti tra nonni e nipoti, che è oggi alla base dell’esplosione numerica dei malati gravi di COVID-19 (le multi-generational households, più volte citate nella GBD), è al tempo stesso un segnale e una causa di disfunzioni della società. 
  1. È segnale di assenza di alternative per tenere i bambini a prezzi sostenibili per le famiglie. Asili, nidi, campi scuola pomeridiani, attività extracurricolari non hanno prezzi abbordabili per la maggioranza delle giovani famiglie, quindi la scelta è tra la madre, che quindi deve rinunciare a lavorare, o i nonni.
  2. È segnale di scarsa attitudine a dire di no da parte dei nonni e causa di problemi psicologici senili. Lo può dire qualunque psichiatra o psicologo con un minimo di esperienza: una buona parte della psicopatologia dell’anziano, anche in assenza di problemi cognitivi, dipende proprio dalla scarsa accettazione sociale del rifiuto di tenere i nipoti tutti i pomeriggi da parte della nonna . Anche i nonni che non vorrebbero tenere i faticossisimi nipoti tutti i giorni, in altri termini, si sentono in qualche modo costretti a farlo. 
  3. È causa di assenza di mobilità. Ci sono famiglie che rinunciano a trasferirsi lontano dal luogo di residenza, pur trovando lavori più remunerativi o più adeguati alle proprie competenze, “perché se no chi mi tiene i bambini?”. “In una città sconosciuta non ho i nonni, come faccio?”. 
  4. È causa di problemi educativi e motori per i bambini. I nipotini che stanno con i nonni anziani crescono con idee retrograde e si muovono di meno. Basta frequentare i parchi giochi di qualsiasi città e se ne ha rapida contezza. I nonni sono più ansiosi, lasciano meno libero il bambino di farsi male, perché si sentono meno pronti ad intervenire. Non volendo poi far piangere il bambino, tendono a ipersoddisfarli. Una maestra d’asilo non ha questo atteggiamento.
  5. È causa di mancato sviluppo dell’economia legata alle attività specifiche dell’età senile. Se i nonni devono tenere i bambini non possono spendere soldi in viaggi organizzati, corsi per anziani, cure sanitarie e voluttuarie, collezionismo, fiere del mobile, ecc.
  6. È causa di mancato sviluppo dell’economia legata all’assistenza all’infanzia. La collaborazione gratuita si rivela una concorrenza spietata per tutti i lavoratori del settore. Se ci sono i nonni, perché mettere su un asilo privato o proporsi per l’assistenza pomeridiana? 
  7. Al lavoro. Non è forse il caso degli operai, ma nell’ambito delle Professioni, dell’Università e delle Aziende, il tema dell’eccesso di anziani operativi è sentito molto, dai giovani italiani. Nonostante ciò, se ne parla assai poco. 
  1. Professionisti. Vi sono in tutte le città italiane esempi di Avvocati, Commercialisti, Medici, Ingegneri che lavorano ancora alacremente nonostante il raggiungimento dell’ottantina. A Verona ha suscitato (giustamente) un certo fastidio la decisione di un famoso Notaio, escluso dalla Professione Notarile per raggiunti limiti di età (77 anni), di iscriversi all’Ordine degli Avvocati per poter proseguire a muoversi nell’ambiente giuridico, visto che l’Ordine degli Avvocati non poneva questi limiti. Esempi così sono all’ordine del giorno in tutte le città e generano un rancore intergenerazionale sotterraneo, sia nel senso che è poco riconosciuto dagli stessi giovani, sia nel senso che è scarsamente documentato sui giornali e nei talk-show . Un professionista anziano che non molla, oggi, la sua posizione di potere e le sue relazioni con i clienti, non sta togliendo solo un posto ai suoi figli, lo sta in realtà togliendo anche ai suoi nipoti. L’impedimento nel ricambio generazionale ha delle conseguenze enormi sull’intera popolazione. L’esperienza, intanto, non equivale alla competenza. Pratiche vecchie di decenni vengono portate avanti nonostante ne siano state pensate delle migliori. Succede tutti i giorni a me e succede a tantissimi miei coetanei che lavorano come