3
Nov
2020

Appello al Governo

Domani 4 Novembre è in Parlamento: si pongano le premesse per salvare la Scuola 2021 e la Nazione.

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Anna Monia Alfieri.

Economia ai tempi del lockdown. Si torna a parlare di chiusure, di zone rosse, di lockdown mirati. I due termini sembrano l’uno l’opposto dell’altro: l’ipotesi di un nuovo lockdown generale, infatti, spaventa gli economisti, e non solo. Occorre decidere di quale morte morire: di Covid o di fame. In mezzo si trovano, come sempre le persone, le loro vite, il loro lavoro, i loro affetti. Paura, smarrimento, solitudine sono sentimenti che sempre più cittadini stanno sperimentando sulla loro pelle: le certezze vengono meno, pensare al futuro crea turbamento, il pensiero della salute personale e dei propri cari genera ansia. 

Vedere scene da guerriglia urbana nei nostri centri abitati fa un certo effetto: eravamo abituati ad assistere a episodi del genere accadere in altri Paesi, non a casa nostra. Nei Paesi dell’America latina, tra una dittatura e l’altra. Non a casa nostra. Le violenze degli anni di piombo, infatti,  avevano motivazioni diverse, non erano scatenate dalla paura e dalla incertezza sul futuro. La pancia era piena. Anzi erano ideologia nate da pance troppo piene. “Il popolo imbestialì”, scrive Manzoni, a proposito dei tumulti di San Martino. Correva l’anno 1628. Corsi e ricorsi storici.

Il popolo imbestialisce perché ci si trova davanti ad una realtà completamente nuova, inaspettata: siamo nati e cresciuti con determinate certezze e queste certezze, che già prima del 21 febbraio 2020 cominciavano a scricchiolare, sono state spazzate via dal Covid. Dal Covid e da un certo modo di fare politica. Come se la politica non riuscisse a stare al passo dei tempi: la società va da una parte, la politica continua a cavillare e a trovare terreno fertile per divisioni e correnti interne. Dum Romae loquitur… Ma la società, la nostra società, sta mutando radicalmente. Non c’è più tempo per le polemiche: la colpa è tua, la responsabilità non è mia. Un po’ come l’economia della Spagna ai tempi dell’Impero: tutto arrivava dall’America. Venute meno le colonie, l’economia è andata in crisi, una crisi per uscire dalla quale non è stato sufficiente un secolo. Con il Franchismo nel mezzo.

Andiamo avanti da mesi a colpi di DPCM, emanati quasi sempre in tarda serata. Al mattino ci si sveglia e si scopre che dopo le 18:00 scatta il coprifuoco. Certo, il problema più importante sembra salvare l’aperitivo.  Vengono fatte circolare delle bozze, certo, ma si può fare affidamento alle bozze? Il Premier va finalmente in Parlamento, presenta i contenuti del nuovo DPCM. Risultato: si accusano le parti di non voler collaborare. Tralasciando poi l’attesa per l’emanazione del nuovo Decreto, un’attesa che blocca un Paese.

La scuola, poi, si ritrova a fare i conti con lo spettro della DAD. Un incubo per i docenti. Non tanto perché i docenti non sanno usare le nuove tecnologie (anzi!), quanto perché si è voluto far passare la didattica a distanza come la nuova frontiera dell’insegnamento. Assurdo! Con i docenti impegnati in ore di collegamento, in un lavoro di correzione triplicato, alla ricerca della connessione che, magicamente, si interrompeva al momento dell’interrogazione. Eroici davvero gli insegnanti italiani che poi, alla fine dell’anno, hanno dovuto pure promuovere tutti, con tanto di Ordinanza del Ministero, un ‘ordinanza che voleva coprire quelle scuole che non avevano attivato neanche un quarto d’ora di collegamento in tre mesi.  Anzi, quei docenti hanno dovuto pure stendere i Piani di apprendimento individualizzato per quegli studenti la cui connessione si interrompeva al momento della interrogazione. Risultato? Il dilagare dell’ignoranza. Da qui a dieci anni ne vedremo i frutti.

Il sistema scolastico da iniquo è divenuto d’élite, con l’esclusione dei poveri e di  285 mila disabili:  chiaramente il diritto all’istruzione si sta trasformando  in un privilegio. E’ questo il vero e drammatico allarme che ruba oggi il futuro delle nuove generazioni e condanna il Paese Italia ad una vita di stenti. E’ su questo che dobbiamo concentrarci, senza farci distrarre dal surreale scontro fra il Governo centrale e le Regioni che gettano 8 mln di studenti e i loro genitori nel caos. Se il teatrino dei tavoli con le rotelle oggi lo stiamo pagando con una chiusura a macchia di leopardo in assoluta anarchia, una distrazione di queste ore ci presenterà un conto ben più salato. Lo denuncia bene uno studio OCSE riportato oggi dal Sole 24 Ore: “Più le scuole restano chiuse, maggiore è la caduta del PIL”.

Il Covid, lo andiamo ripetendo da mesi,  non ha fatto altro che mettere a nudo i limiti del sistema scolastico italiano, ma anche di una nostra politica incapace di anteporre il maggior interesse dei cittadini all’ignoranza e alla cecità ideologica.

