16
Ott
2020

L’insularità in costituzione – un’azione politica “forte” per lo sviluppo della Sardegna

Umberto Ticca (consigliere dei Riformatori sardi presso il Comune di Cagliari) replica all’articolo di Carlo Sanna, “Il paradosso dell’insularità in Costituzione. Una breve storia (assai triste) che riguarda la Sardegna e il suo futuro.

L’iniziativa “l’Insularità in costituzione” promossa dai Riformatori, è bene ricordarlo, ha conseguito, attraverso l’operato di un comitato presieduto e animato da Roberto Frongia e da Antonietta Mongiu, il risultato, straordinario, di vedere convergere su una azione essenzialmente politica una vastissima parte della rappresentanza politica ed istituzionale della regione con una elevata partecipazione popolare; non è poco in questi tempi di frequenti divisioni politiche, aprioristiche e strumentali o, secondo alcuni (altri), per il persistere dell’assenza di una visione condivisa “del bene comune” come caratteristica antropologica della comunità isolana.

L’iniziativa si è anche avvalsa dei contenuti dello studio sviluppato dagli esperti dell’Istituto Bruno Leoni, di cui sono note le posizioni sul liberalismo economico e sulla vacuità delle politiche assistenziali, che, nella sintesi conclusiva valorizza per un verso un dato economico significativo della sperequazione generale “di sistema” dell’isola, certamente connessa alle caratteristiche geografiche ma non solo, e per altro verso fa cenno delle policy appropriate per l’inversione del ciclo. Dunque un’azione politica forte e condivisa e un qualificato studio indipendente di analisi economica e delle policy.

Nello scritto “Il paradosso dell’insularità in Costituzione. Una breve storia (assai triste) che riguarda la Sardegna e il suo futuro” l’autore evidenzia, in estrema sintesi, come, a suo parere, l’iniziativa risulti carente di indicazioni programmatiche, progettuali e operative, priva dell’analisi delle “vere” cause del sottosviluppo dell’isola, riconducibili principalmente alla ridotta capacità ed iniziativa della sue classi dirigenti, in primis, quella politica, e foriero di una nuova, rinnovata, politica di “assistenze ed aiuti” madre di una nuova stagione di “depredazioni”. A parte la curiosa condivisione che si può avere con parte della titolazione dello scritto – se per “paradosso” si accede alla spiegazione fornita dal “Devoto-Oli”, che ne esplicita il significato come la proposizione o tesi formulata in “apparente contraddizione con l’esperienza comune ma che all’esame critico si dimostra valida” – non si può che NON convenire con l’analisi , o meglio la narrazione, svolta per gran parte come sintesi di argomentazioni, anche un po’ logore, da tempo in essere sul mancato o sui ritardati sviluppo socio-economici dell’isola.

In particolare non appare condivisibile la conclusione che si condensa nella visione di un’isola “indipendente” sia sotto il profilo politico/amministrativo sia nell’agire delle sue istituzioni, e quindi con piena e responsabile autonomia delle proprie decisioni e destini.

Tralasciando quest’ultima parte della soluzione tracciata, che meriterebbe una trattazione a sé, è bene riaffermare subito che i Riformatori perseguono una visione diametralmente opposta, nel contesto italiano, a quella dell’indipendenza di quelle regioni che mirano a costituirsi in stati nazionali, ovvero quella di una regione, geografica e politica, parte integrante della nazione italiana e, attraverso questa, dell’Europa nel rispetto del processo di costituzione di una federazione di stati, progetto politico perseguito, seppur con fatica, dalla sua fondazione.

La Sardegna deve quindi ambire a una prospettiva di sviluppo, economico e sociale, soddisfacente e coerente con quello della nazione di cui fa storicamente parte, a cui ha peraltro fornito nell’ultimo secolo e mezzo un contributo storico e sociale non indifferente. La floridità o il benessere delle economie di alcuni stati e staterelli indipendenti (citati dall’autore) frutto o di rivoluzioni storiche (come quella industriale che ha riguardato la Gran Bretagna) o di politiche di fiscalità speculativamente agevolate, o di deregulation più o meno legali a danno delle altre comunità, si può e si deve conseguire nel quadro delle regole, più che nazionali, europee come dimostra il benessere di alcune delle regioni dei suoi stati nazionali.