Professionisti: proporre un nuovo metodo o una nuova idea suscita nei clienti più âgée reazioni del tipo “Perché allora tutti i suoi Colleghi prima di lei non me l’hanno mai detto?” o “Lei è il primo che me lo dice” o, nei Colleghi anziani, “Caro mio, non è come dici, devi farti un po’ le ossa nella pratica vera, prima di parlare!”, e ciò anche se la maggiore efficacia del nuovo metodo è ampiamente dimostrata da molte fonti. Oltre a ciò, si genera nelle giovani generazioni una certa disillusione verso la possibilità di cambiare le cose, vista la lunghezza dell’attesa che li aspetta. Spazio ai giovani durante il lockdown ? Neanche parlarne. O tutti a casa, o tutti al lavoro come prima, indipendentemente dall’età.
  2. Università . Il Covid-19 poteva essere un’ottima occasione di fare un po’ di spazio ai giovani nel mondo accademico. Che problema sarebbe stato cominciare a organizzare Congressi in presenza solo per Giovani Ricercatori, Covid-friendly perché con mascherina e soluzione alcolica sempre a portata, ma soprattutto perché con un limite di età a 40-45 anni? Molti giovani e giovanissimi, a basso rischio, avrebbero potuto finalmente cimentarsi in ruoli (presentazioni, workshop) cui avevano dovuto per anni assistere da spettatori, ma mai da protagonisti. Alcuni Professori potevano dire: “Ragazzi, io ho paura di venire a lezione, mi prendo un anno sabbatico, andate avanti voi assistenti, ci rivediamo quando sarà finita la pandemia” o, perché no?, “Io vado in pensione, fate un concorso per un giovane al posto mio”. Neanche parlarne.
  3. Nelle aziende . Continuano a sentirsi quelli che celebrano il tessuto produttivo di Piccole e Medie Imprese a conduzione familiare come “la risorsa più importante del Paese”. Io non me ne occupo, quindi forse sarebbe meglio che ne parlassero gli economisti o i Commercialisti. Però, da studioso dei rapporti familiari e testimone dell’andamento della Società, non ho dubbi che la vera risorsa di un tessuto economico stia nel merito, non nel familismo. Un figlio o una figlia, costretti in maniera più o meno esplicita a lavorare nell’azienda del padre non sarà mai produttivo quanto un giovane, esterno alla famiglia proprietaria, che abbia fatto un percorso formativo mosso dalla passione per quel settore o anche semplicemente dall’ambizione. In più, il figlio del padrone non ha quasi mai la libertà di dire alcunché, in ditta, per non dover litigare con il padre o, come spesso accade, con il nonno. Il nonno poi, sa tutto lui perché l’azienda l’ha fondata lui. Anche qui, chiunque si occupi di disagio psicologico sente ogni giorno storie di questo tipo. L’Italia è piena di nipoti che aspettano in eterno che il nonno e il padre gli lascino dire la sua, ma continuano ad aspettare invano. Mi viene in mente la favola di Cenerentola, in cui il principe che cerca moglie, si racconta, ha 16 anni. La figura iconica del principe nella società contemporanea, invece, è Carlo d’Inghilterra, Principe di Galles, 71 anni suonati e ancora in attesa di diventare re. Il Covid-19 sarebbe stato un’ottima occasione per un ricambio generazionale, nelle aziende a conduzione familiare, o perchè no, per un’apertura all’esterno. Neanche parlarne. Nel senso letterale: non se ne può almeno parlare?
  4. Scuola: Nelle scuole si poteva abbassare l’età media degli insegnanti, lasciando a casa quelli più avanti negli anni che, si è visto, si sono rifiutati comunque di andare a lavorare. Si poteva, e si può ancora, chiamare a raccolta l’enorme quantità di giovani precari che da anni attendono in graduatoria l’occasione di entrare nella scuola, invece che consigliare agli insegnanti anziani di non correggere i compiti in classe per il rischio di ammalarsi di Covid dopo il contatto con i fogli di carta. Una nuova forma di diffusione epidemica, dopo la via aerea, la via sessuale e quella da acque contaminate, la diffusione virale da temi in classe contaminati. 