Se attraversiamo le Alpi, ci accorgiamo di come lo scenario del sistema scolastico europeo sia differente rispetto a quello Italiano. E la differenza si gioca sull’equità

Stante questa consapevolezza che 8mln di studenti hanno registrato sulla propria carne con tutti i disastri che abbiamo più volte denunciato, appariva scontato che negli ultimi 6 mesi il Governo avrebbe fatto l’unica cosa di buon senso possibile: avviare patti educativi fra le 40 mila scuole statali e le 12 mila paritarie, consentendo a 8 Mln di studenti di rientrare in classe in sicurezza, superando i problemi di mancanza di ambienti e organico. 

Mettere in strada  mezzi di trasporto pubblici e privati avrebbe scongiurato il rischio dei contagi provocato dall’effetto sardine in scatola, come è invece avvenuto

Insomma, poco meno di 200 giorni sarebbero serviti per far ripartire la scuola e liberare 5 Mld di euro. Se la scuola non riparte non è per il Covid o per mancanza di risorse finanziarie, ma per pura ideologia, nutrita di crassa ignoranza riguardo a ciò che veramente è utile all’essere umano.

In Italia la DAD è stata scientemente perseguita, cosi come la chiusura della scuola, senza alcuna logica, senza alcuna comprensione degli effetti negativi sia di una didattica a distanza “fatta bene” per un numero insignificante di scuole pubbliche, statali e paritarie, sia dell’abbandono totale degli alunni a se stessi, in particolare nelle Regioni che si sono affrettate a chiudere al 100% (Campania, Puglia). 

L’allievo di tutte le età, condannato a fissare una telecamera per sei ore al giorno, può solo vomitare, morire di inedia culturale e relazionale. Il cervello è distrutto. Peggio ancora quando il docente abbandona il ragazzo a se stesso con la scusa che “nessuno lo ha formato” alla didattica a distanza. Certo è una minoranza il docente che la pensa cosi però beffa ai colleghi che con la dad lavorano il triplo. I distinguo si impongono.

Guai a semplificare. In queste ore occorre uno sguardo ampio sulla realtà, altrimenti i furbetti continueranno e le ingiustizie passeranno sotto traccia… Tipico di un Paese incapace di garantire i diritti che riconosce. Allora in questi vuoti di sistema si insinua la mafia, la camorra, i venditori di vaccini falsi, l’usura e l’irresponsabilità a scapito di chi in modo serio e responsabile, come in tempi di preCovid, continua anche ora in questa fase 3. Nessuno ha avuto il coraggio di interpellare gli psicologi e gli psichiatri che stanno assistendo al disastro degli allievi italiani. Il Paese avrà l’attuale generazione dai 6 ai 19 anni completamente bruciata dal punto di vista culturale e quindi lavorativo, con la solita eccezione dei pochi ricchi, per non contare gli universitari, segnati anche loro dal disgusto della DAD.  Sarà, ma nel resto d’Europa si chiude tutto ma non la scuola. Analizzando l’impatto del Covid sul diritto all’Istruzione in Italia e nel resto d’Europa si evince che il Covid conferma che lo scenario del sistema scolastico europeo è differente rispetto a quello Italiano. E la differenza si gioca sull’equità. Basti pensare alla Francia: paese che della laicità fa un vanto nazionale, riconosce la libertà di scelta educativa alla famiglia e, in tempi di Covid, chiude tutto, ma lascia aperte le scuole. In Italia si pensa che la chiusura delle scuole abbia, nei confronti del covid, lo stesso effetto del vaccino. E tralascio il teatrino delle scuole chiuse, poi riaperte e via discorrendo. Il monopattino, l’aperitivo: tutto è più importante della scuola.

La SOLUZIONE? Eccola servita:

  1. in Parlamento, a camere unificate, si avvii una collaborazione reale fra scuole statali e paritarie e con la quota capitaria di 5.500 euro, come dimostrato in svariati studi seri e documentati, si garantisca il diritto di apprendere per tutti gli studenti. 
  2. A questo meccanismo è legato un nuovo finanziamento del sistema scolastico italiano e il censimento dei docenti per incontrare la domanda e l’offerta.

Dobbiamo guardare agli annunciati finanziamenti europei come all’ultima “opportunità”. L’investimento attraverso Sure, Bei e Mes di quasi 100 miliardi di risorse, cui si aggiungerà la “dote” di 172 miliardi del futuro Recovery Fund, potrà diventare autenticamente strategico per completare il processo virtuoso costruito sui tre tasselli dai quali non è possibile prescindere: “Autonomia, parità e libertà di scelta educativa”.

  1. avviare accordi con i mezzi di trasporto pubblici e privati per far viaggiare in sicurezza i ragazzi e chi si sposta nello stesso orario.

In alternativa lo scenario dal 2021 sarà esattamente quello del 2020: la scuola ripartirà solo per alcuni privilegiati che avranno in mano le sorti della nazione. Quindi il diritto all’istruzione sarà inteso come un lusso, una cosa da ricchi, come lo è stato per secoli, con una piccola variante:il figlio “di chi può” a scuola, presso collegi prestigiosi, e poi sulle ali della grande finanza; il figlio del povero – oggi – nelle grinfie della criminalità organizzata o distrutto dalla droga. Il tutto senza una ragione di diritto e di economia: pura “idiozia culturale”.

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