Lo sviluppo dell’analisi, o meglio dello strorytelling del testo a cui si fa riferimento, si sofferma, senza troppo approfondire, su alcuni dei temi usuali, forse un po’ logori, patrimonio degli “osservanti” critici delle realtà storiche, economiche e politiche dell’Isola. Viene citato il caso della mancata “continuità territoriale” come insuccesso palese delle classi politiche regionali succedutesi nel tempo. A parte le necessarie distinzioni tra chi ha operato più o meno bene (e quindi la non condivisione con il giudizio, ricorrente nel redattore del testo, della responsabilità generale, fatto che genera solo “irresponsabilità”) come non ricordare l’imponente contributo che il governo spagnolo assicura per mantenere la “continuità territoriale” delle sue isole nel rispetto dei regolamenti comunitari rispetto all’esiguità finanziaria assicurata dal governo italiano, probabilmente frutto di una diversa sensibilità sul tema delle isole in quella nazione.

Vengono citati dati sul PIL sardo nei confronti con altre regioni del centro sud italiano, che pur con la incongruità riconosciuta del parametro, tenderebbero a dimostrare una economia isolana, non peggiore delle altre, ma “sganciata” da condizionamenti geografici. Forse un maggior approfondimento della materia porterebbe a valutare diversamente l’economia dell’Isola (“dopata” dal fatturato della “raffineria”) o l’economia sommersa (anche non legale) di alcune altre regioni e a riclassificare le posizioni e l’esigenza di promuovere iniziative anche non convenzionali.

Le iniziative convenzionali (con il necessario distinguo tra le politiche di pura assistenza, che hanno senso solo a termine, e le politiche di investimento che generano trasformazione e ricchezza, terminologia su cui si continua a fare confusione) è vero che sinora non hanno consentito di assorbire il reale gap tra la Sardegna ed il resto del continente ormai conclamato e misurato da tanti indicatori e studi (vedi studi dell’istituto Tagliacarne di Bologna, ora dello studio Leoni, Ismez, Istat, etc); gap che riguarda, è bene sottolineare anche questo aspetto, non solo le infrastrutture primarie di trasporto, interno ed esterno o in genere tutte le opere pubbliche che non possono dipendere da criteri di sola reddittività ( differentemente da quello che sostengono alcune aziende nazionali tipo FFS) ma anche tanti altri settori della vita sociale, in primis l’istruzione con la dispersione scolastica, il suo isolamento territoriale e la stretta correlazione con il tema dei trasporti e delle economie, e quindi dell’occupazione, delle aree interne.

Anche per questo motivo, senza disconoscere l’esigenza di ricadute di policy finanziarie che riguardino sia le infrastrutture materiali che, soprattutto, gli aspetti ri-organizzativi o rinnovativi della società e delle istituzioni (che hanno un costo) , è necessario anteporre azioni politiche forti, non convenzionali, che identifichino la peculiarità di questa Isola-regione, che è banalmente geografica ma anche culturale, con il suo rilevantissimo patrimonio archeologico, l’autonomia linguistica e storica, la tipicità naturale e paesistica, la storia del suo popolo. Una forte azione politica, non un elenco di cose da fare o di finanziamenti o aiuti da ottenere. È questo il significato dell’iniziativa assunta, corredata da uno studio serio che ha parametrizzato, a solo scopo indicativo, uno degli effetti indotti dall’insularità, ed ha indicato, se si legge con attenzione il documento, tra le principali conseguenti azioni da assumere, proprio il rafforzamento, qualitativo ed organizzativo, della organizzazione amministrativa dell’isola nelle sue diverse istituzioni. In sintesi creare condizioni di “pari opportunità” tra cittadini della regione Sardegna e delle altre regioni di Italia, vecchio slogan, sempre attuale, che forse risulterà, almeno questo, condivisibile per il redattore dello scritto cui ci si riferisce.

In ultimo pare utile riportare quanto scrivono Acemoglu e Robinson nel testo economico citato:

“La nostra tesi è che il raggiungimento della prosperità dipende dalla soluzione di alcuni fondamentali problemi politici. Proprio perché ha sempre accantonato la dimensione politica, la teoria economica non è stata in grado di fornire una interpretazione convincente della diseguaglianza globale. Per spiegare queste sperequazioni abbiamo sempre bisogno di studi economici su come le diverse politiche e organizzazioni sociali condizionano gli incentivi ed i comportamenti economici. Ma ci occorre anche una analisi politica”.

Ed ancora:

“…la storia non è un destino. Malgrado il circo vizioso, istituzioni ‘estrattive’ possono essere sostituite da istituzioni ‘inclusive’. Ma ciò non è automatico né semplice. Spesso perché una nazione avanzi verso istituzioni più inclusive è necessaria una convergenza di fattori, in particolare una congiuntura critica abbinata ad un’ampia coalizione di persone che spingano per una riforma, oppure a istituzioni propizie già esistenti”.

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