Le soluzioni

Sento già le alzate di scudi e le polemiche. Abbiamo tanti anziani, e allora? Cosa vuoi fare, ucciderli tutti nelle camere a gas? Gli anziani sono in buona salute, ti sembra una brutta notizia? Vuoi smettere di curarli?

Nessuno dice che gli anziani devono sparire. E non si può che concordare sul fatto che avere tanti anziani in buona salute sia una bella notizia. Non sono personalmente d’accordo, da medico, neanche sul fatto di mettere dei limiti di età alle cure intensive, “in caso di squilibrio tra necessità e risorse disponibili” (vedi il famoso documento degli Anestesisti SIAARTI di Marzo [12]). Alla prima ondata di infezioni si poteva e si doveva probabilmente ragionare così. Dalla seconda ondata in poi non è più accettabile. Così come i responsabili del monitoraggio dei fiumi e dei torrenti non possono permettere che un’esondazione avvenga due volte nello stesso fiume, nello stesso luogo e con le stesse modalità, così la seconda ondata di Covid-19 deve cercare e trovare tutti i “canali di sfogo” pronti all’opera, in caso di una nuova ondata. E questo per tutti, anche per gli anziani e per i molto anziani. 

Non si tratta quindi di far sparire o di eliminare dal mondo nessuno. Si tratta di domandarsi se sia sana una società che si fondi sull’attività degli anziani.

Come ho detto, magari non tutti, ma molti anziani sarebbero contenti di mettersi a riposo . Molti non lo fanno perché si sentono obbligati a continuare dalle necessità dei giovani. Altri, certo, sono portati a non mollare anche per una propria difficoltà ad accettare il ricambio generazionale. In Italia il problema è sentito, ma anche gli altri Paesi occidentali non sono da meno. Basti leggere cosa scrive Julius Krein su American Affairs, a proposito del rapporto tra pandemia e gerontocrazia americana, significativamente simboleggiata dall’età dei due candidati alla Presidenza degli Stati Uniti: “Una ragione per cui sospetto che così tante statue vengano oggi buttate giù (spesso indiscriminatamente) è perché è decisamente più facile buttare giù una statua che spostare oggi i settantenni [the boomers] dalle loro posizioni di potere”.[13] Krein suggerisce, ai professionisti anziani, i ruoli di “consiglieri part-time” o di “autori free-lance”

Il punto che va sottolineato è che mettersi a riposo non vuol dire non fare niente. Al contrario. Un anziano che non lavora e non deve tenere i nipoti può spendere i soldi della sua pensione come vuole e rimetterli in circolazione nel Paese, invece che tenerseli sotto al materasso o, peggio, tenerli per i figli. 

Limitandoci al caso italiano, spero che la pandemia porti un po’ di luce su questi argomenti. I tanti, tantissimi anziani che popolano, come mai prima d’ora nella storia, le case dei nostri paesi e delle nostre città sono, da una parte, troppo “importanti” nella società italiana quando sono in salute e, dall’altra, si mettono veramente a riposo solo quando è giunto il momento di accudirli per ragioni di salute. Visto che a quel punto vengono accuditi, in gran parte gratuitamente, da adulti (più spesso adulte) in età lavorativa, che devono pertanto ridurre, rinunciare o lasciare il lavoro, il risultato è che gli anziani tolgono posti di lavoro ai giovani sia quando stanno bene, sia quando stanno male. 

Una terza via è secondo me possibile. Finché gli anziani sono in buona salute (al di fuori dei periodi di picco della pandemia da Covid, ovviamente), dovrebbero mettersi in una sorta di riposo attivo e “spendaccione”, di cui se ne gioverebbe l’intera società.

Tornando all’attuale seconda ondata di Covid-19, se un giorno l’OMS dovesse validare e approvare l’approccio “svedese” alla pandemia, in Italia sarà molto più difficilmente applicabile, per le ragioni che abbiamo detto. In Svezia, il contatto fra giovani e anziani sembra molto meno fondante rispetto a quanto avviene da noi. Ritengo che un tentativo di normalizzare la situazione per i giovani, comprensibilimente molto arrabbiati per queste continue limitazioni alla loro libertà, si possa tuttavia attuare anche in Italia, volendolo. 

I soldi di provenienza europea legati al problema della pandemia potrebbero essere spesi in maniera più selettiva, per facilitare il distanziamento degli anziani dai giovani e per garantire a casa, ai nostri vecchi, durante il lockdown e comunque fino alla distribuzione di un vaccino efficace, l’assistenza materiale (consegnatori di spesa con tampone negativo, parrucchieri con tampone negativo a domicilio, ecc.) e psicologica (le telefonate di screening di cui abbiamo parlato sopra). 

Le giovani famiglie, private improvvisamente dell’ammortizzatore sociale costituito dai nonni, dovrebbero essere aiutate con l’istituzione di quantità enormi di asili, scuole pomeridiane, servizi di baby sitting pomeridiano, pena il collasso del tessuto economico. Lo smartworking con i bambini a casa non ha funzionato durante il primo lockdown e non funzionerà mai . Gli asili, le scuole (almeno le elementari) con i rientri pomeridiani, invece, sembrano confermarsi a basso rischio dal punto di vista della mortalità e del rischio di diffusione del contagio[14] e aiuterebbero moltissimo a proteggere i nonni usati come baby-sitter l oro malgrado . Questa soluzione creerebbe nuovi posti di lavoro per giovani educatori e richiederebbe investimenti statali molto minori rispetto alle indennità a pioggia sull’intera popolazione. I bonus baby-sitter che sono stati elargiti negli scorsi mesi avevano dimensioni ridicole rispetto alle reali necessità delle famiglie e, assurdità massima, potevano essere riscossi dagli stessi nonni che si doveva invece tutelare. 

In una società con il grafico di distribuzione per fascia d’età come quello sopra riportato non si può, a parer mio, non dedicare una parte del dibattito pubblico anche alla questione dei limiti superiori di età, nelle professioni, nei Consigli di Amministrazione, nell’elettorato attivo e passivo. Non sto dicendo che sia giusto in maniera acritica, anzi, da liberale, ritengo che mettere dei vincoli sia una cosa quasi sempre sbagliata. La questione assomiglia molto a quella delle cosiddette quote rosa, tutto sommato giustamente criticata e criticabile perché limitante la libertà di scelta dei cittadini. Però, non dovrebbe essere uno scandalo parlare di età massime, con la dovuta delicatezza e mantenendo uno spirito critico da tutte le parti. 

Si è allungata l’aspettativa di vita, ma non si è innalzata l’età di picco massimo della forza fisica, della capacità cognitiva, della capacità di apprendimento, della creatività e dell’elasticità/adattabilità, che rimane attorno ai 20-30 anni. Inoltre, come abbiamo visto e stiamo vedendo, gli anziani sono molto più vulnerabili alle infezioni virali che, a quanto ci dicono i virologi, non saranno finite con la distribuzione del vaccino per il Covid-19. 

La pandemia da Coronavirus potrebbe essere una grande occasione per parlare di questo, con serenità, possibilimente senza il timore di essere tacciati di nazifascismo o negazionismo.

Ad avere una classe dirigente anziana o molto anziana ci si perde, in termini di energie a disposizione di una società. I giovani hanno ambizioni, passioni e idee nuove in numero maggiore dei vecchi. E questo è un eccellente motore per una società. 

Bibliografia 

  1. https://gbdeclaration.org/
  2. https://www.ilfoglio.it/scienza/2020/10/08/news/discriminazioni-d-eta–1147990/ 
  3. Signorelli C, Odone A (2020). Age-specific COVID-19 case-fatality rate: no evidence of changes over time. I nt J Public Health 65: 1435-1436. 
  4. McIntyre RS, Lee Y (2020). Projected increases in suicide in Canada as a consequence of COVID-19. Psychiatry Res 290: 113104. 
  5. https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/69/wr/mm6932a1.htm?s_cid=mm6932a1_w 
  6. Wand APF, Peisah C (2020). COVID-19 and suicide in older adults. Med J Aust 213: 335-335. 
  7. Jawaid A (2020). Protecting older adults during social distancing. S cience 368: 145. 
  8. http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dal ministero&id=5114 
  9. https://www.iss.it/documents/20126/0/RAPPORTO+ISS+COVID-19+23_2020.pdf/a5d4cf5e-f4 cc-072e-0c43-d14ae920a2ca?t=1589209649628 ) 
  10. 10.indexmundi.com 
  11. 11.https://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/11/16/cambiata-laspettativa-vita-nel-mondo-1960-2015/
  12. 12.http://www.siaarti.it/SiteAssets/News/COVID19%20-%20documenti%20SIAARTI/SIAARTI%2 0-%20Covid19%20-%20Raccomandazioni%20di%20etica%20clinica.pdf ).
  13. 13.https://americanaffairsjournal.org/2020/06/americas-unhealthy-gerontocracy/
  14. 14.Edmunds WJ (2020). Finding a path to reopen schools during the COVID-19 pandemic. Lancet Child Adolesc Health 4: 796-797.

Giovanni Perini è Medico Chirurgo e Specialista in Psichiatria.

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